23 febbraio 2017

"Il mastro, il sigaro, la sedia" di Giuseppe Calabretta



di Rossana Giorgi Consorti

Già il titolo ci incuriosisce: "Il mastro, il sigaro, la sedia". 
Tre elementi che la bravura narrativa di Calabretta trasforma in treimmagini apparentemente svincolate tra loro ma che attraverso le pagine di questo bel romanzo si rivelano essere di fondamentale importanza per la maturazione di Vincenzo, il protagonista.

L'autore ce lo spiega lentamente, mentre ci coinvolge nella storia di una famiglia calabrese che vive per la maggior parte nel secolo scorso in un paesino immaginario, Vela, situato tra il mare, di cui si sente il profumo e la montagna, Serra San Bruno, l'Aspromonte.  Una famiglia formata da gente comune, che vive del proprio lavoro ma che possiede, profondo, il senso della dignità, del rispetto, del dovere e dell'altruismo.

Una famiglia composta per vari motivi al femminile, da donne che
uguagliano gli uomini in quanto a forza fisica e che li superano per
la forza del carattere. Donne di passione di cui però non sono vittime
bensì arbitre consapevoli. Vittime sono, semmai, del destino avverso,
sul quale tuttavia non piangono, del quale non si lamentano, perché
disposte comunque a lottare. Ci viene in mente Nedda o altre eroine
verghiane nel leggere le pagine dedicate a zia Vittoria, a nonna
Antò...

Su tutto il filo della storia, della politica, trattata da Calabretta
in modo pacato e obiettivo: il fascismo, la guerra, i lati oscuri
della liberazione. E i personaggi osservano pensosi, dubbiosi, il
cambiamento della società, senza perdere la fede nel vicino di casa o
nel mastro, che tanto ha insegnato ai giovani.

Intanto le Parche filano e inesorabili dipanano il gomitolo.
Vincenzo, alla soglia dei suoi cento anni, cederà il passo da uomo
saggio e giusto come da uomo saggio e giusto ha sempre vissuto.

Beppe Calabretta. Il mastro, il sigaro, la sedia. Tra le righe libri.

22 febbraio 2017

"Il viaggio come avventura dei sensi" con Sandra Tedeschi, Igor Vazzaz, Gianni Quilici




E’ una recensione del reading poetico-musicale, che va oltre la classica recensione, ma tocca ciò che lo “spettacolo” evocava e lasciava trapelare: la parola, il verso e il senso che essi evocano.

di Sharon Tofanelli

"Il Verso è tutto", diceva D'Annunzio.
Ecco, è ciò che si può chiamare una sconfinata fiducia. Come dire, altrimenti? In quelle quattro parole è implicita una resa. Lui prende un mondo, il mondo dell'umano, con ogni suo accidente, ogni palpito angoscia passione e lo dà alla lingua. Glielo consegna come un pegno di guerra.

"Il Verso è tutto", diceva quel coraggioso.
Ma è così? C'è da fidarsi della parola? Invero, una donna strana, strana e volubile. Pare sempre piccola, sempre infinitesimale. Talvolta si ha l'impressione che il mare debba rovesciarsi tutto in un imbuto, quando ci vien detta la parola ilare: "scrivi".
E se imbuto è la lingua, che non ha voce di fata, ma se la fa prestare da uno sparuto lettore, allora mare, mare chiameremo i sensi, che ci portano al bivio noto.
Perché è così sempre. Il groppo della mente passa dai sensi prima. E talvolta sarebbe meglio esser muti, sordi, ciechi per non scoppiare.

Pure, alle volte nascono eventi come questo. Il Viaggio come Avventura dei Sensi.
Vi si arriva come spiaggiati, a fine giornata. Non è chiesto di ragionare, ma di cedere. Si veleggia piano, tra una poesia, una prosa, una pennellata di chitarra. Si considera il viaggio con la parola, poi con la musica. E dove l'una non arriva, l'altra accorre. Senso e parola sono forse un muto che porta a spasso un cieco e gli narra toccandolo le cose della via. O magari no, magari è la parola a tartagliare e il senso un parlatore impenitente ed eccessivo, che non conosce metodo e annega nei suoi verbi. Occorrono compromessi, mediazioni. Occorre passar le notti dinnanzi al foglio bianco, col groppo alla gola e la lingua che vuol passare, che vuol passare come i cubi di legno nei giocattoli logici dei bambini; così punge, così perde acutezza; troppo rotonda; quadrata da irritare.

"Il Verso è tutto", diceva il pazzo.
Alle spalle dei tre, nella semiluce da salotto, scorrono immagini di strada, di cieli e cammini. La chitarra e la voce, poi un'altra voce e di nuovo la chitarra. Si parla del mondo, si parla dell'umano. Si parla del viaggio, che è là dove l'uno e l'altro si vanno a baciare. Un viaggio è inconcepibile senza uno che lo intraprenda; è inconcepibile senza moto da luogo, a luogo, in luogo. In un certo qual senso, parlando del viaggio si parla dell'universo intero. Lo si fa con la voce dei poeti, passati e viventi. La profusione del canto ne rimescola il mare. Gianni Quilici, scrittore e poeta, Sandra Tedeschi, rexitante, Igor Vazzaz, la voce e la musica.
S'inclina il viaggio come un prisma sotto la luce. Scoperta per uno, speranza, disperazione per l'altro. C'è l'inferno del Divin Poeta, c'è la jungla nera e la tempesta del migrante. C'è lo spettatore che chiude gli occhi, il più trasognato. C'è che forse la parola non basta, che sonorità e luce devono coabitare e magari migliorare. C'è che un giorno, magari, serate come questa veramente non ce le dimenticheremo più. C'è che per come sono fatti alcuni di noi, ci vorrebbe un'Avventura dei Sensi a ogni spigolo di città.
C'è che forse il Verso non è tutto.

"Il viaggio come avventura dei sensi" con Sandra Tedeschi,  Igor Vazzaz, Gianni Quilici. Capannori, cinema teatro Artè. 7 febbraio 2017.

21 febbraio 2017

"Non sparate sul pianista" di Gaetano Liguori

 
di Mimmo  Mastrangelo

Una certezza: il  western è il solo genere  che abbracci ininterrottamente l'intera storia del cinema (specie statunitense), dall'inizio ai giorni nostri. In "Assalto al treno (1903) di E.S Porter che dura una decina di muniti, la nascita del cinema narrativo e quella del western coincidono. 


Nella storia del western si possono distinguere schematicamente due fasi principali: l'una elementare, primitiva, mitica che arriva fino agli anni trenta; l'altra stilisticamente più consapevole e attenta alle ragioni della storia e della psicologia. Dopo la  seconda guerra mondiale il cinema western pone sempre più l'accento sulla storia a spese del mito, con un nuovo interesse verso le problematiche degli apaches e i nodi non sciolti della società e della razza. Il ventennio fino all'inizio degli anni sessanta non è solo la grande stagione di   J. Ford, ma vede all'opera anche registi del calibro di Hawks, Mann, Sturges, Wellman, Daves, Walsh, Ray, Lang e comprende pellicole di grandissimi richiamo come "Il mio corpo ti scalderà", "Duello al sole", "Mezzogiorno di fuoco", "Il cavaliere della valle solitaria". 

Nel corso dei decenni successivi  si assiste ad un processo di revisione del genere: da un lato con un filone crepuscolare e malinconico, in cui gli eroi solitari sono ormai vecchi e stanchi, dall'altro con una conversione cultural-ideologica conseguente alla riflessione post-Vietnam e agli spaghetti-western italiani che spingono gli autori a mostrare  la reale violenza del West in pellicole dall'atmosfera cruda e spietata ( "Il mucchio selvaggio" di S. Peckinpah, "L'uomo dalla cravatta di cuoio" di D.Siegel, "Impiccalo più in alto" di T.Post). 

Sul western sono stati scritti sterminati di saggi  nonché un'infinità biografie sui suoi  autori e protagonisti, in ultimo si deve segnalare  "Non sparate sul pianista" di Gaetano Liguori.
 Il noto musicista jazz nel suo volume narra l'epica storia del selvaggio West  attraverso i suoi  occhi di bambino (anni cinquanta), ragazzo  (anni sessanta) e uomo (decenni successivi). Liguori racconta  la storia di una personale passione:  per  lui il  western non è solo sinonimo di scorribande e sparatorie, ma un cinema con una sua etica che, esaltando il valore della giustizia, del coraggio, dell'amicizia, ha influenzato generazioni di spettatori i quali  "idealmente hanno cavalcato con John Wayne, difeso i poveri coi magnifici sette, lottato per salvare un amico come  ne Il mucchio selvaggio". 
 

Gaetano Liguori. Non sparate sul pianista.edizioni Skira, pag 214, euro 16,00                                             
                                    

«Romanzo per la mano sinistra» di Giancarlo Micheli




di Carmen De Stasio

In una fluida narrativa per evidenze, «Romanzo per la mano sinistra» di Giancarlo Micheli consolida l’impressione di continuità antidiegetica propria del territorio umano. Nella flessione severa degli eventi, la scrittura paratattica si affida a gesti dinamici, a vasti significati intrinseci, mediante i quali Micheli giunge come sfida alla lacerazione quale esperienza capace di aggregare tanto l’intimità dei personaggi, che la loro concretezza, in una figuratività in continuo bilico tra presenza decisa e dissolvenza. Con animo critico l’autore intervista la storia nelle sue puntualità intellettuali, senza mai trascendere in una solarizzazione emozionale suggestiva, pur nell’aleggiante senso di privazione che ivi alberga in un tempo totalmente dominato da una precarietà tuttavia inadatta a sgominare la speranza.
 [Stefan scrive nella lettera al figlio Bruno] (…)  Spero ciò ti sia viatico affinché tu giunga, in un giorno che tardi abbastanza perché non ti capiti di rimpiangere prematuramente il tempo che pure perderai vivendo, a fare la felice esperienza in cui le tue parole toccheranno l’anima di un altro, un tuo simile, grazie al cui libero ascolto esse prendano il loro senso, proprio e particolare, tale da renderle fulgide di tutta la luce che un’esistenza umana getta sul mondo, dal suo principio alla sua fine attraverso le epoche e le generazioni.[1]
Dalla commistione dei casi – ritratti di circostanze dall’apparenza talora fortuita, che tracciano la rotta (sovente involontaria) intrapresa dai componenti il medesimo nucleo familiare (personaggi portanti sono Stefan Bauer, Adele Ascarelli, sua moglie, e il figlio Bruno) – si penetra l’intimità di un’epopea che scansiona le protuberanze territoriali, per evolvere in una sorta di unicità simultanea che dilania le diversità dei luoghi nel loro valore astrattivo. Pur provenendo da realtà diverse anche dal punto di vista sociale (Stefan è austriaco, Adele ha le sue radici in una prestigiosa stirpe industriale napoletana), ciascuna porzione minimale trasporta i segni delle tante storie che, sebbene stagliate su orizzonti dall’improbabile legame, confluiscono in un intreccio di verità e invenzione dagli effetti sapienziali e svolte interlocutorie, e dirigono una prospettiva sottoposta a incessanti (ri)elaborazioni, perché diventino centri di diffusione di una meta-vicenda che, svoltando da una situazione unifamiliare e adiabatica, valica luoghi, tempi e situazioni, in una convergenza che s’arricchisce di particolari e che, infine, coinvolge integralmente il lettore.
L’addensamento dei frammenti in un’irrisolvibile maieutica comporta tanto la co-agenza di personalità realmente vissute, che il loro riferimento (spesso indiretto) ad ambienti e posizioni, se si vuole, dissociati tra loro. Distolti dalla dimenticanza e (…) spronati a partecipare ad un epocale rinnovamento dello spirito e delle fondamenta concrete dell’esistenza[2], ciascuno compare in un’identità a encausto, epperò tendente a una conclusione retriva rispetto al principio di evoluzione che, d’altro canto, dovrebbe assicurare l’immanenza dell’individuo. Va a stabilirsi così un rapporto reale in continuo accadimento dal carattere eponimico, che si dilata e si restringe in misura delle situazioni in una perturbabilità mnemonica comprensiva.
Nella possente natura antonimica, le scoperte sconvolgono, sedimentano tracciati moltiplicabili e mai collaterali, per ritrovarsi in una conclusione predestinata a una nuova, esclusiva estensione, che pure vaga in un’eterna e prodromica provvisorietà, il cui segno asfittico è nellaforisma strindberghiano per cui l’inferno non sia altro se non il mondo in cui viviamo?».[3] In quanto documentale e sfuggendo alla tendenziosità, l’opera calibra una struttura investigativa che riempie spazi oscurati dalla sottrazione sconveniente; riconquista identità (La verità non può essere consuetudinaria) e, anche quando l’identità appare grama e improvvida, continua in un’intelaiatura di fatti dalle temperature mutevoli, collocate in un giogo di estremizzazioni che non lascia tregua al ristoro, né però converge in disperazione.
La verità non può essere consuetudinaria. In natura, la totalità dell’esistenza è fondata sulla metamorfosi, l’inesausto mutamento delle forme e delle sostanze. Discipline quali la matematica, o perfino il diritto positivo, stanno a dimostrare come la coscienza umana abbia nutrita in sé la salubre ambizione ad emanciparsi da parvenze ed efferatezze, (…)[4]
Diversamente da come ci si attenderebbe, espandendosi all’indietro come memoria di memoria, le immagini mobili consentono l’accesso alla rilevanza situazionale, tanto da misurare la modalità di lettura in un equilibrio di ineluttabilità e circostanza, palesate in effetti prodromici che, in ogni caso, dissipano la velatura costrittiva. Il meccanismo così organato dà modo di accedere a un continuo giro di vite, in cui confluiscono tanto i dati risaputi (e convenzionalizzati), che quelli potenziali, adattati secondo una tecnica che, infine, ripiana le alterazioni procurate non già da un torbido progetto di avvilimento, quanto dall’egemonica attrattiva dell’economia di sintesi, della quale responsabile sembra essere l’impoverimento di una collettività in conseguenza di un progressivo indebolimento linguistico. Su questa linea il romanzo pare avvalersi di una struttura filo-scientifica giacché Se un libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?[5]
Si accede così a un macro-mosaico di parole quali vere e proprie molteplicità problematizzanti in una forma austera che si appella alla corrispondenza tra antico e moderno all’interno di un frammento di ricordi dai contenuti precisi, dalle cui sonorità quasi solo accennate l’articolazione narrativa apre agli accadimenti con un lessico autorevole, autentico, maieutico, in grado di scavare nelle segrete stanze che risorgono nelle trame esteriorizzate delle intenzioni. Una storia molteplice, come già scritto, e che, pur raccontata al passato, pare emendare un’attualità complessificante e tutt’altro che congestionata; che avvicina e distanzia, a un tempo, con movenze perfettamente equilibrate. Ed è all’insegna dell’innocente inconsapevolezza la conferma alla definizione attribuita dall’autore al protagonista principale – Stefan Bauer – eroe sensibile alla prospettiva di una risoluzione finale dal tratto edenico, benevolo (incosciente di quella antitetica Endlösung – la soluzione finale hitleriana) alla maniera di Giuseppe in Egitto.
«Quando, due estati fa, leggevo Joseph in Ägypten sul balconcino dell’appartamento che avevamo in affitto a Padova, non avrei mai immaginato di dover presto attingere le stesse mete delle perigliose peregrinazioni del protagonista» [6]
Ma la letteratura è un inganno se pensata come solutoria nel sogno-aspirazione, all’insegna (e in conseguenza) del quale Stefan – giovane psichiatra coinvolto nelle sue letture e nella ricerca (pericolosa in un periodo di persecuzione razziale) sulle potenzialità oscene di una mente malata – resiste in una particolarissima realtà evocativa come una panoplia collettanea di tante parti (psichiatra a Leopoli, impiegato a Cinecittà, compagno con incarico alla sede del Partito Comunista a Milano, incarcerato e pure accusato di tradimento). Nella sua panoplia, Stefan si avvia verso la prospettiva della salvezza propria, della sua famiglia e di tutta una collettività stordita e genuflessa da un’incomprensibile umiliazione. Di fatto, nelle sue tribolazioni Stefan incarna l’eroe del sogno che trova nutrimento nei modelli percorribili della cultura che appaga la pura velleità di conciliare la sua esistenza (fortemente instabile in un tempo assolutamente destabilizzato) con il tragitto svolto da Joseph in Ägypten di Thomas Mann nell’illusione giovanile. Ma la realtà è grama e il tempo non è quello auspicato dall’impegno intellettuale: sulla sciabola dell’orizzonte torna fremente l’appartenenza ebraica a decretare il destino, sicché le parole deviano verso i frantumi di un’umanità che, pur vitale, appare dissacrata, sebbene non ancora impedita a sperare. In questo senso, le parole stravolgono e travolgono; cadenzano le movenze degli scenari, ricomponendone schemi di complessità radicali; favoriscono la ricomposizione netta del quadro storico, attraverso corrispondenze intimizzate di personalità di diversa provenienza e la cui presenza assume un valore particolare nella continua biforcazione: l’una rigettata nello stolto non-vedere; l’altra disposta all’affaticante conquista di un’identità all’interno di uno schema degenerativo plutocratico e tecnocratico. In tutte le sue forme, il totalitarismo è figura pleocroica e suasiva. Nessun tempo e nessun luogo ne sono immuni: tutti (…) protagonisti sia pur appena larvate speculazioni sul tema del sosia o del doppio qual era premeditato dall’ormai classica dottrina nietzscheana dell’eterno ritorno (…).[7] Tali parvenze possono essere almeno smascherate nell’interpretazione maieutica di una condizione di eterno e diffuso amore, che via via s’ingigantisce in inopinata ierofania, contendendo agli spazi costantemente rigenerati di rivelarsi nel diaframma documentaristico di modelli di reciprocità in sospensione del mal-animo: a loro Micheli si affida per valorizzare l’esistenza tattile di un’irrefrenabile, umana convergenza metonimica, inspiegabilmente defraudata della sua interezza.
Scavalcando la crono-storia, Giancarlo Micheli sollecita a penetrare i vari luoghi di Stefan per il tramite delle missive indirizzate al figlio Bruno e che Bruno legge in una simultanea sceneggiatura di corrispondenza tassonomica tra le parti, all’interno delle quali echeggia un fondamentale proposito: pensare al romanzo non già come luogo di concludente inizio e fine, ma come metatesi crescente e formativa, realizzata da più individualità in un’inclinazione meta-storica tentacolare, dalla variegata e sofferta ricercatività, in grado di sostituire alla fissità un montaggio complesso di tipo cinematografico in una ricombinazione di non-separabilità. Il romanzo-montaggio va così a investire tanto la molteplicità degli stili di conduzione scritturale – epistolare, naturalistica, cerebrale, neo-realistica, positivista e immaginativa – che la molteplicità (e moltiplicabilità proiettiva) dei linguaggi al di fuori di qualsiasi volume monotetico e distrattivo. Nutrite e corpose, le tematiche si dipartono da un unico punto luce, per proseguire senza rallentamenti lungo determinanti deviazioni, implicando a un tempo i presenti individuali attraverso le rotte della rappresentazione ambientale, che rifulge di stupore nella narrazione in flashback e che, in una maniera particolare, disturba la linearità da una posizione diafasica, perturbabile e che ben presto accarezza il lembo minimale di comprensione: il progresso della conoscenza non tollera rigidità (S. Freud). Questi cenni non sarebbero bastanti senza l’intervento diretto dei protagonisti tutti dell’intera trama, organata secondo una tassonomia fluida, dirompente, mai evasiva; carica di tale tensione che – nella metafora di una composizione priva di interruzioni – squarcia l’oscurità e spalanca a una memoria generativa priva di cesure e censura. Lascia, dunque, Micheli al lettore conscio la probabile e aucostruttiva conciliazione di tutte le porosità in una prospettiva a largo respiro, che giammai indugia su virtuosismo, né su anacoluti diversivi. Tutt’altro: l’autore sottopone la traiettoria a repentini e significativi cambiamenti, riuscendo a scavalcare la consuetudine per il tramite di una centralità continuamente spostata e tendente ad evolversi in una nemesi incessante.




[1]              G. Micheli, «Romanzo per la mano sinistra», Manni Ed., Lecce, 2017, Chi vuol vivere e star sano, dai parenti stia lontano, p. 37
[2]              Ibi, La pena è zoppa, ma pure arriva, p. 86
[3]              G. Micheli, «Romanzo per la mano sinistra», op. cit., La saetta non cade in luoghi bassi, p. 595
[4]              Ibi, Bisogna fare di necessità virtù, p. 488
[5]              F. Kafka, lettera a Oskar Pollak, 1904
[6]              G. Micheli, «Romanzo per la mano sinistra», op. cit., Amico di ventura, molto briga e poco dura, p. 249
[7]              Ibi, p. 90

11 febbraio 2017

"Non è che l'inizio" di Gianni Quilici



                                     Silvia Chessa foto


di Silvia Chessa

"Non è che l'inizio", di  Gianni Quilici, si configura come un romanzo diario, nel quale, in un sincero e avvincente flusso di coscienza, l'autore riversa se stesso come un fiume che esonda: ed esonda vita, la vita di un giovane ventisettenne, il cui mondo è pullulante di energia e di autentico impegno politico, i cui pensieri si traducono in corse e rincorse, i cui desideri non si fermano davanti ad una porta chiusa.. ma la forzano ..in un'insaziabile volontà di espandersi, acciuffare attimi, perdersi in un abbraccio, cercarne altri mille nell'attesa di quel primo che si fa attendere...
 
E forse, in quel sogno che non si realizza appieno, c'è anche l'utopia, la fantasia..e l'emblema del bello assoluto.
Una scrittura densa, dove non c'è spazio per imbellettare un pensiero ma si dipana una matassa ricca e densa di vitalità ed epici slanci.

Gianni Quilici. Non è che l'inizio. Tra le righe libri. Euro 13,00

“Riflessioni su Michele suicida a 30 anni”




                                                   Edvard Munch
di Loredana Capannoli

Io non ce la faccio. Ho tanta rabbia da sfogare.
 Penso a quest'uomo che lascia la vita, come se fosse prossimo a me, come se lo avessi conosciuto e mi fosse caro da sempre. Quando leggo la sua lettera mi si chiude la gola e provo insieme commozione, affetto, empatia.
 

Hai ragione. E maledizione, che nessuno abbia raccolto in tempo la tua richiesta di aiuto.  Hai tutte le ragioni, tranne quella di esserti tolto la vita perché per una come me, la speranza è linfa e non mi ha abbandonato mai, neanche con i sogni rotti.
 

E' vero. Lo schifo ci circonda riguardo al riconoscimento dei valori della "persona", del merito e delle sue capacità da parte di questa società. Da noi tutto ciò non vince perché il meccanismo dell'esclusione non lavora con i parametri della giustizia e dell' equità e spesso accoglie gli incapaci e i disonesti. Ferisce fino ad uccidere questo nostro sistema cortigiano che elegge a ruolo parenti, amici, amici degli amici attraverso la regola dello scambio e dell'opportunismo. Il ceto politico non fa nulla per interrompere il flusso del clientelismo che genera corruzione e crisi economica. Perché la politica stessa ne fa parte. E' un circolo vizioso. Mi dispiace che abbia colpito te fino alla morte, come una peste maledetta.

La lettera di Michele

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
 
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.