11 agosto 2017

"I miei colori" di Fulvia Quirici

                                                              Giancarlo D'Amore

Ho il rosso, come primo colore. Primeggia su tutti, lo cerco sempre nella scatola delle matite, mi piace sgarrare dal nero che di solito indosso con quel colore; quando oso di più mi dipingo le labbra con il rossetto più rosso che trovo fra i mobiletti brilluccicosi della profumeria. E quelle volte è guerra. Quando ho fortuna riesco a far dipingere una porzione di parete di quel colore a un mio cliente: studio, incornicio, impreziosisco quel momento, preparo l’ambiente ad accogliere la sua potenza e vibrazione. Mi piace per la prepotenza che ha, per quella sfacciata affermazione di se stesso, che non può mai essere messa in discussione. Quando sono rossa è uno spettacolo per me: accendo solo i canali che voglio, ho piena facoltà di ignorare tutto il resto.


Poi ho il blu, di solito l’ordine è proprio questo: rosso-blu. Il blu è fottutamente malinconico e da un po’ di anni lo trovo anche banale. Non consiglio mai arredi o di dipingere le pareti con quel colore … mi annoia a vederlo perché ormai lo posso solo sentire dentro. È la parte di me che vorrei tenere più nascosta, per un candido timore e per religioso rispetto. La parte bambina che si travestiva per carnevale con un bellissimo abito di raso blu e polsini e colletto ornati di bianca pelliccetta, da principessa delle nevi. Il blu è triste non per colpa propria ma per il ricordo dell’innocenza e della speranza che un gioco di nuvole si trasformasse davvero in carrozza e poi in cavallo e poi ancora in principe azzurro e poi ancora in miele, da sorbire per tutta la vita. Una aspettativa infinita avevo da quei fottuti toni di blu.


Andando in ordine c’è il viola. Amo e odio. Il massimo dell’aggressività per un accostamento cromatico è appunto il rosso e il viola. Un vero cazzotto in un occhio, ma la potenza di fuoco è notevole e quando il rosso di prima che accende e una miccia qualsiasi si infiamma, la rabbia che ne nasce è color viola. Il livore, l’aggressività gratuita, la voglia di urlare, cercare qualcuno, il più piccolo e inerme per innescare una lite furibonda e riversargli addosso tutta l’adrenalina. Ma viola è anche eccitazione perversa, trasalimento dei sensi di fronte a una lite furibonda, di fronte alla possibilità di essere lasciati dalla persona amata, è gelosia, è bisogno di possedere, per fagocitare, l’altro. Divorare l’agnello che sedi la sete di sangue.
 
Sfamata la belva, il corpo recupera i normali equilibri e i colori forti, decisi, cedono il passo a quelli pastello: un verde acqua, un rosa antico, un giallo tenue. Tutti colori per me senza significato specifico, riempitivo e annacquamento.


Poi ci sono tutti i toni di grigio, che sono i colori più comuni, quelli che se non fai attenzione indosseresti più facilmente, quelli che vivresti spessissimo se non decidessi di dargli un taglio, che ci vestiresti l’umore come scusante verso te stessa; attenuante. È talmente facile al mattino lasciarsi prendere la mano da una bizza per un calzino che non è facile far indossare a un frugolo tutto nervi e grinta; o vedere inesorabile, senza pensarci neppure, lo scorrere delle ore che ti scivoleranno davanti e percepirle come macigni, a spaccarti le spalle per il peso della noia, per l’assenza di sorpresa, per quello scorrere sempre uguale.  

Grigia è anche l’indecisione e l’insicurezza. Il marcio che teniamo dentro pure.
Spero domattina di trovare vie migliori e non cedere alle effimere tentazioni della via più facile che poi alla fine mi colora sempre di grigio.


10 agosto 2017

“The geography of poverty” foto di Matt Black



di Gianni Quilici

Matt Black, fotografo della Magnum, tra il 2014 e il 2017 ha percorso più di 80mila chilometri e 46 stati per fotografare le comunità americane con tassi di povertà superiori al 20%. Questa è l’informazione del progetto, divenuta mostra e libro “The geography of poverty”, e quella che vediamo è una delle foto scelte tra le migliaia scattate.
Ed è una foto, almeno così l’ho percepita, che non solo immediatamente piace, ma anche sorprende. Mi sono chiesto perché e ho individuate due ragioni, tra loro, intrinsecamente collegate.

Per un verso l’iperrealismo del primissimo piano del tronco e della mano, reso più potente dall’incisione dello scatto, che coglie le miriadi di dettagli presenti nei due soggetti-oggetti rappresentati: le vene e le venuzze, i pulviscoli e le irradiazioni, le pieghe e  le linee, le ombre e le luci, le sfumature di colori. Insomma,  per dirla in poche parole, la bellezza raccolta in un insieme infinitesimale di microcosmi umani e materiali.

Per un altro verso la simbologia chiara, e nello stesso tempo indefinita e quindi aperta all’immaginazione, della mano dell’uomo grande e antica posata sul palo di legno nello sfondo di nuvole e cielo, di campi e di spazio.
Non una simbiosi, ma un rapporto stretto tra l’umano e il naturale, dove l’umano è la mano che è, fa, pensa, trasforma; e la natura è ciò che di più naturale essa produce dalla terra e dal seme: l’albero  e il legno, che  possono diventare poi milioni di oggetti, ed anche un semplice palo.

Ecco, ho pensato, la forza semplice e immediata della foto è in sé nella sua forma e fattura, ed è anche nel suo andare oltre lo sguardo immediato, perché richiama inevitabilmente possibili simboli. Simboli che non hanno un nome, ne’ rimandano a delle immagini precise. Sono i simboli che uno sguardo meticoloso può cogliere; altrimenti rimangono piccole inconsapevoli suggestioni aperte.

Matt Black. Earlimart, California, Stati Uniti d'America.