30 gennaio 2016

"Pescatore" di Henri Cartier Bresson




di Isabella Eugenia Monti

mi butto in un oceano di sogni e speranze
dove le onde non temono i venti
dove le reti fuggono prede
non siamo forse parte di un tutto
sopra e sotto le acque
tra il cielo e la terra
Il mio dolce vagare scuote la luce
cattura la vita
il tuo ampio gesto come un forte danzare
 tu insieme a me
per sempre a navigare

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins



di Laura Menesini

Un giallo estremamente avvincente, quasi tutto al femminile, un omicidio,  alcool a profusione e tanti sospetti...
Siamo davanti a un giallo che ti tiene col fiato sospeso pur trattandosi di un romanzo essenzialmente psicologico, con tre donne afflitte da problematiche diverse e uomini violenti.

La ragazza del treno è una persona distrutta da un matrimonio in frantumi che vive sprofondando sempre più nell'alcoolismo e si inventa la vita degli altri, di quelle persone che osserva dal finestrino del treno, a cui attribuisce  anche un nome e una famiglia, sentimenti e rapporti sereni e felici.
La donna osservata che ha avuto una vita difficilissima e che pagherà a carissimo prezzo i suoi errori.
La seconda moglie, apparentemente felice e serena con la sua bambina.

Tutte sono travagliate dalla gelosia e dall'insicurezza e l'unico rifugio, in questa periferia londinese vicina alla linea ferroviaria, è l'alcool, quella bottiglia che al momento ti fa precipitare in una sorta di limbo da cui però riemergi dopo poche ore con la bocca amara, lo stomaco in subbuglio e la testa frastornata. Non riesci a ricordare, non riesci a vedere con gli occhi annebbiati della mente quello che hai visto nella realtà e allora combini un sacco di guai e metti in pericolo la tua stessa incolumità.

L'autrice descrive perfettamente la psiche femminile, il desiderio di verità e chiarezza, la voglia di smetterla con le bugie e i nascondini, ma al tempo stesso la mancanza di fiducia in se stessa, la nessuna autostima che gli uomini e la vita si sono operati per inculcarti nell'intimo e di conseguenza la paura, lo star sempre a scusarsi per le parole di troppo dette o i gesti compiuti.

Gli uomini invece sono padroni della situazione e della vita, sanno sempre cosa dire e fare, lavorano, hanno la loro indipendenza economica e sociale e … sono più forti, hanno muscoli e braccia assai più forti di quelli delle donne.

Paula Hawkins. La ragazza del treno. Piemme editore 


28 gennaio 2016

"Il Dante di Auerbach: una piccola antologia privata”




di Davide Pugnana

Fa bene tornare a leggere gli studi che Erich Auerbach dedica a Dante. E non solo perché sono un capolavoro storiografico e interpretativo. Un "bene" da condividere come patrimonio dell'umanità. C'è anche un fatto minimo, una mania: spesse volte, la rilettura coincide con la scelta di piccoli o lunghi brani: quei campioni di testo ai quali preferibilmente si torna, con fedeltà, due tre dieci volte, accuratamente distillati e trascritti, fino a formare una piccola antologia privata.
 

Negli anni, di quelle bellissime pagine aurbachiane torna sempre a colpirmi il tema dell’assoluta e quasi fisica aderenza della poesia dantesca alla materia del canto, tratto già presente nelle riflessioni degli antichi commentatori. Auerbach fissa mirabilmente questa costante tensione espressiva nella definizione di Dante “poeta del mondo terreno”. Come dire: Aldilà matericamente terreno quello della Commedia dantesca: “immagine del mondo terreno: con tutta la sua ampiezza e la sua profondità […] completo, non falsato e ordinato definitivamente; la confusione del suo corso non è taciuta e nemmeno mitigata, o privata della sua qualità sensibili, ma mantenuta in piena evidenza e fondata su un piano che lo comprende e lo libera da ogni apparenza casuale”. 

Per Auerbach, la rappresentazione dantesca, la sua inaudita mimesis, è realismo risolto in un nodo inestricabile di dottrina e fantasia, storia e mito. Il naturalismo di Dante è nuovo marchio di fabbrica. 
Scrive ancora Auerbach: “l’immediatezza con cui egli solleva nell’aldilà qualsiasi uomo dalla folla dei vivi, per interpretarvi la sua realtà e la sua essenza, come se fosse tanto celebre quanto una figura mitica, o almeno storicamente fissata, di cui tutti sanno cosa significa, questa immediatezza sembra essere stata ignota prima di lui.”

Ed eccoci arrivati alle pagine memorabili sulla funzione della "similitudine" dantesca: dispositivo retorico capace di portarci nel corpo vivo del realismo dantesco. Dante è poeta che tende alla chiarezza; vuole che la limpidità concettuale sia ottenuta dalla massima politezza formale. Fissa episodi, voci, figure con poche linee, di estrema esattezza; ma se ciò non basta allora diventa analitico e compie un giro più largo. L’ampiezza argomentativa non complica il dettato, ma lo solleva a estrema chiarificazione. Su questo ideale di poetica si costruiscono le similitudini dantesche, sulle quali il lettore è portato a riflettere, rallentando la lettura. Tra l’immagine del naufrago che affannato si volge indietro a scrutare il pelago minaccioso e il perdersi nella vista di Dio, si apre l’infinita ricchezza delle similitudini che hanno la funzione di incarnare fatti e sentimenti:

“ animali e uomini, destini e miti, idilli, azioni di guerra, paesaggi, descrizioni naturalistiche tratte dalla strada, il più generico avvenimento periodico che sia legato alla stagione o al mestiere, il ricordo più personale, tutto vi è contenuto; le rane gracidanti alla sera, un ramarro che sfreccia attraverso la via, le pecore che si spingono fuori dal chiuso, una vespa che ritrae il pungiglione, un cane che si gratta, pesci, falchi, colombe, cicogne; un improvviso turbine che sradica gli alberi, il paesaggio di una mattina di primavera, quando è caduta la brina, il cadere della sera al primo giorno di un viaggio per mare, un monaco che ascolta la confessione di un omicida, una madre che salva il figlio dal fuoco, un cavaliere che balza solo avanti agli altri, il contadino sbalordito a Roma”. 
Questa vertiginosa lista di Auerbach rubrica l’apertura a ventaglio delle similitudini presenti nelle tre cantiche e mette l’accento sulla loro cifra espressiva: esse non devono decorare o scorrere parallele alla narrazione in versi; devono chiarire. Le similitudini dantesche sono cavate da concreti lembi di realtà e a questa tessitura devono ricondurre. Il “fatto” deve rivivere, incorporato, nel “dir”: è l’impalcatura portante dell’idea e della funzione poetica in Dante.

“spesso un verso [di Dante] richiede forza e tempo quasi impossibili prima di schiudere qualcosa di quello che vi è contenuto; ma quando si è riusciti ad avere una visione d’insieme, allora i cento canti, nello splendore delle terzine, nel loro sempre rinnovato intrecciarsi e sciogliersi, svelano la leggerezza di sogno e l’inattingibilità della perfezione, che sembra librarsi senza fatica, come una danza di figure ultraterrene ”

(Erich Auerbach, "Dante, poeta del mondo terreno" in "Studi su Dante")

19 gennaio 2016

"Il giovane Holden" di J. D. Salinger



di Angelica Grivel

La prima volta in cui mi imbattei nel "Giovane Holden", come tutti, pensai  parlasse proprio di me! Qualora mi si domandasse quale debba essere, a mio giudizio, il romanzo imprescindibile per un giovane tra i quattordici e i diciotto anni, ebbene, pur nella congerie di titoli amati che mi si affastellano tra cuore e memoria, non avrei alcun dubbio: è il 'Giovane Holden', di J. D. Salinger. 

L'io narrante è sorprendentemente aderente alle strutture logiche ed espressive di un classico adolescente sofferto, ironico e autoironico, lucido, caustico ed affettivo, che sperimenta l'ipocrisia del mondo degli adulti. 

Il flusso di coscienza, ossia lo stile letterario attraverso cui l'autore ci trasferisce il continuo sentire del diciassettenne Holden, dissacrante, disincantato, ma rispettoso, (quindi non un rivoluzionario), ne mette a nudo in maniera intima e diretta la sua anima sdrucita. Per il tempo di lettura, è diventato il mio personale flusso di coscienza: Holden Caufield mi seguiva a scuola, in Chiesa, in famiglia, sotto la doccia, con gli amici, a colazione, un'ossessione. Mi stava accanto mentre cercavo brandelli di serenità e frustoli di risa; mi stava accanto, amico gradito, quando la realtà scolastica si faceva stridente col mio spirito.

Piacevolmente irritante e sarcastico,  scaltra rapidità, voce narrante lesta e sbrigativa
 (pag 41: "Tutto ad un tratto, riecco spuntare fuori Ackley da quella maledetta tenda della doccia...mi faceva uscire dalla testa questa faccenda. Mi restò tra i piedi fin verso l'ora di cena, schiacciandosi quel bel brufolo che aveva sul mento. Non usava nemmeno il fazzoletto. Penso che quel bastardo non ce l'avesse nemmeno, un fazzoletto, se proprio volete saperlo.").

La trama del libro è un susseguirsi di riflessioni di Holden Caufield, che dopo essere stato espulso dal prestigioso college Pencey, prima di annunciare la fatidica notizia ai suscettibili genitori,  vagabonda per le strade della New York degli anni Cinquanta. (Il romanzo è uscito nel 1951, finora ha venduto oltre 60 milioni di copie in tutto il mondo, e tutt'ora se ne stampano e se ne vendono ben 250 mila l'anno).                                               

Holden è il tipico young angry man: detesta la borghesia, il denaro, l’ottusità  e gli effluvi acri e i miasmi tipici dei suoi coetanei (pag 32: "Vi ricordate che vi ho detto che per quanto riguardava le sue abitudini igieniche Ackley era un vero sporcaccione? Beh, anche Stradlater . Quella di Stradlater era una sudiceria più nascosta: pareva sempre a posto, Stradlater, ma avreste dovuto vedere il rasoio con cui si faceva la barba: aveva sempre tanto così di ruggine, ed era pieno di sapone, di capelli e di lerciume. Mai che lui lo pulisse, niente. Lui era sempre tutto in ordine, ma a conoscerlo come lo conoscevo io in segreto era un sudicione. Si lisciava per farsi bello perché si amava alla follia.").
..
Ogni cosa per lui è ‘maledetta’ o ‘dannatissima’, e se nomina la ‘vecchia Phoebe’ non è altri che la sua amata  sorellina.      Eppure il tema esplicito della narrazione non è la rabbia del protagonista. L'apparente sciattezza stilistica (il libro è volutamente trasandato e non chalantico)  era una forma di rifiuto del perbenismo della piccola borghesia americana e della letteratura 'popolare' o la classica accondiscendente 'vulgata lectio'. Holden è un ragazzo confuso che non accetta di buon grado la struttura socio scolastica familiare e culturale in cui si trova fatalmente a crescere. L'ingresso fra gli adulti, la propria parte nel mondo, è un passaggio arduo da apprendere e da reinventarsi. Il suo caro professor Antolini, in finale di romanzo, gli suggerisce saggiamente la seguente massima: "Ciò che caratterizza l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa." ️  

J. D. Salinger. Il giovane Holden. Einaudi                      

17 gennaio 2016

"Non è che l'inizio" di Gianni Quilici



Zeta, nikon a tracolla, mentre scende le scale
lettera di Fortunata Romeo

 Caro Gianni,
                       leggere il tuo libro, è stato sommare immaginazione ad immaginazione.
L’immagine di te, amico virtuale, e l’immagine di te che in qualche modo scaturisce dal tuo testo.
Strani modi di conoscersi anticipando l’altro nella nostra fantasia.

Veniamo al libro… dico che ne ho tratto spunti per costruire un’immagine di te perché, pur non conoscendoti di persona, mi pare che molto materiale sia autobiografico… lo si capisce sia dalle passioni del protagonista, foto, politica e bicicletta, di cui spesso parli nei tuoi post su Facebook, ma ancor di più lo si percepisce dal tono del raccontare , diaristico e legato ad un punto di vista in prima persona dove intuisco vissuti personali, anche se tu avverti di non cadere nell’errore di identificare autore e protagonista…

Il libro mi è piaciuto … è vivo , avvincente proprio perché trasuda passione per la vita.
Prevale un senso eroico, epico dell’esistenza. La ricerca di un orizzonte , di un oltre , di un senso.
Una ricerca ineludibile, sofferta, vissuta prima di tutto fisicamente. Una ricerca che parte dalle sensazioni osservate.

Il corpo è centrale nel libro. La mente osserva e cerca di cogliere,  di fissare attraverso la scrittura e i taccuini d’appunti che d’urgenza sono chiamati a testimoni, ma è il corpo che si impone.
“ Ho una penna ? Sì, ce l’ho! Avrei bisogno di un foglio. Voglio scrivere. Voglio cogliermi ora, qui”
 in questa frase c’è il sapore del libro, quella necessità di osservare se stessi , cogliersi, non restare evanescenti.

Il senso non può prescindere dalla carnalità, non può essere puramente intellettuale, è la carne che dà corpo alle passioni, che siano erotiche o politiche… La fame del corpo s’intreccia  e riflette quella dell’anima. Una smania di cogliere la pienezza,  ma anche un’ irrequietezza da colmare bulimicamente con sensazioni, sesso, corse, libri, cibo…

Si coglie la difficoltà di vivere la normalità, il lavoro di insegnante, la politica, lo stare nel mondo.
Ti sono grata di aver espresso questa tensione in cui è stato facile rispecchiarmi , di aver avuto il coraggio di proporre un personaggio che non si accontenta delle piccole cose, un personaggio esuberante, acceso, inquieto,  contradditorio, vitale.

Le donne gli fanno da contorno, quasi senza una vita autonoma. Solo Eloisa a tratti acquista contorni suoi propri.

Le vicende erotiche perdono però di interesse, man mano che il libro va avanti, per una certa tendenza che ho notato a giustapporre i fatti, gli incontri in questo caso, senza una dinamica che tenga alta la tensione. Nella vicenda politica, in quella dell’insegnante e nella storia con Eloisa invece, hai saputo creare uno svolgersi dei fatti che mantiene alto l’interesse.

Un’ultima nota sullo stile, asciutto, essenziale, con frasi brevissime che segnano il ritmo incalzante.
Avrei tagliato anche con più incisività, l’avrei fatto ancora più secco tagliando qualche periodo un po’ troppo elaborato, ma nel complesso trovo la tua scrittura viva nelle sue piccole imperfezioni, interessante.

Un uomo vivo che scrive di un uomo vivo.
Mi accorgo che le parole vivo, vita, ricorrono spesso in questo mia lettera, non saprei trovarne altre di più azzeccate per parlare del tuo testo.
E se un testo vive vuol dire che ha un senso averlo scritto.
E…non è che l’inizio..

Grazie
            Fortunata

Gianni Quilici. Non è che l’inizio. Tra le righe libri. Euro 13,00.




13 gennaio 2016

"Una bambina senza stella" di Silvia Vegetti Finzi



di Patrizia Fistesmaire

"Una bambina senza stella" di Silvia Vegetti Finzi:  molto leggero e al contempo toccante.
Sfiora l'interno del Sé bambino e si fissa alle pareti della memoria.

È la biografia di una grande psicoanalista che ha deciso di narrare in terza persona la bambina che è stata, cosìcchè il lettore possa avvicinarsi umilmente senza rimanere attratto da un narcisismo che seduce. La bambina psicologa dei bambini avrebbe potuto attivare curiosità violente, invece no.
È in terza persona che la bambina senza stella si muove nella storia e accanto l'autrice regala una piccola descrizione del senso attraverso la teoria psicoanalitica.
È la bambina che attraversa la storia, a cavallo di un periodo storico che poteva ucciderla e non lo ha fatto.

Come tutti i bambini è piena di risorse per affrontare la vita, difese dell'Io solide e flessibili al contempo. Stare con la bambina a cavallo del tempo e della storia significa accettare di guardarsi dentro e dunque accogliere i richiami dell'infanzia; vedere, sentire la bambina che gioca sulla spiaggia di Pozzallo oppure tra le macerie di Nablus.
La bambina senza stella parla per tutti i bambini del mondo.

Silvia Vegetti Finzi. Una bambina senza stella. Rizzoli.

12 gennaio 2016

"Le bugie" di Ilaria Stabile


                                                                                                    Ilaria Stabile

Quando ci si guarda allo specchio, a cosa si pensa?
C’è a volte la sensazione che, col tuo corpo, non rispondi esattamente a quel che vuoi?
E ti ritrovi lì, a guardarti…a pensare a quel che hai fatto, finanche a quella particolare espressione che hai assunto…proprio allora, in quel momento, si! proprio quella.
Perché, anziché restare immobile a chiederti, sbalordita a camuffar la delusione, silenziosa a tacitare le tue emozioni, esplosiva nell’esser proprio quella che non sei, non sei sbottata a…
…ridere per esempio, o a…
…piangere per esempio o ancora a…
…parlare per esempio…
Parlare per esempio.
La cosa più brutta è la bugia, quella che racconti a te stessa
Un contrabbando
Quel contrabbando di te che non riesci neanche più a reggere
Sei cresciuta e, di pari passo, le tue bugie non riescono a mentirti più fino in fondo
Si…quelle bugie che spesso ti racconti, sulla vita, sugli altri ma soprattutto
Su di te…quelle che, al momento dell’apparire dell’autenticità di te,
nel suo puro e semplice respiro vitale e ribelle,
scendono in campo….e perché poi?
Per un desiderio? No, quello può aspettare.
Tu no.

11 gennaio 2016

“Terapia di coppia per amanti” di Diego De Silva



di Fortunata Romeo

Questo è un libro che attrae e respinge al medesimo tempo.
Attrae perché è scritto bene, divertente, ironico, mai banale, ricco di citazioni musicali, di digressioni piacevoli, capace di creare quell’interesse che ti porta a leggerlo d’un fiato.

 Attrae perché è vivace nell’alternarsi delle voci dei protagonisti , Modesto  e Viviana, coppia di amanti  che si raccontano in prima persona .
Lui musicista, sembra vivere l’amore con Viviana senza porsi troppe domande, tirando a trascinare la situazione,  mentre lei cerca una definizione, una forma da dare al rapporto che superi il limite della precarietà.
Lei vuole  “sapere cosa siamo” . Lui tergiversa perché sa che la vera domanda è “decidere se stare insieme o lasciarsi”.

Attrae perché sa arricchirsi  amabilmente  di altri personaggi riusciti come il padre di Modesto, cacciato via di casa e amante non pentito di una ventottenne o  lo psicanalista di fama televisiva, a cui i due si rivolgono per una terapia di coppia, anch’egli alle prese con una ragazzina.

Attrae perché è così maledettamente reale, per nulla assurdo nella sua apparente provocatorietà che parte dal titolo: “Terapia di coppia per amanti” potrebbe sembrare una contraddizione, ma solo se continuiamo a dar per vero un mondo che non esiste  più. Le coppie di amanti non rappresentano solo un rifugio appassionante a matrimoni infelici, ma risentono esse stesse delle difficoltà a vivere le relazioni d’amore.
Il valore che hanno queste relazioni, che oggi appare ingiusto chiamare clandestine, giustifica la lotta per tenerle in vita. Questo dice il romanzo e nessuno di noi può dirsene stupito.
Un romanzo su di noi ed i nostri amori. Un romanzo contemporaneo.

Eppure allo stesso tempo non convince fino in fondo.

Respinge. Lascia la sensazione che sia un esercizio di scrittura, un esercizio riuscito di stile, che non sappia mai portarti oltre, che ti lasci come ti ha trovato.
I personaggi e le situazioni hanno qualcosa di stereotipato soprattutto nelle differenze uomo/donna spesso troppo all’interno di clichè ( l’uomo che vuol dormire dopo fatto l’amore mentre lei vuol parlare, la donna che vuol dire fare l’amore mentre lui dice scopare, la donna che vuole andare in terapia, mentre lui rifiuta…)

Respinge perché manca  di quella vaghezza, di quello sguardo oltre il contingente, di sfumature impreviste.

Manca di quella profondità che unisce in un filo gli amori di ogni tempo.
Quello che è la sua qualità cioè la divertente cinica leggerezza, appare anche come il suo limite. Non ti trasforma quando lo leggi, ti lascia quel che sei. Anche se quel che sei ti sta soffocando. E leggi per trovare un oltre.

Adatto ad una facile conversione cinematografica, una commedia di amori clandestini e contrappunti musicali di qualità, lo salvi perché ti lascia il dubbio che la mancanza di orizzonti che lo rende angusto sia quella di gran parte del nostro vivere quotidiano.

Diego De Silva. Terapia di coppia per amanti. Einaudi 2015




03 gennaio 2016

"Il conflitto" di Angelica D'Agliano



Jackson Pollock
Leggendo Stephen King o altri altrettanto amati e famosi, c’è, nello scrivere, tra le tante forze, quella di procrastinare e quella del tendere a qualcosa. Esse si comportano come un corpo elastico e a suo modo resiliente che si muova in grande efficienza.
Partivo un po’ da questo pensiero. Seduti a un tavolino di bar si chiacchierava di uno dei miei ennesimi tentativi di racconto o di romanzo. Il barista pestava del ghiaccio in due bicchieri e le sedie erano foderate di nylon.
  "Sarò davvero un scrittrice?", ti domandavo.
E tu facevi il gesto del Cristo, siamo ancora a ‘sto punto? Proseguiamo!, in realtà tiravi un pizzicotto al tuo trilby vuoto sulla spalliera e al massimo dell’impazienza incalzavi:
  "Sì, bello, tutto molto bello, ma dov’è il conflitto?".


Il conflitto.

E’ quella cosa che lavora sotto alle storie: un desiderio, un oggetto miracoloso, un amore, un chiarimento  necessario quanto taciuto.
Il conflitto. Un personaggio femminile al tavolo con gli occhi chiusi e un lucido deretano di penna fra le labbra. Un cancello discosto. Un uomo che entra in una stanza dove tutti ammutoliscono. Una gelosia, ma non il sentimento, proprio una giöxîa come in lingua genovese e, da lì, una luce.
Ci sono delle regole per parlare al prossimo e non si possono infrangere.
Anche io avvicino una mano al tuo trilby ma poi faccio il gesto dell’aspetta, aspetta. Tutto sotto controllo.
In realtà anche io cerco di raccontare qualcosa. Solo che, chissà come, non è mossa dai morbidi o bruschi squilibri del conflitto, non è insomma un fluire o un ingorgarsi delle psicologie o delle circostanze verso luoghi di differente pressione, in cerca dell’omogeneità, della pace.


Ma allora cos’è?

Non so come mi venga in mente, ma sul cruscotto della macchina tengo un kazoo, grazioso membranofono dildoide al quale appoggiare le labbra ogni volta si desideri essere liberati dalla propria voce naturale.
Soffiando, non succede niente. Ma basta un sussurro ben inferto e la lenticola di carta velina infissa al suo centro, finalmente vibrante e autonoma, comincia a parlare con te. Informicola le labbra, confonde la saliva e i succhi dei denti, sintonizza il cervello lungo un’equatore sottile, da orecchio a orecchio. Non ingannarti. Non sei tu. Semplicemente aspettava qualcuno come te. Ecco, questo è forse un conflitto?, mi domando.


" Non saprei" ti rispondo a voce alta, sconfitta. E non so mai andare oltre.



01 gennaio 2016

"Le affinità elettive" di Johann Wolfgang Goethe



            L'attualità del classico

 di Angelica Grivel

‘Le  affinità elettive’: titolo esatto, perfetto, esaustivo, ineccepibile. Ed é soltanto l'esordio. La veemenza dello scritto si manifesterà con tanta efficacia nello scorrere delle pagine, meglio se lo si assapora centellinandolo in modo da gustarne le molteplici e celate sfumature di classe.
Una domanda mi suscita immediatamente: come si può affrontare la complessità di Wolfgang Goethe al giorno d’oggi? Come si può aprire questo volume possente e romantico in tale periodo di evoluzione digitale?

La risposta è semplice: Goethe si offre a nuove generazioni di lettori con l’intatta freschezza di un classico che non finisce di stupire e intrigare per la sua modernità. Ecco, quindi, perché il romanzo di Goethe può essere effettivamente chiamato ‘un classico’. Infatti, nonostante sia stato composto tra il 1808 e il 1809, l’opera ha tutti i crismi per essere considerata tale, in quanto ‘è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona’ (Italo Calvino). Non si tratta, dunque, del tipico romanzo dotato di appeal d’impatto: non è come quelle opere potenti e crudeli che colpiscono il lettore  come una gelida secchiate d'acqua che che inopinatamente t'inzuppa. Essendo io una ragazza di soli quindici anni, non ho la pretesa di voler leggere sottotraccia e voler capire tutte le dinamiche filosofiche erudite della scrittura di tal genio, nonostante sia una lettrice  appassionata e selettiva. Tuttavia, sono figlia del mio tempo. E questo è un libro, sia detto, estremamente sofisticato, 'con una compenetrazione tra concretezza plastica e idea, tra spiritualizzazione e incarnazione, un permearsi reciproco dell'elemento ingenuo e di quello sentimentale, là dove forma l'elemento plastico e quello critico, ciò che forma il poeta e ciò che forma lo scrittore, portano i nomi di sensualità e di moralità, o quelli storici di cristianesimo e di paganesimo.' (Thomas Mann, lui sì che riesce a tradurre il mio pensiero critico!). Durante la lettura di quelle pagine ho però riscontrato una verità universalmente riconosciuta, ed è stata per me un momento di soddisfazione neo conoscitiva, di gioia gnostica:  “Gli uomini pensano più al particolare, al presente, e con ragione, poiché essi sono chiamati a fare, ad agire; le donne pensano più alla catena di conseguenze ond’è intessuta la vita, poiché il destino loro e delle famiglie è legato a questo nesso…”

La trama del romanzo è intricata, affascinante e avvincente: privi di ogni sorta di preoccupazione, il giovane e ricco barone Edoardo e sua moglie Carlotta sono votati alla cura della loro tenuta, della casa, del giardino, e si dedicano alla lettura e alla musica, ma il loro destino è già in agguato, pronto ad irrompere nella quiete della loro esistenza. La coppia, infatti, invita al castello un amico storico di Edoardo, soprannominato ‘il Capitano’, e poi la fragile nipote Ottilia, ed ecco che si scatenano le  cosiddette ‘affinità elettive’. Edoardo s’innamora di Ottilia e Carlotta del Capitano, anche se, mentre Edoardo, capriccioso, viziato, egoista ma anche frivolo e dotto, ambisce solo a realizzare i propri sogni e ad assecondare le sue esigenze e passioni, Carlotta, moderata, riflessiva, attenta e razionale, obbedisce alla ragione, cercando quindi di non farsi travolgere dalla passione. Dal canto suo, il Capitano è assimilabile quasi alla versione maschile di Carlotta: meticoloso, coerente, accorto, giudizioso. Ottilia appare in principio come un frutto richiuso: non è né brillante, né spigliata, né tantomeno loquace, ma per straordinaria metamorfosi, nel castello si rivela comunicativa, intelligente, luminosa e benefica. Tra i quattro personaggi, in magica alchimia, si accendono inarrestabili le affinità elettive, e irrimediabilmente turbano l’esistenza serena sulla scena, e nulla può frenarle, né ragione, né virtù. (‘Le affinità cominciano a diventare interessanti quando producono separazioni’- Edoardo).

E’ coinvolgente e suggestiva soprattutto l’analisi psicologica dei personaggi, così rustici e raffinati in modo antiquato, eppure così nuovi e sempre attuali: Edoardo è egocentrico, un ambizioso incompetente (si cimenta in vari campi concernenti soprattutto la cultura, ma di rado riesce), psicologicamente immaturo; invece, Ottilia è ‘la più dolce figlia della natura che sia uscita dalle mani di un artista’ (Thomas Mann), pura, sensibile, altruista e sempre attenta al prossimo (In assoluto, il mio personaggio prediletto per la sua spietata sensibilità). Carlotta e il Capitano sono due caratteri realisti: agiscono con metodo e ragione, ma sovente in modo errato. In particolare, Carlotta è ‘tra il lusco e il brusco, costantemente piuttosto seccata’, impaziente, iperattiva, desidera cogliere l’attimo senza però pensare alle conseguenze che un suo qualsivoglia gesto avrà sul suo futuro.

La vicenda si svolge in un luogo imprecisato della Germania, in un anno indeterminato del diciottesimo secolo, ed è un bazar di emozioni, infingimenti e meticolose osservazioni intime.
Questo è stato per me un libro ipnotico nel divenire, un susseguirsi di piccole epifanie sul ‘sentire’ umano, ma altresì sulla scrittura perfetta. E’ un libro che parla di vite splendidamente descritte, con una certa perfezione plastica ma che nulla toglie alla credibilità dei personaggi, così dolenti eppure pieni di speranze rinnovate, e dunque affascinanti, capaci di suscitare emozioni e desiderio di emulazione.

Non perdete questa opera, anche se ad una prima lettura potrebbe sembrare ardua, obsoleta e vieta; non riponetelo sullo scaffale, ma affrontatelo con ottimismo e interesse: ne vale la pena.

Johann Wolfgang von Goethe. Le affinità elettive.