27 febbraio 2011

"Mezzo secolo di storia d’Italia attraverso le canzoni" di Luciano Luciani

Qualche parola
e un po’ di musica


Ebbene sì, sono solo canzonette e niente più… “però entrano, sono entrate, entreranno nelle nostre giornate insieme con le esperienze, gli odori, i sapori, le cose dette e ripetute, le cose prese e buttate.”

Insomma, le canzoni sono importanti, anzi importantissime, nella storia del costume e dei sentimenti di una società: sono i messaggi minimi che accompagnano le nostra vita quotidiana, ci scandiscono le giornate, ce le scaldano, sottolineano i momenti felici e meno felici dell’esistenza. Sono la colonna sonora del film della nostra vicenda umana e senza di esse, le canzonette, il nostro tempo sarebbe più povero e più grigio…


1911. Ritornello appassionato, acuto finale

Secondo il censimento di quell’anno, gli italiani sono quasi trentasei milioni, oltre dieci milioni i contadini e quattro gli operai.

Non c’è né terra né occupazione per tutti.

Ed ecco il mito della “quarta sponda”: una terra al di là del mare, da colonizzare per dare pane e lavoro a chi non ce l’ha.

Nasce così l’avventura coloniale, voluta dalla piccola borghesia e dagli strati popolari del Mezzogiorno.

La grande stampa è tutta a sostegno dell’impresa e anche tutti gli intellettuali.

Lo stesso mite Giovanni Pascoli a Barga si traveste da guerrafondaio: “la grande proletaria si è mossa”.

Ma cosa cantano gli italiani? Core ‘ngrato, autori, appunto, due emigranti, Riccardo Cordiferro e Salvatore Cardillo che dedicarono parole e musica a Enrico Caruso e inaugurarono il genere della canzone-romanza, molto amata negli anni a ridosso della Grande guerra.

La canta Caruso, la canta Gigli: ritornello appassionato, acuto finale.


1915. Siamo già in guerra

A rotta di collo verso la guerra.

Lo dimostra questa O surdato ‘nnamurato, una marcetta dal piglio e dal ritmo militareschi, che, in un breve volgere di mesi, doveva diventare l’inno non ufficiale dei bersaglieri.

Solo parecchi anni più tardi, reinterpretata in maniera superba da Anna Magnani, sarà ricondotta alla sua vera ragion d’essere di canzone d’amore, di lontananza e di nostalgia.


1925. Italia, Paese dei campanelli

Mentre gli italiani assistono impotenti agli ultimi sussulti dello stato liberale e si consumano, una a una, le residue garanzie della democrazia parlamentare, niente di più comodo che raccontare del favoloso Il paese dei campanelli , situato più o meno dalle parti dell’Olanda, dove campane e campanelli, appunto, hanno il vezzo di cominciare a suonare quando mogli e fidanzate sono sul punto di tradire i loro uomini…

Una fiaba d’evasione al solito, svolta con garbato gusto liberty dal maestro Ranzato, violinista alla Scala con Toscanini, e concertista di fama.

La prima de Il paese dei campanelli è del 23 novembre 1923.

Il 13 dello stesso mese, il Senato aveva approvato, a ristrettissima maggioranza, la nuova legge elettorale che aboliva la rappresentanza proporzionale e reintroduceva il sistema maggioritario.

Tutto ciò accadeva quasi novant’anni fa, naturalmente.

Milano, dicembre 1925: i due massimi esponenti dell’operetta nostrana, Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato tentano di bissare il successo ottenuto insieme con Il paese dei campanelli. Ed ecco, per un pubblico in vena di facili esotismi, la storia di Cin-Ci-Là, bella e navigata attrice francese, che, in quel di Makao, tra mille equivoci, riesce a portare a termine l’educazione sentimentale del principe Ciclamino e di Myosotis, sua promessa sposa e fidanzata inesperta. Nozze finali e allegre feste in tutta Makao.

A Roma, invece, solo una settimana dopo la prima di Cin-Ci-Là, è varata una legge sulle prerogative del capo del governo, responsabile della propria azione politica solo di fonte al re. Nello stesso giorno un decreto stabilisce che i funzionari pubblici che non diano piena garanzia di fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le direttive generali del governo, possono essere licenziati.


1935. Il fascismo è un regime consolidato

Il fascismo è ormai un regime ampiamente consolidato.

Nelle elezioni di un anno prima, in maniera plebiscitaria, la quasi totalità degli italiani gli ha dato il proprio assenso.

Nel paese procede a grandi passi la militarizzazione dell’economia e della società.

Viene dichiarata guerra all’Etiopia.

La Società delle Nazioni – l’Onu di allora – decide di applicare all’Italia sanzioni economiche che sono sfruttate per mobilitare l’opinione pubblica e lanciare la “campagna per l’oro alla patria”, a conclusione della quale vengono raccolte milioni di fedi nuziali.

Ad andare controcorrente, nella palude del conformismo dominante, sono veramente in pochi: qualche gruppo operaio, alcuni intellettuali.

A maggio, a Torino, nel corso di una retata vengono tratti in arresto Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Carlo Levi, Norberto Bobbio.

Disimpegnate ed evasive le passioni degli italiani negli anni trenta: il cinema, finalmente arricchito del sonoro e, manco a dirlo, la canzonetta.

Quando poi il primo si intreccia con la seconda, il successo è assicurato.

È il caso di Non ti scordar di me, un film, di cui, nella memoria cinematografica, non sarebbe rimasta traccia, se non fosse stato per l’omonima canzone, interpretata nientemeno che da Beniamino Gigli, attore goffo, ma tenore grandissimo per dolcezza di timbro e cordialità di espressione.

La radio, altra grande passione italica di quegli anni, moltiplica questo successo, lo amplifica, lo porta in un milione e mezzo di famiglie: tanti gli apparecchi radio in Italia alla fine di quel decennio.


Alfredo Bracchi e Giovanni D’Anzi rappresentano una coppia destinata a durare alcuni decenni nella storia della canzone italiana.

Tutti e due appartengono al mondo del palcoscenico e dell’intrattenimento leggero e a loro si deve se la canzone milanese recupera posizioni e importanza rispetto a quella napoletana e romana.

Di Giovanni D’Anzi è la celeberrima Madonina, di entrambi l’accorata Nostalgia de Milan, scritte nel 1938.

Ma la canzone in vernacolo stava loro stretta e produssero quindi in lingua motivi e testi indimenticabili: Bambina innamorata (1934), Ma le gambe (1938), Signorina grandi firme (1938), interpretate dal Trio Lescano; Non sei più la mia bambina (1938), Silenzioso slow (1940); Tu, musica divina (1940).

Non dimenticar le mie parole è del 1937 ed è un esempio significativo di quello “stile Novecento”, che pervade tante canzonette della seconda metà degli anni trenta, flessuose, languide e ben ritmate.


1939. La campagnola bella contro la musica da negri

All’alba, quando spunta il sole,

là nell’Abruzzo tutto d’or…

le prosperose campagnole

discendono le valli in fior…

o campagnola bella,

tu sei la reginella;

negli occhi tuoi c’è il sole,

c’è il colore delle viole,

delle valli tutte in fior!...

Se canti la tua voce

è un’armonia di pace,

che si diffonde e dice:

se vuoi essere felice,

devi vivere quassù!...

Ritorno di una modesta e attardata sensibilità arcadica o anticipazione di tematiche verdi/ambientaliste?

Né l’uno né l’altro caso: piuttosto l’allineamento disciplinato degli autori di canzonette alle direttive del regime, impegnato non solo nella battaglia del grano, nella bonifica delle paludi pontine, nell’autarchia alimentare… ma anche nella moralizzazione di un costume che tendeva ad americanizzarsi e, quindi, agli occhi del regime e del Capo, a corrompersi.

In polemica con lo swing e con il jazz, criminalizzate come “musiche da negri”, e con tutte le mode d’oltreoceano, giudicate corrosive del sano costume nazionale, i testi delle canzoni si riempiono di prosperose paesanelle, di Rosabelle molisane, di strade del bosco, di pastorelli innamorati, sicuri baluardi italici di laboriosità e moralità.

Dio, patria e famiglia, insidiati nelle città, sempre perdute e tentacolari per gli autori delle canzonette d’epoca, si prendono in campagna una sonora rivincita.

Esemplato su un canto popolare napoletano del XVI secolo (abruzzese secondo altri e siciliano secondo altri ancora), nasce nel 1939 la prima canzonetta di “fronda”

Di Maramao… perché sei morto è autore il prolificissimo Mario Panzeri, che sarà accusato di avere alluso alla recente dipartita di uno dei big del regime, quel Costanzo Ciano il cui monumento funebre, in stile assiro-babilonese, incombe, ancora adesso, sul mare di Livorno.

A portare al successo la triste storia in versione swing di Maramao, aristogatto del 1939, saranno le sorelle olandesi, ex acrobate, Sandra, Giuditta e Caterinetta Leschan, che italianizzeranno il cognome in Lescano.

Un trio destinato a fare epoca: bruttine anzichenò, le sorelline debbono il loro successo non certo all’aspetto fisico, ma a un formidabile senso del ritmo, all’accento esotico – a metà tra il mitteleuropeo e l’inglese – e alla radio.

Accanto alla novità, come sempre la tradizione.

Ed ecco “Firenze sogna”, grande successo dello stornello toscano, cantato da Carlo Buti, esempio famoso di canzone regionale, un genere che durerà almeno fino ai primi anni sessanta.


1938. La vendetta di Kramer

Gorni di cognome, Kramer di nome –affibbiatogli da un padre appassionato di ciclismo e ammiratore del campione tedesco Frank Kramer– fu un grandissimo fisarmonicista, jazzista tra i migliori del nostro paese e il primo al mondo a fare jazz con la popolarissima fisarmonica.

Gli costò caro perché dal 20 giugno del 1938 la musica del suo strumento non venne più irradiata dai microfoni autarchici dell’EIAR.

Forse, Pippo non lo sa costituisce la sottile vendetta di Kramer Gorni per quella esclusione: infatti, la voce popolare assegnò anche a quel motivetto sincopato e a quel testo surreale un significato di fronda nei confronti dei gerarchi del regime in generale e di Starace in particolare che, come capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, risultava ossessivamente visibile negli anni a ridosso alla guerra.


1945. Napoli, metafora dell’Italia

Mattinata fiorentina e Ma l’amore no, sono rispettivamente del 1941 e 1942 e si collocano su uno scenario già devastato dalla guerra.

Ai lutti propri di ogni conflitto si aggiungono due inedite, negative novità: l’incubo dei bombardamenti e la fame.

Il 30 settembre del 1941 la razione giornaliera di pane viene portata a 200 grammi a testa che scenderà a 150 nelle settimane successive.

Nella primavera del 1942, dieci milioni di persone sono al di sotto del livello alimentare minimo.

E allora, per dimenticare, niente di meglio che evocare una Firenze mai esistita, un messer Aprile rubacuori, madonne fiorentine tanto generose delle loro grazie, quanto distratte al punto da disseminare i prati in fior delle Cascine di forcine per capelli…

Un testo così poteva portarlo al successo, in quei tempi, solo un cantante che fosse anche un personaggio!

È il caso del milanese Alberto Rabagliati, sfortunato epigone di Rodolfo Valentino, scelto dalla casa cinematografica Fox tra più di 800mila candidati a raccoglierne l’eredità.

Cantante nell’orchestra Blu Star di Pippo Barsizza a partire dal 1930, si era esibito anche a Parigi in un complesso sudamericano. Tornato in Italia aveva conseguito un meritato successo radiofonico con la celebre trasmissione Canta Rabagliati l’unica capace di allontanare almeno per un po’ le preoccupazioni della guerra.


Ma l’amore no sempre di Giovanni D’Anzi sarà invece la colonna sonora non solo del film di Mario Mattioli Stasera niente di nuovo del 1942, ma anche di eventi epocali per il nostro paese.

Lo sbarco degli Alleati in Sicilia, la caduta del fascismo, il governo Badoglio, l’armistizio, l’8 settembre, la lotta per la riconquista della dignità nazionale sono vicende destinate a rimanere nella memoria dei meno giovani legate alla voce triste e sensuale di una giovanissima e bellissima Alida Valli.

Non farà certo meraviglia se nei giorni confusi e tormentati dell’immediato dopoguerra, testi e sonorità, parolieri e musicisti sentiranno l’esigenza di ricollegarsi con la tradizione, con la migliore tradizione nazionale, quella napoletana.

È del 1945 la dolente Munasterio ‘e Santa Chiara, che rievoca sia il terribile bombardamento della basilica partenopea dell’agosto 1943, sia i veloci e non sempre comprensibili mutamenti in corso d’opera nel costume, nei comportamenti, negli stili di vita dei napoletani, degli italiani, della gente.

Cantano Napoli e le sue rovine materiali e morali Giacomo Rondinella e Roberto Murolo: e mai, come in questo caso, la città del golfo è veramente metafora di tutta l’Italia.


25 febbraio 2011

" Casa Balboa - Figlio di razza" di Mario Rocchi

di Andrea Giannasi

Siamo in un periodo che, nonostante le possibilità del web, prolificano scrittori su carta stampata di ogni tipo, vecchi e giovani, maschi e femmine e di sesso misto. Quasi tutti, indipendentemente dal valore, si crogiolano nei ricordi di vita, nella autobiografia più o meno palese, più o meno fiorettata. Per cui è raro trovare, in una piccola città di provincia come Lucca e non solo, uno scrittore prolifico, vario, audace, strafottente, coraggioso come Mario Rocchi che, al suo nono libro ci sorprende ancora una volta.

Scrittore di vari generi anche se, è bene dirlo, questo "Casa Balboa - Figlio di razza" è la conclusione di una trilogia che il Rocchi iniziò nel 2006, unica serie di libri che trattano un argomento che si sviluppa nel tempo.

Ma nella produzione dello scrittore e giornalista ci sono vari tipi di romanzo, dal giallo intimista al surreale, dall'indagine sulla corrotta società di oggi all'incitamento alla rivoluzione e via dicendo non dimenticandosi mai di vedere nel sesso l'impulso primordiale della vita.

Così siamo arrivati a quest'ultimo romanzo che, tratteggiando la storia di Maurizio Balboa, ci fa indagare una famiglia senz'altro originale, ma poi non tanto, dal momento che vi possiamo scorgere i prodromi della famiglia odierna, una sorta cioè di microcosmo della nostra società. La ribellione al lavoro sfruttato è per Maurizio un atto anarcoide liberatorio, mentre il sesso sfrenato a cui si dedica, se è in parte emulazione del padre erotomane, che ama e critica allo stesso tempo, fondamentalmente è un mezzo piacevole per annientare il dramma esistenziale che, pur non facendosene accorgere, vive intensamente.

Le scene crude di sesso hanno dunque un senso che va aldilà dell'indagine iperrealistica che l'autore ha fatto per ragioni creative, approdando a qualcosa che nella riscoperta dell'importanza del corpo e della sua essenza finisce per indagare il senso della vita.

Lettura piacevolissima dunque che non manca di far pensare anche, come in tutti i romanzi del Rocchi, agli intimi problemi dell'esistenza.

Mario Rocchi. Casa Balboa - Figlio di razza. Prospettiva Editrice. Pag. 223 Euro 15,00.




22 febbraio 2011

"Sergio Tori: una vita vissuta" di Gianni Quilici
















foto di Gianni Quilici

Quando la macchina è partita per l’ultima volta verso Livorno, dove il suo corpo sarebbe stato incenerito per essere custodito, poi, nel suo giardino di Montecarlo, ho pensato che Sergio Tori se ne andava per sempre, che se ne andava 50enne, ancora giovanissimo, perché le sue idee erano state fino all’ultimo in ebollizione...
Ho scritto all’istante:
“La bara di Sergio sulle spalle. Sergio che brucia, che non ci sarà più, solo cenere, le sue ceneri, che non si riconvertiranno in vita, nell’infinito tempo, nello spaventoso nulla…”
E poi nel silenzio di una soffitta:
“Marzo sarà senza Sergio. Senza la sua battuta fulminante. Senza la sua ironia tagliente. Senza la sua ambizione di inoltrarsi lungo sentieri ...”
Ma chi era Sergio Tori?
Non lo so, naturalmente. Posso solo dire appena come l’ho intravisto. Un “essere” inquieto. Giovanissimo aveva iniziato a viaggiare. Non da turista, ma da ragazzo, tra uomini e donne, nel Maghreb, in America Latina e in lungo e largo nell’Asia, fino ad un Afghanistan, guerriero ed arcaico, vivendo anche negli ambienti più poveri e marginali, trovandosi, a volte, in situazioni incredibili, ai miei occhi, quasi da fantascienza.
Ma insieme aveva attraversato “furiosamente” anche la storia dei nostri anni: dal ’68 agli anni di piombo, dalla crisi dei movimenti degli anni ’80 fino alle grandi manifestazioni per la pace degli anni 2000. Aveva partecipato, scrivendo e fotografando, prima all’esperienza di “Luna Nuova” e, da ultimo, al Circolo fotografico Photolife”. Alcune sue foto erano apparse su “Arcipelago” e in diverse mostre, l’ultima delle quali sul Vietman a Milano, con grande successo.
Aveva un occhio duttile, molto recettivo, che si trasformava per suggestioni, per sperimentazioni. Si definiva foto-poeta.
Del poeta aveva il sentimento bruciante delle “cose”, la trasfigurazione metaforica, la forza ritmico-musicale.
Tra alcune e-mail straordinarie che mi ha inviato, una brevissima, per dare appena il senso di chi era Sergio Tori:
A volte le giornate scorrono via come l’acqua sui vetri quando piove forte, ti passano attraverso le mani bucate da quello che avresti voluto fare e invece né detto, né fatto; è presto sera e quasi ti lasci andare all’euforia del tempo sprecato; è quasi notte e solo i sogni potranno placare insani desideri”.

21 febbraio 2011

“Un mondo che non esiste più” di Tiziano Terzani

di Gianni Quilici


E' un libro ricco di fascino ed è un bellissimo regalo che il figlio Folco ha fatto retrospettivamente al padre Tiziano Terzani.

Un mondo che non esiste più” ripercorre, in un modo sintetico e diverso, La fine è il mio inizio, perché a testi scelti da questo e da altri suoi libri intreccia le foto che Terzani ha realizzato nel corso della sua attività giornalistica e oltre.

La novità sono soprattutto le foto, di cui diverse molto significative.

Le cito pedantemente: pagina 23, 28, 44, 46-7, 55, 62, 66-7, 78-9, 94-5, 107, 109-10, 113, 119, 132-3, 135, 136, 138-9, 152-3, 154, 155, 156-7, 164-5, 171, 174-5, 186, 188-9, 194-5, 205, 216, 221, 222-3, 224-5, 240, 248-9, 256-7 (la più intrigante), 260,262-3,264-5, 269, 270-1, 276-7, 278, 279-80, 285, 287. Sono significative, perché, in diversi casi, sono testimonianze uniche. Lo sono anche fotograficamente, perché colgono attimi poetici in una struttura compositiva complessa e-o essenziale.

Potrebbero suggerire, viene da pensare, un ulteriore libro esclusivamente su Terzani fotografo, valorizzando soltanto o soprattutto l'immagine.

Tuttavia ciò che affascina in questo, come in altri suoi libri, è la qualità avventurosa della vita di Tiziano Terzani.

La vita di Terzani, come si desume anche da questo libro, è fatta di svolte. Le svolte di scelte coraggiose, in certi casi, quasi avventurose. In questo volume si inizia da un Terzani pieno di miti del '68 (dalla guerra popolare vietnamita a Mao e alla rivoluzione maoista) per trovarlo alla fine in simbiosi con il silenzio del creato nel 2004 sull' Himalaya, in estrema solitudine, con l'estremo necessario per vivere e comunicare.

E tuttavia in questo continuo interrogarsi Terzani ha rappresentato (e si è rappresentato) una vasta porzione del continente asiatico nel suo tumultuoso modificarsi: la vittoria vietnamita contro la smisurata potenza americana, la delusione del maoismo e la distruzione di una civiltà millenaria, i ritmi di lavoro e di vita devastanti in un Giappone iper-tecnologizzato, la dissoluzione dell'Unione Sovietica più orientale, le carneficine nelle Filippine e nella Cambogia del dopo Pol Pot, il viaggio in treno per l'Asia senza alcun obbligo giornalistico, il favoloso regno del Mustang, come miraggio tra le montagne, la straordinaria varietà di civiltà e di umanità dell'India ed infine il ritiro tra le grandi montagne dell'Himalaya.

Un mondo che non esiste più” è, quindi, un libro degli occhi, ma anche un libro che suscita desiderio di movimento. Un movimento attraverso lo spazio ed insieme uno esistenziale. Un libro che porta dentro di sé e nello stesso tempo fuori. Tiziano Terzani ha fatto di questi due movimenti corpi da ultimo separati.

La scommessa, in questo mondo che Terzani aveva percorso, analizzato, rappresentato, forse potrebbe essere quella di ricongiungerli. A quel livello di penetrazione storico-intellettuale ed anche umana. Perché al fondo del suo messaggio ci sono ascolto e amore verso ciò che è più umile e necessario, autentico e radicale.


Tiziano Terzani. Un mondo che non esiste più. Fotografie e testi scelti da Folco Terzani. Longanesi. Pag. 302. Euro 22,00.

"E così via all'infinito" di Paolo Virno

di Emilio Michelotti

Nel saggio che tento di sintetizzare, il noto filosofo del linguaggio avanza tesi antropologiche assai spiazzanti a proposito della (provo a chiamarla così) modalità di conoscenza.

Mi pare che lo studioso metta in primo piano le potenzialità evolutive di quella che Freud ha definito “coazione a ripetere”, collegandola al rito e ad un originario bisogno di regresso verso un’esistenza pre-umana.

Sembra tutto molto oscuro, ma non è così. Ogni giorno sperimentiamo, spesso a nostra insaputa, co-azioni che sconfinano con la ritualità: gesti dettati dal subconscio che, ripetendosi, non si servono e non hanno necessità delle parole.

Tale dimensione del rito, prelinguistica, tende a decostruire l’intera realtà culturale per dar modo al nuovo di emergere.

E’ un meccanismo pieno di pericoli, perché ha a che fare con un “regresso all’infinito”, verso un archeo-passato in cui l’umano si dissolve.

Ciò che concorre a bloccare questo “e così via” con un “basta così!” è la modalità della negazione (non è così, non voglio), insieme a quella della possibilità (fare scelte positive).

Dalle tecniche escogitate dall’homo sapiens fin dal suo esordio per l’esercizio di queste tre fondamentali capacità (negazione, possibilità, bloccaggio del regresso) origina, se ho ben capito, l’intero processo di acculturazione umana.

Paolo Virno – E così via all’infinito. Bollati Boringhieri, 2010


"Mostra su Arcimboldo" di Luciano Luciani

Fu nel 1583 che l’imperatore Rodolfo II (1552 – 1612) abbandonò in modo definitivo la corte asburgica viennese per insediarsi fino al termine della sua vita tormentata nel castello di Hradschin sulla collina Hradcany, a Praga. Mai nessuno conobbe il motivo di tale decisione che, oltre a tutto, indeboliva la sua già scossa autorità nei confronti del fratello Mattia, suo successore dal 1612 al 1619, infido e avido di potere. C’è solo da supporre che il monarca, poco sicuro di sé e affetto da gravi turbe mentali, pensasse di trovare nella capitale boema un ambiente più conforme ai propri problemi caratteriali.

Per i suoi contemporanei e per le generazioni successive Rodolfo rimase sempre un personaggio bizzarro il cui comportamento fu sempre immerso in un clima da leggenda a causa dei suoi rapporti con alchimisti e astrologhi. Difatti, contraddittoriamente, mentre alla sua corte convenivano artisti, filosofi e scienziati quali Giordano Bruno, Giambattista Della Porta, gli astronomi Johannes Kepler e Tycho Brahe, parallelamente vi erano accolti gli alchimisti John Dee e Michael Sendivogius, il medium Edward Kelley, consigliere di Elisabetta I d’Inghilterra, il rabbino Jehuda Low, leggendario creatore del Golem, tutti operatori di riti misteriosi celebrati sulla scorta di formule magiche.

D’altra parte Rodolfo si mostrò con tutti munifico mecenate circondandosi di artisti delle più varie discipline: dall’oreficeria e lavorazione delle pietre preziose, alla pittura nell’ampia gamma delle sue tipiche espressioni, all’architettura. La sua sconfinata ricchezza gli consentì pure di accumulare un’incredibile quantità di capolavori della pittura e della scultura e reperti scientifici e pseudoscientifici, mostruosità naturali e ‘stranezze’ disparate, raccolti nella celebre e celebrata ‘Wunderkammer’, la ‘Camera delle Meraviglie’.

In questo clima culturale composito e fastoso, grazie al suo ingegno vivace, si inserì anche il pittore milanese Giuseppe Arcimboldi, detto Arcimboldo e Arzimbalda (Milano, 1527 – Milano, 1595) già noto, secondo il contemporaneo Paolo Morigia, come “pittore raro, e in molte altre virtù studioso, e eccellente… così nella pittura come in diverse bizzarrie, non solo in patria, ma ancor fuori”. Fin dal periodo viennese piacque, e non poco, a Rodolfo d’Asburgo l’ estro inventivo dell’artista lombardo che si sbizzarriva nella composizione di favolosi mezzi-busti costruiti con elementi vegetali, animali, minerali in cui i singoli componenti associati tra loro con minuziosa intuizione si combinavano per ricreare in modo illusorio l’espressione d’un volto umano.

Soprattutto affascinò l’inquietante metafora filosofica insita in figurazioni così cariche di mistero.

Purtroppo a Praga della copiosa produzione del manierista italiano è rimasto ben poco: solo alcuni lavori raccolti nel Museo Nazionale e nella Galleria Nazionale. Il resto è disperso in tutto il mondo: Vienna, Stoccolma, Parigi, Madrid, oltreoceano… Generazioni di critici d’arte hanno cercato di indagare, senza apprezzabili risultati, sulla personalità enigmatica e sfuggente di Giuseppe Arcimboldi. C’è da augurarsi che qualche risposta definitiva la possa suggerire la mostra su Arcimboldo a Milano "Arcimboldo - Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio" che ha aperto i battenti giovedì 10 febbraio 2011, presso le sale del Palazzo Reale. Si tratta di un'esposizione molto attesa sia per l'alto valore delle opere in mostra, sia per la possibilità offerta di una visione finalmente complessiva dell'intero percorso artistico di quello che è stato l'estro di Arcimboldo. Oltre alle sue famose teste di fiori e frutti, sono infatti esposti anche dipinti, disegni, oggetti, gioielli, che, a una prima lettura, possono apparire lontani dalla produzione tradizionale dell'artista lombardo, ma, in realtà, ne favoriscono una comprensione più larga e motivata. Se appaiono in tal modo chiari i suoi ‘debiti’ nei confronti di Leonardo e i ‘crediti’ verso l’esperienza figurativa caravaggesca, è comunque indiscutibile che Arcimboldo sia stato capace di crearsi un suo mondo originale, personalissimo, geniale al limite del grottesco, già intriso di una sensibilità quasi surrealista.

Nove le sezioni in cui è articolata la mostra, le ultime tutte interamente incentrate sulle sue opere più famose: da quelle del periodo della giovinezza alle teste più note, come "L'ortolano" e la "Testa reversibile con canestro di frutta", ai disegni grotteschi.

Un aspetto fondamentale che la mostra milanese mette poi particolarmente in luce è lo stretto rapporto che esiste tra l'artista e la sua città, Milano: una questione fino ad oggi studiata in maniera ancora troppo superficiale, ma che, fino al 22 maggio 2011 (ultimo giorno utile per visitare l'esposizione) potrà essere oggetto di attenzione, di studio e, chissà, anche di qualche sorpresa.

Mostra di pittura. "Arcimboldo - Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio" Sale del Palazzo Reale. Milano

"Luigi Morandi: il garibaldino che studiava il Belli" di Luciano Luciani

Era solo un bambino Luigi Morandi quando il generale Garibaldi in fuga da Roma, “bello di fama e di sventura”, mise piede a Todi alla testa di una piccola colonna armata che non arrivava a tremila uomini. Era l’11 luglio 1849, la tragica, eroica, estate del 1849: si era appena consumata l’epopea della Repubblica romana e nella cittadina umbra sventolava ancora il tricolore. Garibaldi e i suoi provenivano da Terni, avevano necessità di qualche giorno di riposo, di bestie da soma per trasportare i bagagli e di buoi per garantirsi quel vitto che avrebbe dovuto sostentare una marcia che si prevedeva ancora lunga e difficile fino a Venezia. A Todi Garibaldi fa sostare le truppe presso il Convento dei Cappuccini e con alcuni ufficiali entra in città, salendo fino al piazzale dove un tempo dominava la Rocca. Gli fa da guida Antonio Valentini (1785 – 1858), una delle più importanti figure del Risorgimento todino, ex tenente-quartiermastro della Guardia napoleonica e Maggiore della Guardia Civica. Garibaldi si trattiene due giorni: organizza un modesto presidio e raccomanda al sacerdote don Luigi Crispolti la tutela degli abitanti dalla rabbia e dalle immancabili rappresaglie austriache.

A sancire nel tempo il legame di affetto tra quella località umbra e l’Eroe, un albero: un cipresso, ancora oggi vivo e vitale, piantato nell’orto sottostante la piazza che a Garibaldi sarà dedicata anni più tardi

Intanto quattro eserciti gli danno la caccia: il borbonico Statella gli muoveva contro alle spalle del Tronto; a Rieti l’aspettano gli Spagnoli di don Consalvo; gli Austriaci del maresciallo D’Aspre, il feroce fucilatore dei patrioti livornesi nel maggio 1849, accampati in Umbria di fronte a Foligno, gli chiudono le via di Perugia e Ancona. Proprio da Perugia verso Todi partono 8000 austriaci con sei pezzi di artiglieria, comandati dal generale Stadion con l’ordine di “ridurre al dovere le masnade che infestano le terre occupate dalle vittoriose armi dell’Impero”, mentre l’accesso alle Legazioni è impedito dal Gorzkoski. Nel frattempo, da Roma l’Oudinot fa avanzare verso Civita Castellana addirittura un’intera divisione e alcuni battaglioni di cavalleria con alla testa il generale Morris. I Francesi e gli Austriaci sembrano aver dimenticato secolari inimicizie e collaborano all’inseguimento tra la simpatia e l’incoraggiamento di reazionari e moderati.

La morsa si stringeva sempre più e mentre i garibaldini prendevano la via della Toscana meridionale, le truppe francesi entravano a Orvieto e quelle spagnole e borboniche si insediavano a Terni, Narni e Spoleto. A loro volta gli austriaci del generale Klische De La Grange occupavano Perugia e Foligno. A Todi arrivava da Perugia un distaccamento austriaco agli ordini del Primo Tenente Tommaso Widensky che venne persuaso dal Valentini a non infierire sui repubblicani

Dopo una breve stagione di libertà l’intervento straniero riportava a Todi il dominio pontificio. Tornava il “governo dei preti” e con esso un clima politico - culturale cupo, arcigno, fatto di minacce, quando non erano vere e proprie persecuzioni, nei confronti degli esponenti più in vista dell’area liberale, la negazione di ogni riferimento alla parentesi democratica, (i “passati disordini”), la pratica diffusa di spie e informatori sguinzagliati per ogni dove.

Forse era ancora troppo giovane Luigi Morandi per cogliere la grandezza tragica di quella vicenda. Certo è che il passaggio di Garibaldi e la sua quella breve sosta dovevano lasciare una traccia indelebile nel cuore e nelle coscienze dei todini e alimentare progetti e aspettative destinati a sopravvivere alla sconfitta. Protagonisti di questa resistenza morale e civile alcune importanti figure di riferimento: il conte Girolamo Domenici, già tenente della Guardia Repubblicana; il conte Lorenzo Leoni, ex ufficiale della Guardia Civica a Roma nei primi mesi del 1848; un prete tudertino, don Abdon Menicali, ammiratore di Garibaldi e sostenitore della politica piemontese; il poeta e letterato Giuseppe Cocchi, amico di Gino Capponi, ritornato a Todi nel 1851 dopo un doloroso esilio fiorentino. Ed è nella memoria dei passati esempi di eroismo, nella dedizione alla causa nazionale, nella speranza dei cambiamenti prossimi a venire che cresce il giovane Luigi Morandi.


Era nato a Todi nel 1844 da un’umile famiglia e solo a 17 anni era riuscito a iscriversi presso la Scuola Normale di Perugia: per mantenersi agli studi esercitava l’attività di contabile e, a sua volta, insegnava come maestro presso le scuole serali. A 19 anni è docente presso le scuole secondarie di Spoleto, dove fonda una “Rivista di letteratura per l’Umbria e le Marche”. Scriveva anche sulla “Sveglia”, “giornale politico settimanale per la democrazia”, una testata di stampo progressista, che rappresentava uno dei primi tentativi di far sentire a Perugia e nell’ Umbria una voce diversa dalle posizioni moderate della classe dirigente. Collaboravano, sforzandosi di offrire punti di vista ed elaborazioni non limitate agli interessi umbri ma capaci di confrontarsi con i temi generali e proponendo una visione più moderna delle grandi questioni italiane, molti intellettuali del periodo: Raffaele Erculei, Ercole Ovidi, Luigi Pianciani, Luigi Castellazzo, Concetto Procaccini, Paolo Geymonat, Emilio Lelmi, Annibale Cocchi.

Nel 1867 lo troviamo a Monterotondo con la camicia rossa di Garibaldi. Così dà notizie di sé e di quei giorni alla fidanzata che lo aspettava trepidante nella città umbra:

“E’ questa la terza volta che oggi ti scrivo; perché mi restavano ancora a dirti molte cose. E prima di tutto, io non so se a mia madre sia nota la mia partenza. Tu a quest’ora l’avrai comunicata a Galuppi. Ebbene ti prego che a lui tu dia le mie nuove, acciocché egli a sua volta possa darle a mia madre, se occorre…Riceverai da Firenze una copia del giornale il “Diritto”, nel quale troverai la narrazione di quanto abbiamo fatto, scritta da me stamattina. Io sto sempre con Pianciani e col Generale. Ti basti per ora che ti dica che abbiamo sofferto molto e molto goduto.. In questo momento passa sotto le mie finestre la nostra banda che, che gira suonando l’inno di Garibaldi. Io provo una gioia febbrile, che non si può ridire a parole; ma il cuore mi si spezza pensando alle vittime che ci costa questa vittoria. Abbiamo più di centocinquanta morti e duecento e più feriti! Lascio di scrivere perché sento che il Generale s’è affacciato alla finestra, per parlare ai Volontari… Ripiglio la penna commosso. Il generale ha fatto un magnifico discorso, annunziando che farà fucilare quei Volontari che rubassero o che commettessero altri delitti. Perciò si è costituito il Tribunale di guerra, del quale io sono segretario. Ha terminato annunziando che alle due pomeridiane egli parte alla volta di Roma. adesso è l’una! Abbiamo un’ora di tempo… Scrivimi! Scrivimi e preparami una bella camicia rossa che ancora non ho, ma che mi farò in Roma, per poi barattarla con quella apparecchiata dalle tue mani".

Monterotondo, 27 ottobre 1867”

Un ruolo di responsabilità il suo, ricordato anche da Anton Giulio Barrili in Con Garibaldi alle porte di Roma:

“Il tribunale era composto del colonnello Pianciani, presidente, di me, e del tenente Enrico Copello, giudici aggiunti, faceva da segretario il tenente Luigi Morandi, già noto all’Italia come gentile poeta, più tardi come prosatore valente e come maestro di umane lettere al giovane principe di Napoli”.

Deluso, ma tutt’altro che sconfitto, il tono del Morandi qualche giorno più tardi, dopo la dolorosa vicenda di Mentana:

“Mia cara. Dopo tre giorni di marcia faticosissima su per queste montagne, eccoci nello Stato italiano coi quattro battaglioni comandati dal Pianciani. Dall’ordine del giorno col quale si è dichiarato sciolto questo Corpo e che vedrai stampato potrai farti una chiara idea del come sono andate le cose nostre. Abbiamo dovuto cedere alla prepotenza francese; ma il nostro onore è salvo.. La camicia rossa non s’è macchiata di viltà. Dirti tutto quello che sento è impossibile. Pianciani adesso piangeva come un fanciullo nel congedarsi dai soldati. A lui questa campagna costa qualche migliaio di scudi, che è passato per le sue mani. Abbiamo consegnato le armi alle autorità italiane, al grido di Viva l’Italia. A noi ufficiali hanno lasciato la sciabola. Fra tre giorni sarò nuovamente nella mia nicchia di Spoleto. Orvinio, 8 novembre, alle sette pomeridiane”.

La “nicchia di Spoleto” è la cattedra presso il locale Ginnasio: successivamente, Morandi ottenne l’ insegnamento di italiano nell’Istituto tecnico di Forlì (1874), di Parma e poi di Roma (1879), dove l’anno dopo fu nominato professore pareggiato all’Università di Roma.

Ma la passione per la camicia rossa avrebbe continuato ad agire nella coscienza e nella memoria del Morandi, ormai affermato intellettuale, docente stimato e avviato a una brillante carriera politica. Ecco, alcuni suoi versi in cui si agita ancora il mito garibaldino

Garibaldi diceva a’ suoi guerrieri:

  • Figli! con me si mangia e dorme poco.

Chi a casa nostra non vuol più stranieri,

non deve ma trovar posa né loco,

e per valli e per monti, i mesi interi,

sempre al sole, alla neve, all’acqua, al foco.


Con me chi vuol portar veste d’onore,

se la deve acquistar col suo valore.

Una camicia bianca avete indosso:

col vostro sangue tingetela di rosso.


S’è perduta nel mare la conchiglia

che tingeva la porpora ai tiranni;

s’è perduta, e mai più non si ripiglia,

né si rifà con l’oro e con gli inganni;

ma la santa Camicia ognor vermiglia

sarà veduta , e passeran mill’anni.


Finché di patria durerà l’amore,

si troverà per tingerla il colore;

finché di patria durerà l’affetto,

per tingerla c’è sangue in ogni petto.

Certo, dopo Mentana Luigi Morandi avrebbe conosciuto conobbe quella evoluzione politica che era stata propria di molti esponenti democratici: una lenta conversione all’idea monarchica che fu anche di Crispi, Nicotera, Depretis, Benedetto Cairoli, Alessandro Fortis, di letterati illustri come Giosuè Carducci…

Ed è in questo nuovo orizzonte ideale che si consuma la restante biografia di Luigi Morandi, critico, filologo poeta, drammaturgo, maestro di letteratura italiana al principe di Napoli (1881-1886), una particolarissima esperienza di insegnamento ben raccontata in Come fu educato Vittorio Emanuele III, Torino, 1898.


L’età della “prosa risorgimentale”, subentrata dopo gli “eroici furori” giovanili, lo vide soprattutto letterato capace di personali intuizioni critiche - fu tra i primi a riconoscere il genio di Giuseppe Gioacchino Belli – e docente operoso, ricco di un’ intelligente sensibilità per le questioni dell’educazione letteraria e civile delle giovani generazioni. Tra le opere che testimoniano dell’originalità dei suoi interessi meritano di essere ricordate Stornelli e altre poesie, Sanseverino Marche, 1867; Sonetti satirici in dialetto romanesco di G. G. Belli, Sanseverino Marche, 1869; Le correzioni dei Promessi Sposi e l’unità della lingua, Parma, 1879; Antologia della critica letteraria, Città di Castello, 1885, che fu la prima del genere “istruttivo e piacevole” con una modernissima attenzione ai testi extraletterari e in un’ottica finalmente antipuristica;Sonetti romaneschi di G. G. Belli, a cura di LUIGI MORANDI, Città di Castello, 1886 – 1889; Prose e poesie italiane, Città di Castello, 1896; Grammatichetta italiana (in collaborazione con G. CAPPUCCINI), Torino 1898;

Luigi Morandi percorse anche una brillante carriera politica: fu eletto deputato al Parlamento per il Collegio di Todi nel 1892 e qualche anno più tardi, nel 1905, divenne senatore del regno.

Morì a Roma il 6 gennaio 1922.

In occasione della sua scomparsa i todini vollero ricordarlo con un’iscrizione marmorea posta sotto le arcate del Palazzo del Capitano:

Qui grato il Municipio volle il ricordo

dell’insigne concittadino senatore del Regno

Luigi Morandi

garibaldino manzoniano dei primi,

illustratore sapiente della letteratura romanesca.

Grande fu il suo culto luminoso della lingua italiana

onde ebbe la lode di scrittori eminenti

e l’ufficio di precettore di Vittorio Emanuele III

MDCCCXLIV - MCMXXII.





20 febbraio 2011

"Scheggia su Pasolini" di Emilio Michelotti

Camminare a quattro zampe, ritrovare filogeneticamente l’antico rapporto col suolo, con la roccia viva – stele/omphalos del mondo – ecco, per me, uno degli aspetti più affascinanti dell'andare per montagne. Rapporto effimero col sovrasensibile, con la stasi e con la mutazione.

Vado a Pasolini e alla nostra trentennale privazione del suo insegnamento, “mi fingo” nella sintomaticità della sua solitudine, nella sua prodigiosa frequentazione di entrambe le versioni del reale - il divenire, l’immutabilità – (l’audace connessione mi è favorita da Alias, supplemento del “Manifesto”, che alle pagine 10-11 titola Gettare il proprio corpo nella lotta).

Speranza e invettiva, caparbia volontà di trarre fuori dalla caducità corporea – dalla casualità dell’estasi e del pensiero – un segno complessivo che si sa e si vuole contingente e precario ma proprio per questo appassionatamente infinito, metavitale, non-mortale. E una capacità preziosa di far scaturire anche dalla versione forse più funerea – anche se certamente la più potentemente luciferina – della sessualità ( la pederastia, ovvero il sesso più distante dalla procreazione) un senso altissimo e moralmente intransigente dello stare insieme.

Dalla vetta del Pisanino, 30 ottobre 2005

19 febbraio 2011

"Un poeta alla volta: Francesco Sollima" di Gianni Quilici









Un aiuto


Nell’infinito presente dove tutto converge,

negli infranti momenti in cui tutto crolla,

nei richiami d’aiuto che non hanno risposta.

Comprenderai di dovertela cavare da solo.


Come le stelle si attraggono nel cielo,

come tutti i gruppi di corpi celesti gravitanti,

come tutto il ciò che ci circonda è collegato;

basta capirne logica e significato.

Scoprirai che non siamo mai veramente soli.


Francesco Sollima ha soltanto 16 anni e da poco scrive poesie. Gli abbiamo chiesto quando ha iniziato.

E' cominciato tutto all'agrario, l'inverno scorso, quando dovetti recuperare un insufficente ad italiano. L'argomento era appunto la poesia. E mentre studiavo le figure retoriche mi venne in mente di scrivere, così su due piedi. Ho iniziato parlando della guerra, poi, data la mia età, mi sono concentrato a sfogare le mie preoccupazioni e felicità, senza pensare all'effetto che avrebbero dato ad un presunto lettore. Quello per me era diventato un bisogno”.

Nonostante l'età eccetera eccetera, Francesco dimostra di avere uno stile ed un controllo della materia, in una fase dell'esistenza, in cui i sentimenti possono sfuggire al controllo autocritico.

Leggiamo la prima strofa.

Il primo verso “Nell'infinito presente dove tutto converge” ci proietta immediatamente nella grandezza senza limiti del tempo e della sua unitarietà; per poi, nel secondo, all'opposto divenire soltanto “infranti momenti in cui tutto crolla”, in cui non si hanno risposte “nei richiami d'aiuto”. Ecco, la bellezza di questi versi si potrebbe sintetizzare così: solitudine di attimi nell'infinito del tempo. La conclusione della strofa è un salto di riflessione esistenziale, quasi un aforisma: “Comprenderai di dovertela cavare da solo”.

A questo rappresentazione della condizione umana e riflessione sulla stessa si intreccia il ritmo dato dalla ripetizione, quasi anafore, delle preposizioni articolate, nell'infinito presente, negli infranti momenti, nei richiami d'aiuto, che donano musicalità e forza al senso della poesia.

La seconda strofa approfondisce, in modo dialettico, la solitudine: se è vero che si è soli, è anche vero “che non siamo mai veramente soli”, perché tutto l'universo è collegato: dai corpi celesti all'esistenza terrena. Qui la poesia non ha forse la stessa felicità della prima strofa, perché più dimostrativa e meno visiva, ma comunque consequenziale e sempre necessaria.

Sarebbe poi necessaria una lunga riflessione su come fare poesia a scuola: come leggerla, come interpretarla, come scriverla per “tirare fuori” i desideri, le sofferenze, le visioni che spesso rimangono inespressi e pericolosamente nascosti.

da Arcipelago, giornale dell'Arci di Lucca

"La battaglia di Monte Lungo"

di Luciano Luciani


Il clima di umiliazione, di frustrazione e di rabbia in cui versava il nostro esercito (o meglio quel poco che ne rimaneva dopo quello sciagurato 8 settembre) è reso con molta efficacia nel libro di Agostino degli Espinosa, Il Regno del Sud. Scoramento, sfiducia e comprensibile smarrimento di ufficiali e soldati; difficoltà materiali e logistiche; confusione; reticenza e sospetto degli Alleati nei nostri confronti, tutto sembrava congiurare, per impedire che si ricostituisse una piccola parte dell’Esercito italiano in grado di contribuire alla cacciata dei tedeschi dal paese, secondo i voti ed il sentimento della quasi totalità del nostro popolo.

I comandi alleati – e segnatamente gli inglesi – poi diffidavano del nostro esercito, rilevandone, a volte impietosamente e più con la crudezza del vincitore che con la solidarietà dell’alleato, precedenti prove di scarsa efficienza e insufficiente combattività. E, purtroppo, il disastro dell’8 settembre, voluto dalla corona e dagli alti comandi, sembrava dare ragione a tali giudizi negativi.

Pure era di estrema importanza morale e politica che unità regolari italiane partecipassero alla liberazione del paese dalla presenza tedesca. Non vanno dimenticate, infatti, le premesse formulate alla firma dell’armistizio da parte degli anglo-americani, per cui il trattamento riservato all’Italia al momento della pace sarebbe stato determinato anche dal contributo militare alla guerra antitedesca. Ma le prove di eroismo fornite dai nostri soldati di quella tarda estate del ’43 a Roma, in Corsica, in Grecia, in Jugoslavia, testimoniarono di una rinnovata vitalità antitedesca dell’esercito italiano.

Inoltre, l’opinione pubblica democratica inglese ed americana insisteva, in polemica anche con i circoli conservatori dei rispettivi paesi, per una nostra diretta partecipazione alla guerra e per offrire agli italiani tutte le occasioni possibili di riscatto dalla lunga notte del fascismo. Ecco, per esempio, quanto sosteneva con intelligente senso storico, il deputato laburista inglese Ivor Thomas in sede di dibattito parlamentare alla Camera dei Comuni il 21 settembre ’43 “… ci sono esempi delle qualità combattive dei soldati italiani, che dimostrano come essi possano combattere quando stanno combattendo per il diritto… Gli italiani non hanno realmente combattuto in questa guerra, poiché combattevano una guerra per loro odiosa. Date loro una buona causa, ed essi mostreranno che possono combattere altrettanto bene di qualsiasi altro soldato… la Legione Garibaldina Italiana in Spagna fece alcuni eccellenti combattimenti nella penisola, e contribuì notevolmente alla sconfitta fascista a Guadalajara”.

Così, mentre la spinta offensiva alleata dopo lo sbarco di Salerno si andava rapidamente esaurendo poco al di là del Sangro e si arrestava sul Garigliano e sul Rapido, il Comando supremo alleato finalmente permetteva che si ricostituisse a Brindisi, con mezzi esclusivamente italiani, un piccolo corpo combattente, il I° Raggruppamento motorizzato.

Limitato a 5500 uomini, in massima parte volontari, il Raggruppamento risultava, forzatamente, piuttosto eterogeneo costituito da un battaglione anticarro proveniente dalla Divisione ‘Piceno’, da tre battaglioni di fanteria, da un reggimento di artiglieria, da genieri, carabinieri, autieri, mentre il quadro ufficiali veniva completato coni giovanissimi allievi dell’Accademia Navale di Livorno. Toccava al generale Dapino, già comandante della ‘Legnano’, il compito, tutt’altro che semplice, di riorganizzare, coordinare, amalgamare uomini dalla provenienza e dalla esperienza assai diversa, vincendo al tempo stesso disorientamenti, sfiducia, diffidenza.

Trascorso un breve periodo di addestramento presso Lecce (e solo dopo una sorta d’esame generale, tenutosi a fine novembre a Monte Sarchio) gli Alleati decidevano di portare in linea di combattimento il Raggruppamento Motorizzato integrato tra le truppe della V° Armata Americana agli ordini del generale Clark.

Nella notte tra il 6 ed il 7 dicembre, gli uomini di questo ricostituito primo embrione di un rinnovato esercito italiano, prendevano posizione attestandosi a cavallo della importante rotabile Napoli-Cassino-Roma, sostituendosi agli ormai logorati soldati americani del 142° Reggimento. Eravamo ormai alla vigilia del battesimo del fuoco.

Obbiettivo del Raggruppamento era la conquista di Monte Lungo, punto chiave di ogni altra successiva volontà offensiva: un dosso scabro, roccioso, privo di vegetazione saldamente tenuto dal III° Battaglione del XV° Regg. Panzergrenadiere e da esperti reparti della divisione Goering, sistemati lungo posizioni quasi imprendibili scavate nella roccia e nelle caverne. All’alba dell’8 dicembre, tra la nebbia, l’assalto, l’azione, in un primo tempo riuscita, veniva arrestata quando i soldati italiani scoperti sul fianco sinistro e privi di un valido aiuto da parte dell’artiglieria americana, subivano un violentissimo contrattacco tedesco. Fanti e bersaglieri si inchiodavano allora sulle proprie posizioni, resistendo, attaccando di nuovo, misurandosi in feroci, cruenti corpo a corpo con gli sperimentatissimi veterani della Goering. Pur duramente provato il Raggruppamento rimaneva in linea fino al giorno 16 dicembre, quando, nel contesto di un’azione più ampia e meglio concertata, realizzava il proprio obbiettivo: la conquista della quota 343 di Monte Lungo su cui, per la prima volta nella guerra, si videro sventolare assieme il tricolore e la bandiera americana.

Da parte americana non mancarono riconoscimenti – e Dio sa, se i nostri soldati e la fragile compagine del Regno del Sud ne avessero bisogno! – alla condotta delle nostre truppe. Così si esprime in un messaggio al comando del Raggruppamento il gen. Clark: “Desideravo congratularmi con gli ufficiali e soldati al vostro comando per il successo riportato nel loro attacco a Monte Lungo e su quota 343. Questa azione dimostra la determinazione dei soldati italiani a liberare il loro paese dalla dominazione tedesca, determinazione che può ben servire come esempio ai popoli oppressi d’Europa”. Gli fa eco il gen. Walker, comandante la 36° Divisione americana, scrivendo al gen. Dapino: “L’operazione combinata per l’occupazione di Monte Lungo, che è stata recentemente condotta a termine, è un grande successo. Il modo col quale tutte le truppe partecipanti hanno svolto il loro compito merita il più grande elogio. Nell’adempiere al loro compito operativo le vostre truppe hanno agito con grande prontezza e vigore ed hanno dimostrato una ferrea volontà di battersi con il nemico”.

Anche la stampa internazionale, al di qua e al di là dell’oceano, si impadronisce della notizia del positivo esordio delle nostre Forze Armate nella guerra a fianco degli Alleati, confortando quanti, negli U.S.A e in Gran Bretagna, avevano avuto fiducia nel nostro popolo e nei suoi soldati. Lo stesso quotidiano conservatore Times, sempre fedele alla linea del governo inglese di ridimensionare la portata del contributo italiano alla guerra, non può, in una corrispondenza ‘a caldo’ del 15 dicembre, tacere della volontà di combattere e dell’eroismo dimostrato dai nostri soldati: “ Molto è stato detto circa la prima apparizione degli italiani in linea, ed è ora possibile riconsiderare la loro prova. Hanno sofferto perdite pesanti, una circostanza che è stata messa a carico della inabilità nei primi stadi dell’attacco. Fu tuttavia una prode inabilità. Essi avanzarono per la salita, alpini e bersaglieri, marciando diritti e cantando. Incontrarono un fuoco imprevisto di mitragliatrici e mortai sul loro fianco sinistro, che ritenevano sicuro; l’errore può essere come può non essere stato loro. Essi medesimi dicono che iniziarono l’azione troppo presto dopo il loro arrivo in linea per riconoscere il terreno su cui dovevano avanzare;… Nonostante le perdite sotto le mitragliatrici essi si avvicinarono tanto al nemico per venire al combattimento alla baionetta e a bombe a mano, Guadagnarono terreno, e poi dovettero ritirarsi, ma si aggrapparono ad una zona del terreno che avevano guadagnato, e tuttora vi si aggrappano”.

Il prezzo pagato dai nostri soldati, in questa vicenda bellica definita da qualcuno un secondo Monte Grappa della Patria, fu di 76 caduti, 263 feriti, 166 dispersi. Senza retorica e con la semplicità che deriva dall’essersi battuti per una causa giusta, così suona la lapide apposta presso il cimitero militare di Monte Lungo: “ Quando era per i fratelli smarriti vanità sperare, follia combattere, noi soli quassù accorremmo, invitti per te cadendo, Italia!”.






09 febbraio 2011

"Le Mura di Lucca" di Luciano Luciani

Non sarà difficile per un Visitatore provvisto di qualche ricordo scolastico e di un modesto patrimonio di buone letture costruirsi uno o più itinerari “letterari” attraverso Lucca, la città di Ilaria Del Carretto e Luigi Boccherini, Giacomo Puccini e Pompeo Batoni.

Punto di partenza – imprescindibile – per ogni percorso che voglia intrecciare insieme la bellezza dei luoghi urbani con l’armonia delle parole, le Mura di Lucca.


Fin dal Medioevo, poeti e prosatori ne hanno celebrato sia la conclamata inespugnabilità, sia l’incredibile, incantevole mix tra natura ed architettura militare/civile, ben reso da un sistema di numerosi, verdi e frondosi torrioni costretti in un perimetro di pietra bianca e rossi mattoni.

Uno scenario siffatto non può che essere rimpianto, soprattutto quando a privarcene sono le taglienti ragioni della Storia e della politica. Così, con accenti accorati, densi di nostalgia il guelfo notaio lucchese (Lucca, 1280 ca. – 1349) Pietro de’ Faitinelli, esule nel Veneto, ricorda la sua “Città Murata”:

S’eo veggio en Lucca bella mia ritorno,

che fi’ quando la pera fie ben mezza,

en nullo còre uman tant’allegrezza

già mai non fu, quant’eo avrò quel giorno.


Le mura andrò leccando d’ogn’intorno

e gli uomini, piangendo d’allegrezza;

odio, rancore, guerra ed ogni empiezza

porrò giù contra quei che mi cacciorno.


E qui me’ voglio ‘l bretto castagniccio,

nanzi ch’altrove pan di gran calvello;

nanzi ch’altrove piume, qui il graticcio.


Ch’i’ ho provato sì amaro morsello,

e provo e proverò, stando esiticcio,

che ‘l bianco e e ‘l ghibellin vo’ per fratello”.


E ancorché pisano e ghibellino, Fazio degli Uberti (Pisa, tra il 1305 e il 1309 – Verona dopo il 1367) non può sottrarsi al fascino esercitato dal particolarissimo baluardo lucchese:


Andando, noi vedemmo in piccol cerchio

torreggiar Lucca a giusa di boschetto

e donnear con Prato e con Serchio.


Gentile è tutta e ben tratta a diletto…”.


Le Mura: raramente un’ opera di architettura ha concentrato in sé e in maniera così intensa il senso di un’orgogliosa appartenenza comunale. Sentite come si esprime il cronista e novelliere lucchese Giovanni Sercambi (Lucca, 1348 – 1424):


Ricordavi, ch’elli ha le belle mura

ed è piena di torri la cittade;

d’oro e di seta v’è oltre misura

e sempre ha avuto questa dignitade.

Santa Crocie la fa forte e sicura…”.


E la magia di quella originale struttura doveva continuare ad esercitarsi anche nei secoli successivi. Per esempio, su un moralista e filosofo come Michel de Montaigne (Bordeaux, 1533 – 1592) nel suo celeberrimo Diario di viaggio in Italia: “Lucca… è ben difesa e bastionata. Le fosse poco profonde in cui scorre un rivoletto pieno d’erbe verdi e larghe. Attorno alle mura, sul terrapieno interno ci sono due o tre filari d’alberi che danno ombra e, a quanto dicono, in caso di necessità fascine di legna. Dal di fuori non si vedono che chiome d’alberi che nascondono le case…” - ; o su un filologo ed archeologo come Charles de Brosses (Digione, 1709 – 1777) che nelle sue Lettere familiari dall’Italia nel 1739 e nel 1740 inserisce qualche intelligente motivo di confronto e di critica: “Lucca… nell’insieme mi ha un po’ l’aria di Ginevra… La città è della stessa grandezza, le fortificazioni si assomigliano molto; sono belle, meno belle tuttavia di quelle di Ginevre. Il loro difetto principale è d’essere troppo basse; sono poco curate ed il fossato è quasi ricolmo. Il bastione, fornito di numerosa artiglieria, è tagliato a terrazze a quattro ripiani dalla parte della città e in ciascun ripiano c’è un filare d’alberi; di modo che lassù il giro della città è una piacevole passeggiata, anzi la cosa più bella che vi sia a Lucca…”


Nel XVIII° secolo non ci sarà viaggiatore europeo impegnato nel Gran Tour lungo i luoghi del “dolce paese della Bellezza” che non getti almeno uno sguardo sulla città e sulla sua cortina di baluardi, terrapieni, parapetti, contrafforti alleggerita da “porte alte, maestose e di buona architettura” e ingentilita da “alberi belli e di grandi proporzioni”.

E i caratteri della forza e della urbanità si evidenziano anche nei versi nutriti d’Arcadia di Fra’ Puccini di Casoli:


Nella Toscana in mezzo a una pianura

Cinta di spalti, e fosse di bell’arte

Con intorno colline di verdura

Ed amene montagne da ogni parte

Giace vaga città con forti mura.

Ch’Ercole, o Polifemo, o il fiero Marte

Minacciar non potrebbono e si appella

Lucca gentile, popolata e bella.


Non mancano, però, silenzi e voci dissonanti: Heinrich Heine (Dusseldorf 1797 – Parigi 1856), benchè nei suoi Quadri di viaggio dedichi un capitolo alla capitale del Ducato, non spende una parola per le Mura; per il giovane Edward Gibbon (1737 – 1794), futuro storico del declino e della caduta dell’impero romano, “Lucca non è citta d’arte”, mentre per uno stizzoso Vittorio Alfieri (Asti 1749 – Firenze 1803) “Un giorno a Lucca mi parve un secolo”, l’uno e l’altro accomunando nel giudizio negativo sulla città anche il suo monumento più significativo.


Ma è nel XX° secolo, quello appena trascorso, che poeti e letterati sembrano riscoprire tutte le seduzioni sottili e le malie riposte della città del santo vescovo Frediano. E come poteva ignorare Lucca e le sue Mura un immagnifico inventore di slogan come Gabriele D’Annunzio? A lui si deve l’espressione “arborato cerchio”, che divenuta in breve celeberrima, è oggi di uso comune per indicare questo capoluogo toscano:


Tu vedi lunge gli oliveti grigi

che vaporano il viso ai poggi, o Serchio,

e la città dell’arborato cerchio,

ove dorme la donna del Guinigi”.


Più pensoso, Giuseppe Ungaretti – lucchese d’origine, ma di “Lucca fora” – nella sua stratificatissima e tormentata raccolta L’Allegria:


In queste mura non ci si sta che di passaggio.

Qui la meta è partire”.

Versi che nulla concedono ad un descrittivismo di maniera e scavano, invece, nella percezione che delle Mura ebbero generazioni di contadini della Piana lucchese, condannati dalla miseria e dalla fame ad un destino di emigrazione ai quattro angoli del mondo.


Scrittori, prosatori, poligrafi, giornalisti novecenteschi hanno riguardato spesso a Lucca e ne hanno celebrato la bellezza, l’armonia delle forme, le ricche memorie architettoniche come i necessari antidoti all’estetica del brutto e alla disattenzione per il passato proprie dell’ultimo secolo di storia. Così, il lucchese Arrigo Benedetti (Lucca 1910 – Roma 1976), all’interno di un’acuta sensibilità per il mondo fantastico delle tradizioni popolari della propria terra, esalta le Mura non come simbolo di guerra, ma di operosità, di laboriosità, di laiche virtù di imprenditività. Sedotto dalle Mura lucchesi ci appare anche il versiliese – ma lucchese d’adozione e negli ultimi anni della sua vita cittadino onorario della città – Mario Tobino (Viareggio 1910 – Agrigento 1991): con affetto casalingo le definisce “familiare tinello, orto di casa, giardino” ed anche “guanciale”. Ne coglie il “color damasco che hanno preso i mattoni per i tantissimi tramonti e le tenere albe che su di loro si sono posate”, ne difende con passione e competenza la straordinaria integrità architettonica.


Un unicum, certo, ma anche, nel bene e nel male, barriera e confine per la comunità umana che, nel tempo, le ha realizzate. Così, almeno, le “legge” un altro letterato versiliese, Enrico Pea (Seravezza 1881 – Forte dei Marmi 1958): “Lucca è troppo piccola città, le stesse muraglie di tre km. di giro, di cui è centro, sono impedimento a spaziare. Quasichè quelle mura fossero simbolo a ricordare il lecito e l’illecito ai cittadini: il limite, ché ogni scappatagine qui si risà in un baleno, ché la notizia come la voce fa eco: rimbalza: traversa le città dai poggi di Porta Elisa a quelli di Porta S.Anna e da Porta Vapore al Giannotti. Perché, le sponde interne delle mura di Lucca sono verdi e fiorite come le pareti di quei catini paesani che usano le massaie lucchesi per lavare i piatti”. Insomma, le Mura fanno di Lucca un luogo chiuso


Non le percepisce così, però, Gino Custer De Nobili, grande poeta vernacolo che in sonetto della sua abbondantissima produzione nella nella parlata di “Lucca drento” ne coglie soprattutto l’aspetto accogliente, cordiale, domestico:



Me lo dice un po’ lei dove la vede

in un’altra città una passeggiata

uguale a questa, comoda, ombreggiata,

col su’ tericcio ch’ ‘un dà noia al piede,


tenuta sempre ‘n ghìngheri, innacquata?…

Lo sa ch’anco d’agosto uno ‘un s’avvede

di trovarsi nel sòffoco e si crede

d’esse tornato già alla rinfrescata?


Il gran comodo, poi, della cortina

è che stai nsul muricciolo a sedere

espòsto come ‘n mezzo a una vetrina.


E mentre siei guardato di sfuggita

prendi in giro la gente ch’è il piacere,

sì, credi a me, più bello della vita.

(La cortina bona delle Mura, in Lucca mia bella)




Per Guglielmo Petroni ( Lucca 1911 – Roma 1993) la visione delle Mura al tramonto coincide con la gioia del ritorno al termine di un lungo e tormentato viaggio da Roma a Lucca attraverso un’Italia devastata dal fascismo e dalla guerra: un sentimento destinato ad essere ben presto contraddetto ma, comunque, pieno, rotondo, confortante nutrito dei colori – e degli odori, dei sapori – di casa. Una pagina tra le più belle di questo scrittore lucchese così austero e riservato: “Rividi tutte le torri della mia città, esse tutte in piedi, la prima città tutta in piedi dopo tante rovine; le mie torri, immerse in uno strato di luce rosa, erano là come sempre, ancora solide nella loro eleganza: i vetri della città luccicavano al ripiegarsi del sole. Attorno alle Mura, tra le cento chiese, tra i marmi levigati e le pietre grigie dei palazzi patrizi, si era svolta un parte della grande tragedia; anche lì morti, odii, orrori, stranieri oppressori e stranieri liberatori, ma nulla pareva mutato…”.


Le Mura hanno un dono: riescono a vincere il tempo e le contingenze della storia per offrire, a chi sa interrogarle, un secolare messaggio di civiltà. Questa virtù è bene espressa nei versi recenti di un poeta lucchese contemporaneo,

Virginio G.Bertini:


Ti fermi per assaporare

la storica immobile bellezza delle

torri,

dei campanili, delle chiese, delle

ville.

Ti siedi per sorseggiare il sole

Che ti insegue nel percorso alberato

E assaporare la distanza dal

metallico transito.

Immersione nel mondo che vedi,

suggestione di poterlo guidare da lì,

oltre la striscia di confine che

separa la città dalla campgna.

Non sono una geometrica

presenza del passato

o una quieta fortezza rossa e verde,

le Mura, queste Mura, sono

una tenera carezza di amanti,

un azimut di tensioni ed emozioni

uno specchio potente della città

e delle persone,

un balcone sul panorama

dell’umanità”.

(Virginio G. Bertini, Fraternità)