23 ottobre 2012

"La collina del vento" di Carmine Abate




di Mirta Vignatti

Ecco finalmente un bel romanzo, scritto bene da chi sa davvero scrivere bene. Qualcuno potrebbe rilevare che lo sviluppo di una microstoria familiare che cavalca tutto il Novecento e si fa specchio di vicende della Storia maggiore non è una novità come spunto narrativo, e infatti anche a me il primo paragone che è venuto in mente è stato quello con “Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia.

In entrambi i romanzi si raccontano generazioni che si succedono nello stesso arco di tempo, entrambi ambientati in territori marginali del meridione d'Italia (la Calabria ionica nel libro di Abate e la Basilicata in quello della Venezia) e con tipologie simili di famiglie patriarcali e contadine che consentono ai due autori di offrire una prospettiva della Storia dal '900 ai giorni nostri, vista attraverso gli occhi di quelle classi deprivate e subalterne. 

Ma se in tutti e due i casi la lettura è parimenti coinvolgente e suggestiva, mi sembra di poter notare che ne “La collina del vento” la materia narrativa sia stata trattata in maniera meno antropologica e più “politica”, sottolineando sempre Abate quel male endemico del suo territorio: prima i soprusi dei grandi latifondisti, poi a seguire le prepotenze e le violenze dei gerarchi locali, la criminalità, le speculazioni edilizie, il potere diffuso della 'ndrangheta. Il tutto in un territorio magico, baciato da una natura benigna e custodito amorevolmente dalla famiglia Arcuri, i cui esponenti si oppongono con le unghie e con i denti ai diversi tentativi di usare a fini speculativi quelle terre.

La scrittura di Abate trasuda del grande amore che egli nutre per la sua collina. Si percepiscono i colori e gli odori del Rossarco, si sentono il vento soffiare e i rumori del lavoro agricolo su quei terreni a volte duri e pietrosi; si condivide l'entusiasmo degli Arcuri quando si dà inizio a saggi archeologici alla ricerca della mitica città della Magna Grecia, i cui resti vengono in superficie quando la terra viene dilavata dalle piogge: monete antiche, vasellame, resti umani ecc.

Grazie a questo afflato, la collina e le generazioni degli Arcuri acquisiscono la forza, la valenza e la dimensione del mito: Abate sceglie di riportare in maniera “verista” i dialoghi dei suoi personaggi, ma lo sguardo retrospettivo di chi racconta li nobilita e trasfigura. La scrittura si fa poetica, ispirata e tesa, ed emergono a tutto tondo le forti tempre degli esponenti di quelle generazioni (uomini e donne), custodi di un territorio di cui si coltivano i sogni ma non si tacciono i mali, che sono quelli che possono far identificare questo sud di Abate con qualunque altro sud del mondo.

La rondine bianca, tanto cercata e che sul finire si vede volare alta nel cielo, è il simbolo della unicità e della verginità di quella collina e di tutto quel territorio che -senza valori etici ed ecologici condivisi- rischiano l'estinzione a forza di scempi, speculazioni e falsi miti del progresso.

Personalmente non credo molto ai premi letterari, immaginando quante pressioni ed interessi possano esservi dietro (vedi Strega), ma nel caso de “La collina del vento” il Premio Campiello 2012 mi sembra sia stato davvero ben assegnato.
E, guarda caso, lo stesso Premio Campiello fu vinto -e con le stesse motivazioni- dall'ottima Mariolina Venezia nel 2007 proprio per il suo “Mille anni che sto qui” che si citava all'inizio.

Carmine Abate, “La collina del vento”, Mondadori 2012

17 ottobre 2012

"Gli incendiati" di Antonio Moresco




di Mirta Vignatti


Era da tempo che cercavo di confrontarmi con la difficile scrittura di Antonio Moresco. Vi giravo intorno incuriosita dalle asperità del personaggio: un mix di polemista, battitore libero, camminatore che parte da Milano per arrivare a piedi fino a Napoli (Scampia), colui che ha lottato per più di vent'anni per farsi pubblicare i libri, “colui che ha il mondo (editoriale) in gran dispitto”. 

Certamente Moresco si è cucito addosso negli anni un alone di “clandestinità”, di agitatore, di sovvertitore della calma piatta nella quale versa da anni l'establishment culturale italiano, di cultore del dissenso come nessun altro. E questo -dopo gli anni della militanza nell'estrema sinistra- a forza di prese di posizione alternative, fondando riviste nel web e poi uscendone per contrasti con i compagni di strada (“Nazione Indiana”), attivando il sito e il blog “Il primo amore” e continuando la sua funzione di “provocatore” con i suoi libri, dolorosi, spiazzanti e “diversi”. Tipologie intellettuali simili o accostabili almeno in parte a quella di Moresco potremmo trovarne nel mondo letterario italiano, e non sono tutti figli o figliastri di Pasolini: Guido Ceronetti, per esempio, Walter Siti, o Sebastiano Vassalli, o -in qualche modo- Ascanio Celestini ed Emanuele Tonon, per non fare che i primi nomi che mi vengono in mente. Ma Moresco, proprio grazie alla sua scrittura personalissima e al senso che egli dà allo scrivere, va ad occupare un posto tutto suo, ed in splendido e voluto isolamento.
 
La lettura de “Gli incendiati” mi ha rivelato infatti una cifra stilistica e una poetica di questo scrittore difficilmente riscontrabili in altri suoi contemporanei italiani. Vi ho trovato in certe parti qualcosa che mi ha portato reminiscenze del troppo presto dimenticato Guido Morselli (“Il comunista” e soprattutto “Dissipatio H.G.”), e anche nella stessa vicenda personale ed esistenziale di Morselli vedo molti punti di contatto con Moresco: i continui rifiuti editoriali, il dolore cosmico, le delusioni che porteranno Morselli al suicidio mentre in Moresco fortunatamente solo rabbia e scrittura aggressiva. Come in “Dissipatio H.G.”, ne “Gli incendiati” c'è l'evocazione di mondi estraniati, allucinati, onirici con uno sguardo inizialmente visionario e surreale.
 L'incipit fa subito pensare al Mersault di Camus o all'Autodidatta di Sartre, e quindi il punto di partenza è la solitudine, il vuoto esistenziale, lo sconcerto trasmesso dalla realtà. Ma subito dopo -in un romanzo costruito senza cesure, senza capitoli, con una velocità di scrittura e una contaminazione di generi che lascia il lettore senza tregua- con l'apparizione della dea ex-machina (la misteriosa bionda circassa dai denti d'oro) si entra già in un clima da incubo, da disturbato e disturbante sogno- delirio.
 E qui viene il nodo da sciogliere. E' un libro riuscito questo di cui stiamo tentando di dar conto? Penso che probabilmente “Gli incendiati” non piacerà a molti. Direi addirittura che magari è stato scritto anche per non piacere, perché il “mi piace” e il “non mi piace” sono categorie che non interessano a Moresco. Credo che a lui interessi soprattutto smuovere il lettore, spiazzarlo, mettergli in discussione le certezze, anche quelle canoniche della pagina ben scritta, di accettabile comprensibilità e con le parole giuste al posto giusto. La letteratura in tempo di crisi, per Moresco, non può non essere interfaccia a tutti i cortocircuiti della crisi: la disonestà, l'opportunismo, la violenza, l'osceno, l'immoralità, il dio denaro, l'odio, la sopraffazione. E poiché il nostro mondo in crisi è governato dal caos (i “Canti del caos” sono la summa della poetica di Moresco), lo scrittore non può che rappresentarlo con una scrittura che si fa anch'essa caotica, nella grammatica, nelle immagini e nell'accumulazione di sequenze.
 “Gli incendiati”, da un punto di vista narrativo, procede infatti per sequenze quasi filmiche: dopo la fuga dal mondo dei suoi simili (e non trova di meglio che rifugiarsi in un Hotel con annessa spiaggia e popolato da turisti e bagnanti) il protagonista-narrante continua la sua fuga per salvarsi da un incendio improvviso, di valenza fortemente allegorica e in un clima da girone dantesco. E' questo il momento in cui viene avvicinato dalla bionda circassa dai denti d'oro. Prima c'era stata una successione di immagini fatte della stessa materia dei sogni: possono venire in mente certi frammenti da “La città delle donne” a “La voce della luna” di Fellini (ma in quest'ultimo caso la fonte più diretta mi sembra il testo da cui è stato tratto il film, “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni). Poi prende corpo la figura femminile, la bionda misteriosa dalla pronuncia straniera, e da qui in poi c'è un mix di generi e una saga di citazioni che va dal “Kill Bill” di Tarantino (la donna ricorda per certi versi Uma Thurman, ma ha anche qualcosa della Lisbeth Salander del Millennium o della Aomame di M. Haruki) a “Eyes wide shut” di Kubrick (la scena dell'orgia in villa, qui frequentata da ricchi e depravati russi), passando attraverso “Prima della pioggia” di Manchevski per quanto riguarda le scene di guerra e di violenza nei Balcani. Il viaggio verso Est è un pellegrinaggio attraverso l'odio e la violenza, per Moresco insiti nell'uomo, e si conclude con scene surreali di combattimenti tra vivi e morti, in un clima funereo probabilmente ispirato dalle atmosfere infernali e allegoriche de “Il trionfo della morte” di Peter Brueghel il vecchio, ancorché noto -in palinsesto- rimandi a certi fumetti noir di scuola latino-americana e anche a certe scene futuribili di Moebius e di altri autori di “Metal hurlant”. (E questi accostamenti di sacro e profano, di alto e basso, sono movimenti tipici della scrittura di Moresco).

Una scrittura che attraversa paesaggi e ferite, archetipi, mostra figure e allegorie senza volerle spiegare, spalanca porte sul vuoto e sulla violenza che potrebbero essere il nostro futuro; una scrittura fauve, si potrebbe definire, che privilegia toni e colori forti, carnalità ed eccessi, che scardina grammatiche e repertori lessicali consueti, e abbozza una sintassi del delirio sconquassando le stesse regole della visionarietà. Le ultime pagine sono cosmiche e paniche al tempo stesso, e colgono il lettore con il fiato in gola, dopo averlo accompagnato attraverso il caos per tutto il libro; qui la metafora del fuoco chiude la sua circolarità acquisendo una dimensione assiologica e -se vogliamo- dantesca, in quel “tornare a riveder le stelle”. 
Un libro dunque anarchico, eretico, sovversivo, “incendiato” e incendiario, che tenta di dar conto dell'insostenibile pesantezza dell'esistere descrivendola dal punto di vista del proprio personale caos interiore. Un libro da leggere nonostante tutte le perplessità che potrebbe trasmetterci. Da leggere proprio perché lascia nella mente del lettore quesiti, dubbi, stimoli, voglia di capire: aria fresca per le nostre menti.



Antonio Moresco, “Gli incendiati”, Mondadori 2011.
 

“Il Professor Carlo Barsotti, fondatore del Circolo del Cinema di Lucca” di Mario Rocchi

circoloVia Fillungo n° 124. Gli anni del dopoguerra, quelli dell’egemonia democristiana, poi della contestazione, quelli di piombo, fino agli inizi del carrierismo rampante, quelli del più bieco comunismo, il corrispettivo specchio cinematografico, passano per me tutti da questa stanza, ufficialmente sede legale e di fatto del Circolo del Cinema.

 Nel direttivo io ci entrai poco più che ragazzo. Mi ero fatto conoscere, oltre che per l’assiduità alle proiezioni (eravamo talmente in pochi la domenica mattina, che ci conoscevamo più o meno tutti) anche per una lettera che avevo scritto alla rivista Cinema protestando per l’uscita del Circolo dalla FICC, uscita avvenuta all’insaputa nostra dicevo, pensando, ingenuamente, che anche i soci dovessero dire la loro. Io capii il mio errore, ma ne venne fuori ugualmente una polemica al termine della quale, per “premio”, fui chiamato nel direttivo.

L’attività cominciava di autunno e continuava, con cadenza settimanale, fino a primavera inoltrata. Ed anche le riunioni del Barsotti erano frequenti. Il Presidente era sempre in prima linea, cioè conduceva la seduta proponendo i vari film e partecipando sempre attivamente alla discussione che spesso ne veniva fuori. 

Era anche un grande mediatore. Riusciva sempre a far quadrare il bilancio ideologico attraverso una sovrintendenza culturale. Perché nel direttivo tante erano le idee, anche quelle politiche. Ed a volte era baruffa. Ma il Barsotti, pur essendo strettamente legato alla sua idea politica (era “liberale” nel vero senso della parola), rispettava le idee di tutti, pur professando con convinzione le sue.

 E così era per il cinema. La sua passione per i classici non era altro che una base per meglio approfondire i moderni. Così che quando capitava anche il cinema più avanzato, era il primo a volerlo presentare, teso com’era alla ricerca del buono nel nuovo. 

In fondo il cinema, quando fu fondato il Circolo, era sempre un’arte nuova, che andava ancora studiata e scandagliata, ed il Barsotti fu il primo ad avvicinarsi ad esso con questo spirito. Fu il Barsotti a voler presentare, provenienti direttamente dalla mostra di Venezia, i film giapponesi di Kurosawa, di Mizoguchi, di Ichikawa, che venivano proiettati in lingua originale. Questi spettacoli erano tutti frutto dell’interesse e della dedizione del professor Barsotti.

Il ritrovarsi allora a casa del Barsotti era un simpatico appuntamento settimanale, un rivedersi per parlare e discutere non solo di cinema. La cultura e l’esperienza culturale del Barsotti erano talmente ampie che i discorsi spaziavano in lungo e in largo, con il pieno rispetto delle opinioni che spesso erano contrastanti. 

Ma in primo piano c’era sempre la cultura cinematografica e si può ben dire che attraverso di essa, tutti noi che gli eravamo vicino, abbiamo scoperto anche il gusto di “sorseggiare” le altre arti, ad iniziare dalla letteratura. 

La sua lotta, nei tempi duri, per salvare il Circolo, fu encomiabile quanto il suo attaccamento ai valori più alti dell’arte cinematografica. Quando il cineclub aveva pochi soci, i dirigenti supplirono anche di tasca propria i deficit e il Barsotti era sempre il primo ad impegnarsi e a dare l’esempio anche il lavoro fisico magari riportando personalmente in bicicletta alla stazione ferroviaria, prima di recarsi ad insegnare, le bobine che dovevano essere rispedite immediatamente. Si sa che oggi queste cose sembrano favole, ma così era.

Insomma il Barsotti era tutto per noi. Era, da giovanissimi, un po’ il tutore della nostra educazione cinematografica, ma anche successivamente, l’indicatore culturale, un punto di riferimento che, da maturi, per me e per gli altri, è sempre stato importante per dare più sicurezza alle nostre convinzioni.

da  Circolo del Cinema. “50 anni. (1948-1988)”. a cura di Gianni Quilici.

14 ottobre 2012

"Parenti lontani" di Gaetano Cappelli




di Mirta Vignatti

Ho letto, dopo tanto parlare che se n'è fatto, “Parenti lontani” di Gaetano Cappelli. Be', devo proprio dirlo, una grande delusione. Chi era che pronunciava quel giudizio lapidario su “La corazzata Potemkin”, Paolo Villaggio? Ecco, userei la stessa frase tale e quale per questo romanzo (non certo per il film di Eizenstein).

Dopo un inizio passabilmente gradevole, in cui si comincia a descrivere la triste vicenda del protagonista rimasto orfano di entrambi i genitori in tenera età e allevato da una nonna severissima e intrattabile, la narrazione si perde in mille rivoli fatti di banalità e stereotipi e non si solleva da un registro sgangheratamente comico e insopportabilmente monocorde. 

Qualche scena felice volendo si potrebbe trovare, di quelle che sarebbero piaciute a un Samperi e che fanno subito pensare a “Malizia”, come quella del protagonista che ad appena 7 anni si mette a letto con la cugina già signorinetta, crogiolandosi nel tepore delle sue enormi tette. Solo che il romanzo di Cappelli è un continuo inanellare episodi e memorie di questo genere per ben 500 pagine, e credo che questo genere comico-triviale, senza variazioni e dilatato così a lungo, non possa non finire per stancare il lettore. 

Il rischio è infatti che tutta quella comicità pesante, ripetuta, da caserma, per ottenere la quale non si tacciono flatulenze, estenuanti attività onanistiche prima, frenetiche copulazioni poi (ma possibile che in quel paesino della Lucania tutti -uomini e donne- siano così assatanati e non pensino ad altro?) - finisca per trasformare il romanzo in un calco delle sceneggiature di quei film con Alvaro Vitali che fa l'arrapato cronico che guarda le bellone di turno dal buco della serratura.

 Insomma, un libro che ricorda pericolosamente quel clima pesante, volgare, “zozzo” delle barzellette a sfondo sessuale che si raccontano studenti brufolosi in piena tempesta ormonale o delle fandonie di cui usavano vantarsi i militari in libera uscita spacciandole per vere. Per non parlare di tutti i banali luoghi comuni che infarciscono la parte che si svolge negli Stati Uniti, una sequela di macchiette logore e davvero improponibili.

Rimane da chiedersi come Antonio D'Orrico abbia potuto scrivere in quarta di copertina: “Il Grande Romanzo Italiano esiste e si intitola Parenti Lontani. Lo ha scritto Gaetano Cappelli” (Le maiuscole sono di D'Orrico). Non dovrebbe bastare essere colleghi nello stesso quotidiano per abbassarsi a tanta piaggeria. Ne va della propria credibilità.

Gaetano Cappelli, “Parenti lontani” - Marsilio 2011.

09 ottobre 2012

Su tre romanzi di Carmine Abate




di Mirta Vignatti


Prima di proporre un commento dell'attuale e pluri premiato “La collina del vento”, ho ritenuto più opportuno recensire la precedente produzione letteraria dell'ottimo Carmine Abate, in modo da poterneevidenziare l'evoluzione sia della scrittura che della scelta dei contenuti.

La festa del ritorno

Nel romanzo “La festa del ritorno” (2004) l'autore ci descrive, con quel tanto di autobiografico che contraddistingue tutta la sua narrativa, un bellissimo rapporto padre-figlio, con tutti i nodi e le asperità dovuti alle lunghe assenze del genitore emigrato in Francia che il ragazzo soffre in maniera profonda.
 
La vicenda narrata prende le mosse dal momento della festa organizzata per il rientro del padre in paese e si sviluppa sul filo della memoria, con i vari episodi della vita del ragazzo vissuti in assenza del genitore che si intersecano con il tempo presente (la festa e i suoi momenti).

Il tutto in una Calabria rurale e silvestre e in particolare in una delle comunità “arbereshe” parlanti l'antico albanese, che arricchisce il libro di un clima arcaico-familiare e di un impasto linguistico in cui Abate recupera intelligentemente la lingua preziosa e relitta della sua infanzia e dei suoi antenati, e quindi della memoria come testimonianza.

Un libro apprezzato a suo tempo da gran parte della critica più titolata, che ha saputo ben vedere in Abate non solo una nuova e promettente voce del nostro Sud, peraltro già ricco di numerose e importanti figure letterarie, ma uno scrittore dotato di forte tempra intellettuale, che affronta la questione meridionale raccontando l'emigrazione senza retorica, la povertà di mezzi e strumenti culturali del popolo sottolineandone però sempre la ricchezza d'animo e di sentimenti e i saperi “altri”, e che dà vita alle lingue reali del popolo utilizzando uno stile espressionistico-letterario sulla scia di Vincenzo Consolo, non a caso uno dei suoi primi estimatori.
 
Il muro dei muri

Nella raccolta di racconti “Il muro dei muri” (2006), pubblicata da Abate prima in Germania durante gli anni trascorsi lavorando in quel paese e poi da lui stesso tradotto in italiano, l'autore ci offre una visione a tutto tondo dei nostri emigrati, con tutti i loro problemi linguistici e di inserimento, lo sfruttamento che hanno dovuto subire (anche da parte di connazionali che procacciavano mano d'opera in nero nei ristoranti e nell'edilizia), lo squallore di una vita vissuta in situazioni abitative improponibili, privi di qualunque conforto affettivo e dignità sociale. 

Abate comunque non indulge mai nel pietismo né cade negli stereotipi: semmai ci propone un'interessante lettura dell'emigrazione, fatta -come scrive- di gente con il corpo altrove e la testa ancora nel proprio paese: uomini divisi che sono e rimangono stranieri sia nella terra del lavoro che in quella d'origine, dove quando rientrano vengono chiamati dai paesani “germanesi”, avendo già acquisito comportamenti che li rendono non più riconoscibili agli occhi della comunità.

Gli anni veloci

Nel romanzo “Gli anni veloci” (2008), Abate riprende la sua verve narrativa costruendo una storia corale, ricca di personaggi attinti a piene mani dalla sua Carfizzi (provincia di Crotone) e con un io narrante che sembra ispirato al personaggio del film di Comencini “Un ragazzo di Calabria” (1987). 
E' un romanzo che potrebbe sembrare di formazione, adolescenziale, se ci si sofferma ai primi anni del giovane protagonista quando racconta i suoi primi innamoramenti, i suoi studi e la passione per la corsa, che poi lo porterà ad ottenere grandi risultati. Tanto più se la narrazione si arricchisce della presenza del cantante crotonese Rino Gaetano e se la protagonista femminile ha perso la testa per Lucio Battisti e le sue canzoni: insomma, un libro che avrebbe potuto scivolare nel banale della rievocazione nostalgicamente retrò degli ultimi anni '60 e degli inizi del decennio successivo (c'è anche la presenza di Pietro Mennea che si allena nelle stesse piste del protagonista).

 Invece Abate riesce a sviluppare la storia con occhio attento alle psicologie dei personaggi e al contesto sociale. La caparbietà e la testardaggine di Anna è memorabile, così come lo sono la perseveranza e la forza dei sogni di Nicola. La famiglia e il cibo hanno un ruolo fondamentale nell'economia del libro, come dev'essere quando si “racconta” dal di dentro il Sud. Il personaggio di Capocolò è struggente nel suo dolore nascosto, e tratteggiandolo la scrittura di Abate raggiunge esiti poetici e delicati.

E da sensibile narratore della sua terra e dei suoi mali, lo scrittore non può non toccare la problematica sociale e ambientale: i veleni dell'unica fabbrica del territorio, la Montecatini (poi Enichem), teatro di morte sul lavoro e -precorrendo quanto sta drammaticamente avvenendo a Taranto con l'Ilva- seminatrice di tumori e di morte a tempo per gran parte dei lavoratori e degli abitanti della zona. Pur se inserita in una struttura romanzesca “leggera”, la denuncia di Abate è coerente e necessaria, e prende spunto da situazioni reali. Per troppi decenni le popolazioni del sud hanno dovuto scegliere, per la loro sopravvivenza, tra l'emigrazione e un lavoro malsano per gli uomini e per l'ambiente. Credo che anche la letteratura debba farsi carico di queste tematiche e denunciare i mali e le storture di uno sviluppo discutibile sotto ogni punto di vista; questo ruolo 

Abate se lo è sempre assunto in piena coscienza e continua a farlo, come dimostra anche nel romanzo successivo “La collina del vento”.

Carmine Abate, “La festa del ritorno” - Mondadori 2004
Carmine Abate “Il muro dei muri” - Mondadori 2006
Carmine Abate “Gli anni veloci” - Mondadori 2008
 

08 ottobre 2012

"Don Giovanni" di Peter Handke




di Gianni Quilici

Ho letto questo romanzo di Peter Handke accompagnato da una sensazione: quella di rimanerne continuamente fuori, senza percepire quella intima connessione e condivisione, che ci tocca poeticamente, intellettualmente o almeno narrativamente.
Mi sono chiesto quale potesse essere la ragione, essendo il romanzo ben scritto e  fuori da qualsiasi banalità.

Partiamo dalla storia. Scrive l’io narrante di essersi imbattuto in Don Giovanni, eterno fuggiasco,  inseguito da due motociclisti e capitato per caso nel suo giardino inselvatichito della sua locanda, sulle rovine dell’antico convento di Port-Royal, a sud di Parigi.

Don Giovanni racconterà al suo ospite, durante questi sette giorni in cui rimane lì ospite nella locanda, alcune delle sue peripezie amorose. Da questi racconti il narratore conclude che tutti quanti (i Don Giovanni del teatro e dell’opera e della cosiddetta realtà primaria) erano falsi…anche quello di Molière, anche quello di Mozart.

Che siano falsi è una boutade narrativa come tale accettabile. E’ sicuramente vero, però, che il Don Giovanni di Handke è assolutamente diverso dal Don Giovanni tradizionale.
Infatti questo Don Giovanni racconta in modo molto analitico con dettagli visivi e percettivi minimalisti a scapito dell’avventura tumultuosa, l’avventura che corre dietro l’istinto libidico, senza dimenticare il calcolo della seduzione, e che comunque deborda oltre i limiti delle convenzioni.

Leggiamo l’inizio di uno dei tanti racconti di Don Giovanni, attraverso la mediazione del narratore:
“ Ciò che a Don Giovanni rimase della giornata sul fiordo, insieme alla donna norvegese: il tavolo di legno all’aperto; la luce sull’acqua, alla sera, che invece di spegnersi si rischiarava progressivamente, come per sempre; la luna quasi identica alla luna del giorno prima a Ceuta e a quella del giorno prima ancora a Damasco; i bacini rossi-e-gialli e lisci come specchi della lingua di ghiacciaio da poco disciolta; lo stare seduti lì; l’essere totalmente occhio-e-orecchio; il leggere leggere, sfogliare pagina dopo pagina, fino al giorno seguente…”

 Cosa non mi persuade ed anzi mi infastidisce? Che questo sia un racconto ricco di dettagli descrittivi e percettivi molto sottili, dietro cui si intravede lo sguardo contemplativo di un intellettuale-poeta, e per chi lo ha letto, la scrittura e lo stile di Peter Handke.
 
Non solo, ma i racconti di Don Giovanni, sempre attraverso la mediazione del narratore,  si prestano a riflessioni di una sottigliezza al limite del sofismo.
“Il suo essere in viaggio era al tempo un costante arrivare, così come nell’essere arrivato lui si pensava ancora in viaggio. E dal tempo delle donne si vedeva protetto al di là del tempo delle cifre; finché era in vigore nulla poteva succedergli; anche le sue varie fughe era parte di quella grande sospensione; ogni volta erano di nuovo fughe tranquille, addirittura rilassate, con gli occhi spalancati. Tempo delle donne significava sempre che si aveva tempo. Si era nel tempo. Inseriti nel tempo” e così via.

Si potrebbe obiettare: “Ma questi non sono Don Giovanni… questi sono ciò che il narratore ricava da ciò che Don Giovanni racconta”
Infatti. E’ nella mediazione che lo scrittore austriaco non è riuscito a farsi Don Giovanni. Non c’è riuscito, perché non ha recuperato per niente il Don Giovanni della tradizione, interagendo con lui e scavandolo, facendo emergere aspetti e facce inedite rispetto a quelle già rappresentate. Lo ha saltato e, in questo salto, ciò che appare è invece lui, Peter Handke.      


Peter Handke. Don Giovanni (raccontato da lui stesso). Garzanti. 

"Massimo Troisi" nota di Gianni Quilici






Si possono scrivere due banalità ricordando Massimo Troisi improvvisamente morto un giorno –come scherzo beffardo- lasciandoci increduli e tristi?

La prima banalità: Troisi era buono. La bontà di chi non si vende, di chi non accetta di consumare il proprio talento, la propria “diversità” di artista, di chi, utilizzando il proprio successo, non si è mai abbandonato ai livelli del serial e della pubblicità.

Seconda banalità: Troisi che pure è stato un buon sceneggiatore, un regista accettabile, un attore non una maschera, rimarrà nella storia del cinema (non solo italiano) un attore comico grande soprattutto nei monologhi. A differenza di Benigni, che esplode subito come una mitragliatrice raffiche di visionarietà acida e paradossale, Troisi inizia molto più lentamente e quotidianamente come se raccontasse un semplice fatto ed esplode progressivamente attraverso un’accumulazione di ondate concentriche, che esasperano il banale “senso comune”, lo fanno diventare comicità.

Recitazione logorroica, in cui la mimica e la gestualità si armonizzano musicalmente dentro questo perenne delirio verbale.

da La linea dell’occhio n. 19
Anno 1994

07 ottobre 2012

"Cronografia di un corpo": nota in margine a Giuseppe Bergomi scultore



foto di Isabella  Eugenia Monti

di Davide Pugnana

Lo studioso Gerard Genette ha educato intere generazioni di studenti universitari e di critici appassionati sulla centralità strategica delle 'soglie' nei testi letterari. In quei dintorni del testo, su quei margini o bordi; nelle pieghe laterali, negli incipit nulla era lasciato al caso: l'autore vi disseminava i primi grimaldelli per l'accesso al testo. Una di queste soglie è il titolo dell'opera. La storia della letteratura si sa è lastricata di titoli memorabili; e la stessa storia dell'arte costruisce le sue periodizzazioni, le sue "età", i suoi affreschi storici, i suoi snodi e cesure innovative di poetica, attraverso titoli; titoli dentro i quali si condensa un'intera epoca o brucia la febbre rivoluzionaria di un nuovo linguaggio. 


Ad esempio, quando si intende restituire l'eccezionalità della fioritura neoclassica francese e romana, pittorica e plastica, non si delineano solo estetiche complesse e carriere individuali; ma si dice: sono gli anni del "Giuramento degli Orazi" e del "Monumento funebre di Clemente XIV". Tanto basta. Per questo non si finirà mai di lodare la portata creativa di un buon titolo. 

Ed è proprio riandando con la mente alla riflessione genettiana sulle 'soglie' che ho trovato particolarmente significativa la scelta del titolo di alcune sculture in bronzo di Giuseppe Bergomi, attualmente esposte nell'articolata mostra antologica di Pietrasanta, per metà dislocata nella luce diurna e spaziosa di Piazza Duomo e per l'altra negli interni del complesso di S.Agostino. 

La scultura alla quale si riferisce questa nota è collocata all'esterno. Il titolo spesso contiene la prima chiave d'accesso, o, meglio il germe concettuale dell'intuizione estetica. E mai titolo fu più eloquente di "Cronografia di un corpo"(2012). Un titolo che strepita e attira il passante. Mi sono chiesto: Perché un titolo così impegnativo e al limite dell'intellettualistico per una scultura figurativa? Perché scomodare una branca della scienza storica, qual è la 'cronografia'? Perché Bergomi ha scelto un termine di matrice scientifica, ben sagomato e rotondo nella sua radice di senso, e non ha inventato uno di quei bei titoli gassosi, orfici e vaghi che incontrano il gusto dell'arte contemporanea? 

Cronografia non è parola che, una volta letta, si dimentichi facilmente. Non è una parola disinfettata. E' un lemma che evoca molto più di ciò che significa alla lettera; e Bergomi non è artista da piroette gergali applicate all'arte plastica. Non riuscivo a dargli un senso nel contesto della mostra. Forse, dovevo assecondare il potere evocativo di "Cronografia", l'effetto di straniamento che certo l'autore cercava di ottenere, togliendo questa parola dal suo contesto d'origine (la ricerca storica) e calandola in uno scenario semantico nuovo (il linguaggio plastico).

 L'interrogativo fondamentale da cui dovevo partire era un altro. E se l'incidenza della parola risiedesse nell'originalità del passaggio? Che cosa è successo nel passaggio dalla narrazione degli eventi storici alla figura umana? Che cosa ha guadagnato in arricchimento il termine "cronografia"? 

Certo, Bergomi si spingeva più a fondo. Cercava di restituire il peso del corpo dentro l'esistenza fluida. Ma per farlo aveva bisogno di ancorarsi ad una parola e sul suo cammino ha trovato "cronografia": voleva che diventasse parola 'implicata'; implicata con la condizione umana in sé. Non gli interessavano le vaste campiture della Storia, la loro ampiezza che talvolta è anche dispersione; né la linearità che assume cronos quando ci sta dietro le spalle, con il suo inesauribile catasto di date, nomi, movimenti da sistemare a mosaico.

 Scegliendola per le sue figurazioni, Bergomi ci fa sentire l'inavvertito precipitare del tempo umano, il suo stillicidio sopra i corpi umani: la perfetta materia anatomica che oscilla, si espande, si chiude, si allunga, si erge, si geometrizza; che 'occupa' lo spazio e il tempo della superficie del mondo, con un peso specifico che gli anni spoglieranno o aumenteranno, fino al denudamento assoluto che uno scabro verso di Brodskij definiva 'prestito di polvere'.

 E come i corpi, un nudo silenzio orizzontale è la stessa superficie dove Bergomi poggia le sue figure: una lastra-landa senza consolazioni; senza l'oggettualità esuberante del mondo moderno che mette a tacere il nostro horror vacui; senza intrusioni che distoglierebbero la percezione contemplativa dell'umano scorrere nel tempo.

 Di che natura è il tempo di Bergomi? Che profilo assume la sua concezione 'cronografica' di questo difficile stato esistenziale? Bergomi scegli una corolla di corpi disponendoli entro una composizione che, in gergo artistico, si definisce "paratattica" (in particolare nella lettura dei basso e altorilievi): si costruisce una sequenza di figure senza che tra esse si sviluppi narrazione, senza fili apparenti né legami; ma mostrandole isolate nel loro attimo irripetibile, nell'assolutezza della loro posa e della loro pienezza plastica. Un tempo paratattico è un tempo fatto di intervalli, di strappi, di feritoie; di pause rotte e singhiozzanti o di silenzi; è tempo della memoria o tempo dell'attesa di Godot. E non importa se le figure della serie scoprono la solita donna o il solito uomo, moltiplicati in pose diverse. Il loro essere-dentro- il-cronos li priva di ogni scorza di civiltà. Quelle di Bergomi non hanno maschere né abiti civili; hanno dimenticato il loro ceto sociale; hanno smarrito la cifra della loro identità, del loro vissuto, persino il loro nome ha poca importanza (rinunciano a offrirsi come ritratti). 

Sono corpi immersi nel lavorio inavvertito del tempo, gettati nella vita biologica; sono segni. Corpi-segni. Corpi-alfabetici. Sono "grafie" dentro il "cronos". E in quanto segni, questi corpi di Bergomi si ri-scoprono: gettati, o portati, fuori dal tempo della Civiltà tornano al tempo dell'origine, che immaginiamo immobile, o punteggiato da istanti assoluti ed epifanici. Diventano segni creaturali e adamitici; biblicamente nudi. 

Da artista figurativo, Bergomi sapeva di dover giustificare la presenza di un nudo-archetipo replicato in varie pose e mostrare al pubblico quasi senza significato apparente. Con un titolo pregnante, doveva legittimare una scelta estetica che di per sé snudava il fianco alla prima delle critiche: ecco un artista che fa sfoggio di bravura e scaltrezza nella modellazione del nudo, schiavo del suo virtuosismo anatomico. "Cronografia di un corpo" è titolo che non svia il pericolo della critica; fa molto di più: ci ricorda chi siamo sotto la luce di un tempo denudante e circolare. Corpi-segni ridonati alle pieghe del grembo che ci accoglie, nella sua durata.

03 ottobre 2012

“Le parole perdute di Amelia Lynd” di Nicola Gardini



di Mirta Vignatti

Una sorpresa questo romanzo di Gardini, cui è stato assegnato il premio Viareggio-Répaci 2012. Un romanzo che fissa la sua “unità di luogo” in un condominio periferico della Milano degli anni '70, e delle beghe condominiali, della portinaia e delle meschine tipologie che abitano lo stabile fa lo scenario, il contesto nel quale si sviluppa la linea narrativa principale e l'idea forte del libro. 
Certo, l'inizio non mi è sembrato dei più felici, perchè la descrizione delle vicende condominiali non può -ahimè- non scivolare fatalmente negli stereotipi, nel luogo comune e nel triviale. In questo senso l'approccio forse era riuscito più pregnante nei primi romanzi di tipo per così dire “condominiale” che mi vengono in mente: “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale e “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” dell'algerino radicato in Italia Amara Lakhous.
Ma il libro di Gardini inverte la rotta e decolla dal momento della comparsa di Amelia Lynd, la “maestra” e, sul finire, del figlio di costei. Gardini sa costruire con felice ispirazione il personaggio dell'anziana Amelia, con tutti i suoi misteri, fissazioni, dichiarazioni assertive, posizioni rigidamente critiche nei confronti degli italiani e dei decenni del nostro dopoguerra, fatti di compromessi e occasioni mancate. L'adolescente Chino, figlio della portinaia, capisce subito che solo attraverso l'aiuto della bizzarra nuova condomina può passare la sua maturazione, la sua crescita culturale, e prende a frequentarla con assiduità. 
Si sviluppa in queste pagine l'idea forte di questo romanzo di Gardini, che fa compiere al libro un importante salto di qualità. Perchè attraverso l'educazione culturale che Amelia Lynd sta impartendo al ragazzo, metaforicamente sta tessendo sulle sue spalle le ali di Icaro, che potrebbero farlo volare alto, al disopra delle meschinità e delle banalità della vita.
 Un messaggio che sarebbe piaciuto al Vincenzo Consolo di “Nottetempo, casa per casa”, dove si rifletteva come l'aspetto etico della letteratura elevi e maturi l'uomo politicamente e socialmente (“il dono della penna”, “il dono della parola”). Anche per Gardini le parole, i significati dietro le parole, la letteratura, la memoria come testimonianza (e c'è in questo senso una bellissima citazione da Leopardi) possono elevare gli uomini e arricchirli di senso civico, di capacità critiche, di virtù e di conoscenza. Un ottimo libro e, almeno in questo caso, un premio meritato.

Nicola Gardini. Le parole perdute di Amelia Lynd. Feltrinelli 2012.

 



02 ottobre 2012

"Sei tamburo che rulla" di Letizia Pantani



di Davide Pugnana

Di Letizia Pantani, del suo canzoniere che il destino di una serata lucchese mi ha messo tra le mani, ho ammirato subito quei testi che la poetessa era stata capace di sigillare in un verso-grimaldello, per me memorabile: "poesie del buco o della nebbia" (v.9 di"chissà se hai letto le poesie"). 

So bene che non è mai facile isolare un'insegna luminosa dentro l'edificio di un canzoniere: ce ne sono talmente tante a punteggiare le direzioni di marcia, che lasciare un sentiero equivale ad impoverirne la portata; a smarrire il meraviglioso policentrismo di una vita ri-creata in versi. Ma a volte accade che un verso cada dalla pagina con il peso specifico del mercurio. Difficile rimanere inerti. Se volessimo cercare un indizio di questa natura nell'attraversamento di Sei tamburo che rulla dovremo partire da questa lucida dichiarazione di poetica: la vita si ricompone in poesia, si consegna alle maglie dei versi secondo una parola poetica che si muove su una doppia polarità: si cerca nel buio dell'interiorità e nelle strozzature dell'esistenza. Il buco e la nebbia. Due condizioni conoscitive dove il senso dell'estremo, la vertigine del vuoto, la perdita e l'angoscia, la ricerca di un baricentro stabilizzante e la fecondità malinconica prima che essere 'temi' sono cifre di uno stile mai disancorato dalla visione interna che lo muove. 

Come me, molti non hanno conosciuto Letizia Pantani, non ne sanno la voce, le movenze, non possono sapere la sua quotidianità. Ma molti possono ripercorrerne le vie segrete: non la vita, l'aneddotica, i giorni e le ore che la ispessiscono; ma, per usare le parole di Nabokov, la "biografia dello stile".

 Vissuto su questo livello l'incontro è, se lo accettiamo, ancora più profondo e radicale, perché imbastito su di un linguaggio che si costruisce per durare oltre il tempo: è conoscenza e forma di un io profondo, che emerge avvitandosi su catene di parole. Che cosa importa se in un pomeriggio del 1890 i corvi volarono davvero sopra uno dei tanti campi di grano della Provenza, mentre Van Gogh spremeva il giallo con quel poco di denti e di fiato rimasti buoni per finire il suo ultimo paesaggio; oggi noi riceviamo quell'infittirsi di linguette nere contro il blu cobalto e le striature viola come emblema di potenza simbolica; lama capace di andare oltre ciò che non si vede, verso la soglia della morte. Nemmeno la delicatezza estenuata delle lettere vangoghiane restituisce questa bucatura nella nebbia, come quei torvi tocchi sbreganti che stuprano il silenzio del cielo. 

So che molti non saranno d'accordo. Eppure, nell'espressione "poesie del buco o della nebbia" qualcosa di estremo, di tenace, di morboso, di inquieto cucito addosso, ci investe. Questa radicalità dei versi di Letizia è propria di un Dna tutto inscritto nella ricerca lirica delle poetesse del Novecento. Insisto tanto sul sintagma "poesie del buco o della nebbia" perché è un'immagine-metafora atroce e bellissima; ma non per questo isolata: non brilla di una compiaciuta luce estetica decadente né è facile retorica esistenzialista. E perché il suo tenore va molto più a fondo. E' un verso che, seppur estrapolato e brutalmente citato, non perde vigore visionario e scorza lirica. E perché è un verso "storicizzabile", ossia esportabile nello scenario più vasto della poesia femminile del Novecento.

 Mettiamolo accanto, per fare i primi due nomi che vengono alla mente, a un verso della "Terra Santa" di Alda Merini o a quelli di Antonia Pozzi, un'altra poetessa che osservava le cose nelle crepe irregolari dell'esistenza, per spiarne i "cenni arcani di partenza" e fissarli, incandescenti ogni volta e ogni volta facendoli ripartire, moltiplicati di sensi nella mente dei lettori. Lo statuto espressivo, il timbro della voce poetica di Letizia Pantani è pienamente assestato nella lunga linea poetica della creatività lirica femminile. Ma per sentirne la consanguineità occorre sempre comparare i canzonieri. Come per altre poetesse (non tutte certo), anche per Letizia la visceralità, l'impulso allo scavo, la creatività alimentata dalla malinconia, diveniva talmente pervasivo e necessario da farsi principio costruttivo e nucleo portante di una raccolta. 

Ma tuttavia con una marcata differenza di stile che la allontana dalla parola verticale e straziante di una Merini o da quella mobile e sfrangiata di una Pozzi e ne fa emergere l'autonomia di scavo. La poesia di Letizia sposa appieno una cifra del Novecento poetico: la prosa. L'unione di poesia e prosa. Il suo dettato prosodico ha l'accento liquido dei semitoni, con effetti di pedale; talvolta si accorda su incipit piani, scorre in pacati anelli narrativi, senza increspature. 

Ne sortiscono testi dove l'io lirico è reso per sottrazione fonica e assimilato ad un mormorio colloquiale che annulla qualsiasi tentazione aulica, e non sai mai se è flatus vocis che emerge dal buco o dalla nebbia, o vi guarda dentro. Sotto questa veste stilistica dimessa - che, di acchito, potrebbe essere imputata ad imperizia tecnica, a strumenti espressivi mal collaudati o naif - si nasconde un incessante lavorio di riflessione sulla funzione e la natura del fare poetico; sul sottile confine che separa l'incantesimo musicale della bravura versificatrice dalla verità che si cerca come scheggia nella carne; sull'unione mistica di parole e cose. 

Molti testi di Letizia sono concepiti come piccoli trattati di estetica poetica: "penso alle mie poesie/ come a esercizi di stile/ come modalità espressiva contingente/ certe volte non amo la filastrocca che viene/ ma vada come vada/ quest è/ ora/ la mia palestra/ il ginnasio alla greca // la poesia è adesso un modo di vedere/ qualche mese fa era un modo per essere/ in futuro non so/ baci let."

 I poeti onesti, i poeti coscienti della difficoltà di mettere la vita in versi, sanno che "l'esercizio di stile" è tentazione pericolosa; esso non restituisce il canto dell'io profondo; ma tradisce l'esperienza del contingente ( che è fatta di sensi, di memoria, di tempo, di luoghi, di speculazione, di introspezione). L'esercizio di stile spinge la parola lontana dalla cosa, verso "un modo per essere", svuotato di visione; a meno che esso non sia educato al duro tirocinio del "ginnasio alla greca": la palestra di una civiltà letteraria nella quale la parola poetica era fabbricata per essere 'messa in scena'. Anche quella del ginnasio greco era parola che parlava "del buco o della nebbia" connaturati alla natura umana, dei suoi complessi drammi psichici; ma il suo orfismo d'origine era ripulito e reso accessibili a tutti. Era parola maieutica aperta alla condivisione collettiva. Anzi parola del dialogo, come scrive Letizia: "forse 'preghiere' / o magari 'danze'/ c'è dialogo in quello che scrivo/ e c'è anche se manca l'interlocutore". 

Sì, paradossalmente è proprio la siderale assenza di interlocutore a generare l'impulso della ricerca dell'altro fuori di noi. Lui raccoglierà la "biografia dello stile" e ci sarà nostro simile, fratello senza ipocrisia. Una voce in versi, dunque: che renda sopportabile l'orfanità che ci abita e si sollevi da un buco indistinto, come volo di corvi.

Letizia Pantani. Sei tamburo che rulla. EDL. Euro 10,00