27 dicembre 2010

"Minimo Ottocento Personaggi e vicende di una difficile identità nazionale " di Luciano Luciani

Minimo Ottocento Personaggi e vicende di una difficile identità nazionale è un libro che nasce in previsione del prossimo centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Si tratta di 14 brevi saggi apparsi nel corso di questi ultimi anni, su alcune riviste specializzate ad ampia diffusione (“Patria indipendente”, periodico della Resistenza e degli ex combattenti; “Camicia rossa”, trimestrale dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini; “Naturalmente”, trimestrale di Fatti e trame delle Scienze): in essi, in una forma piana e fruibile, l'Autore ha voluto riproporre ai lettori del XXI secolo le ragioni e i valori che hanno ispirato gli uomini del Risorgimento a porre le basi, ideali e materiali, della nostra comunità nazionale. Evitando programmaticamente di entrare nel Pantheon dei Padri della Patria, Luciani ha scelto, invece, di illuminare le passioni, gli entusiasmi, i sacrifici di personaggi certo minori ma che, confrontandosi con i bordi frastagliati e taglienti della grande Storia, pure seppero lasciare segni profondi nella coscienza degli uomini loro contemporanei.

Patrioti, letterati, esploratori, militari, scienziati, educatori sono raccontati nella passione di vita che ha ispirato il loro agire, nell’attrazione per l’eresia che li ha fatti procedere controcorrente rispetto al senso comune del loro tempo, nel gusto per l’avventura intellettuale e politica che ha contrassegnato le loro esistenze.

È convinzione dell'Autore che queste storie, quando ri-conosciute, saranno sicuramente capaci di parlare ancora al cuore e alla mente dei Lettori dei nostri giorni, segnatamente di quelli più giovani che, attraverso tanti segnali, lasciano trasparire un preoccupante disorientamento di fronte alle difficoltà di costruire il presente: forse, alcune utili indicazioni per tornare a un’idea di civitas nutrita di laicità, impegno civile, rispetto per tutti, si possono ritrovare proprio nelle pagine di questo libro e nel racconto delle esperienze culturali e politiche che hanno accompagnato, e in gran parte definito, le fasi aurorali della nostra storia nazionale unitaria.

Quelle, insomma, che ci hanno fatto come siamo oggi, nel bene e nel male.


Luciano Luciani, Minimo Ottocento Personaggi e vicende di una difficile identità nazionale, Marco Del Bucchia editore, Massarosa (Lu) 2010, collana Sos/Storia o storie, pp. 131, Euro 12,00.

Iniziativa editoriale patrocinata dall'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini.


Nato a Roma, Luciano Luciani vive e lavora a Lucca. In passato docente di italiano e latino, ha sempre avuto in grande stima i suoi studenti e in altrettanta uggia i dirigenti scolastici. Sfornito di patente di guida, conduce vita appartata. Un po' per celia e un po' per non morire, da oltre trent'anni collabora con tutte le testate locali e nazionali che dimostrano una qualche attenzione per le sue "robe": noterelle di microstoria. di letterature minori, di varia e trascurata umanità.

Ama i gatti, gli antichi toscani, i gialli nerissimi.



25 dicembre 2010

" Viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi

di Gianni Quilici

L'intenzione era leggere questo libro di Antonio Tabucchi con un atlante geografico e, in certe pagine, con cartine stradali. Così non è stato. L'ho letto, infatti, disteso nel letto e a tarda serata, e rapidamente. L'ho soltanto sottolineato e qua e là annotato.

La prima impressione: è un libro di viaggi, non “di viaggi fatti per poi diventare letteratura di viaggi”. Non c'è la compattezza dello sguardo e delle elaborazioni concatenate tra presente-passato, che si trovano, per esempio, nei libri di viaggio di Alberto Moravia. Sono, tranne alcuni casi, articoli giornalistici, che stimolano innanzitutto il desiderio di viaggiare, di vedere quel luogo o quei luoghi, di leggere anche, perché i libri di viaggio sono strumenti necessari a priori del muoversi. Di vivere, soprattutto alcuni di quei momenti, che Peter Handke, nella poesia prosaica “Canto alla durata” evidenzia come gli attimi, che danno senso al tempo.

Ed infatti il libro non solo rappresenta o riflette, ma pure consiglia. Consiglia quel ristorante-trattoria, quell'albergo, quel luogo, quel dettaglio. Così troviamo Place de Furstenberg e il Jardin des Plantes a Parigi; il “cimitero marino" di Sète, in Linguadoca, con la tomba di Paul Valery; il Prado di Madrid con i suoi Goya e l'Escorial dove c'e' un ''Velazquez ''che a una prima occhiata sembra un Piero della Francesca; il silenzio di Mougins, amata da Picasso, in Provenza; la più bella città monumentale della Svizzera, Soleure; i picchi impervi, le gole dantesche, gli altopiani maestosi, i dolci colli di Creta; la tomba di Tanizaki nella bellissima Kyoto; la bellezza architettonica della stazione di Washington; gli straordinari piatti messicani; il caotico Cairo con il suo antico Cafe' Fishawi, dove Mahfuz andava, nei pomeriggi, a scrivere; l'Australia dell'Hanging Rock, il ''pietrone'' dove scomparvero misteriosamente tre ragazzine in gita con le insegnanti; un tuffo nella ''geografia immaginaria di Gregor von Rezzori''; le strade di Buenos Aires con Borges; tante idee e suggestioni dall'India e dalla sua Lisbona con la presenza di Pessoa; e del Portogallo la regione più contagiosa e più autentica l'Alentejo.

Le pagine più belle sono quelle narrative, in cui Tabucchi racconta. Come quando da Madras vuole raggiungere Kancheepuram e Mahabalipuram, due città sante del Sud dell'India ed è costretto per ragioni di sicurezza ad andare con un autista, un tipo silenzioso e reticente, in un viaggio molto lungo, con un caldo terrificante, una strada piena di buche, un finestrino che non si abbassa, una camicia incollata alla schiena per il sudore e ad un tratto si trova davanti un passaggio a livello chiuso. “In India” scrive Tabucchi “ad un passaggio a livello si può trovare di tutto” Ed infatti ecco un risciò motorizzato con un guidatore dipinto di giallo e con un'enorme scritta indecifrabile, un uomo in bici con una garza sulla bocca, un elefante con la fronte dipinta di segni violetti cavalcato dal suo karnak e infine una motoretta, guidata da un uomo abbastanza giovane con due segni colorati sulla fronte e una camicia bianca che gli arriva alle ginocchia, che si piazza alla destra del taxi, proprio accanto allo scrittore, con dietro sul portabagli “un involucro lungo e sottile avvolto in bende bianche, come un enorme sfilatino”... Tabucchi, dopo aver creato una situazione psicologica e uno scenario “esotico”, ci delizierà con una sorpresa: cosa conterrà quell'enorme, insolito sfilatino lungo e sottile?.

Altrettanto belle sono le pagine in cui Tabucchi riflette sul viaggiare, che è il filo interiore che raccoglie articoli nati da viaggi per '' farne un galleggiante unico, una barca, una canoa... verso un'unica direzione: il viaggio di un libro''.

Ecco quindi che “un luogo non è mai solo quel luogo: quel luogo siamo un po' anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati...»

Perciò scrive Tabucchi: ''Scoprirli è come esplorare gli insondabili abissi dell'animo umano, con le infinite gradazioni dei sentimenti che ci nutrono, dalla tolleranza al rancore, dall'odio alla vendetta al perdono, dal tenero amore filiale fino alla passione piu' furibonda''.

Antonio Tabucchi. Viaggi e altri viaggi. Feltrinelli. Euro 17.50.


" Dieta ipocalorica: amica o nemica della nostra salute?" di Nicola Matteucci


Nell'era in cui viviamo, è ormai chiaro che sia la componente estetica a determinare la vita sociale, i comportamenti, la quotidianità e gli aspetti cognitivi della civiltà occidentale. ...Secondo i modelli che sono stati impiantati nella nostra società, un corpo snello e veloce prevale esteticamente su un corpo che presenta vari tipi di imperfezioni. Per fronteggiare il pericolo ormai affermato dell'obesità, la medicina ci offre varie diete e vari stili alimentari, in modo da poter seguire una vita sana e all'insegna del benessere.

Molti, però, considerano la "dieta ipocalorica" come un grave risvolto e una forma di dannazione per gli individui, visto che, quando subentra la componente psico-sociale, possono scattare i sensi di disagio e la percezione di non essere accettati dalla società in cui viviamo. Altri invece pensano che un’assistenza medica (sia pur applicata entro certi limiti) nel nostro sistema alimentare, al fine di rendere la nostra salute più idonea, sia un sistema innovativo e necessario per poter vivere bene e a lungo. In realtà, nessuno in particolare ha pienamente ragione o pienamente torto.

Secondo alcuni dati reperiti sul web, il 30% degli individui che soffrivano di obesità (a causa della troppa sedentarietà e dell'eccessivo benessere) e che hanno deciso di seguire una dieta, è riuscito ad evitare diversi problemi di salute ed essi ringraziano adesso i propri dietologi.
I consigli su come non trasformarsi nelle vittime di un'era in cui il benessere porta alla sedentarietà, su come svolgere attività fisica e regolarsi nell'alimentazione (magari senza doversi forzatamente adattare a rigide regole), possono veramente aiutarci a cambiare in meglio le nostre vite. I nuovi programmi televisivi messi a punto da Rai Educational sono l’esempio di una limpida diffusione mediatica di questi “depliant” sanitari.

Nella civiltà occidentale, però, capita troppo spesso di fraintendere il fine autentico di una dieta ipocalorica, e cioè quello di migliorare la nostra salute. In molti si attengono esclusivamente al fattore estetico: seguire una dieta significa migliorare l'aspetto del nostro corpo, quindi aumentano le possibilità di farsi strada nella nostra scala sociale e chi si presenta come individuo "oversize" sfonda i gradini, viene deriso, emarginato e considerato non egualitariamente rispetto ad altre categorie.

I disagi provocati da ciò hanno allarmato vari psicologi, sociologi e neuropsichiatri, ritenendo che questo modello stia ineluttabilmente rovinando la vita e la serenità di molti individui, perlopiù compresi fra i 12 e 25 anni, facendo loro considerare il cibo come una sorta di "assassino" da evitare e portandoli a dover affrontare seri problemi quali anoressia, bulimia e ipressia.

Come detto precedentemente, l'estetica sta diventando il solo mezzo per poter essere accettati, notati e potersi fare strada nell'ambito sociale. Questo genere di arrivismo, portato fino all'estremo sindacabile tanto da autolesionarsi, e questa tendenza a sviluppare un individualismo che possa differenziare una persona dalle altre, sono i problemi principali riscontrati dal 40% di tutta la popolazione europea in età adolescenziale, secondo un libro scritto da Ornella Mastroianni. Le prime righe dell'introduzione al libro affermano esattamente questo:

- Perché ci sembra normale stare costantemente a dieta? Perché provocano fastidio le persone sovrappeso? Perché le bambine sognano di diventare delle Barbie? Si può vivere come una Bratz tra diete e shopping? Come è possibile che l'anoressia venga esaltata in film, libri e siti internet?-

In realtà, alcuni casi in cui la dieta (o comunque un diverso stile alimentare consigliato) sia stata di vitale importanza per la vita di un essere umano, hanno osservato persone comprese in una fascia di età tra i 50 e 70 anni risolvere problemi dovuti a malattie intestinali e Morbo di Crohn, che dagli anni settanta ad oggi ha registrato un notevole sviluppo. Altri problemi risolti con una diversificazione dello stile alimentare sono i seguenti: colite ulcerosa, ernia iatale, disfunzionamenti ormonali. Talvolta non si parla più della dieta intesa come riduzione della quantità di calorie assunte, ma semplicemente come assunzione di alcuni elementi e non di altri .
La dieta ipocalorica, ribadendo la mia tesi, non è affatto un male della nostra epoca, bensì un'importante componente per regolare la nostra salute; l'importante è non abusarne e non strumentalizzarla rendendola un'arma affilata, pronta più che mai a difendere una serie di modelli a dir poco vergognosi che trovano sempre più spazio nelle nostre vite e all'interno della nostra civiltà.


21 dicembre 2010

"La droga fa bene?" di Lisa Crystal Carver

di Luciano Luciani

Lisa Crystal Carver, leader e fondatrice dei ‘Suckdog’, band protagonista della scena post-punk statunitense, li ha vissuti di corsa questi quaranta anni che ci dividono dal 1968, anno di nascita suo e di molti dei fermenti di rinnovamento e ribellione che all’ anno formidabile sono legati per sempre.

In La droga fa bene (Drugs Are Nice), autobiografia che porta lo stesso titolo del disco di esordio dei ‘Suckdog’, vero e proprio cult e manifesto della rivoluzione punk, tutto è rievocato, senza enfasi e con lo sguardo consapevole di più di vent’anni dopo: la nascita per caso dei ‘Suckdog’, durante una serata con l’amica del cuore Rachel, all’ultimo anno del liceo, in un’esplosiva performance destinata a scuotere per sempre la sonnacchiosa Dover; la scoperta che urlare canzoni in compagnia di un’amica è, all’improvviso, “la cosa più bella del mondo”; il successo fulmineo. Con la band, Lisa girerà gli Stati Uniti e l’Europa e, in un tempo ancora una volta brevissimo, si troverà a Parigi fondatrice di un’aggressiva fanzine rockettara, “Rollerderby”. Poi, diventerà la moglie diciottenne del musicista attore e performer Jean–Louis Costes; subito dopo, insofferente al matrimonio, sarà prima prostituta e, infine, compagna dell’eccentrico impresario musicale Boyd Rice. La scoperta della malattia del figlio e la rivelazione del carattere violento di Boyd costringeranno Lisa, che ha sempre aggredito la vita, a fermarsi per la prima volta e a riflettere su di essa.

Per scoprire di averne passate, in vent’anni, “più di quante se ne vive in una vita intera”, e comprendere che il successo esagerato le era passato addosso senza lasciarle il tempo di rendersene conto.

Di lei e del suo gruppo hanno detto: “Lisa è l’allegria, la scorreggia, il sesso, la bellezza, la vita. È una manifestazione di Dio”. (Thurston Moore, “Sonic Youth”); “Lisa Carver è la versione sfolgorante come in un incubo del Sogno Americano”. (“Screw”); “Leggere Lisa Carver è come spararsi dell’acido insieme a una compagna di classe ninfomane che ti costringe ad ascoltare dei dischi graffiati del Kiss, mentre ti racconta le sue fantasie contorte” (“The Village Voice”); “i ‘Suckdog’, la più interessante rock band del mondo” (“Melody Maker”); “Lisa Carver, una dei cento visionari che ti cambieranno la vita” (“The Utne Readers”).

Insomma. Lisa Carver ha rivoluzionato il costume rivoluzionando per prima la sua esistenza. E adesso con La droga fa bene, ce lo racconta. Perché i cattivi ragazzi non invecchiano, sembra dire Lisa: acquistano solo, col tempo, la coscienza delle buone ragioni che li avevano resi tali.

Una consapevolezza che l’Autrice sbatte sotto gli occhi del Lettore, ora sorpreso, ora scandalizzato, ora divertito: lo fa, però, con una durezza sin troppo compiaciuta e un programmatico ‘maledettismo’ che appesantiscono una storia già estrema e tagliente di suo.


Lisa Crystal Carver

è nata nel 1968 nella piccola città di Dover, New Hampshire, dove da qualche anno è tornata a vivere, insieme a due figli Wolfgang e Mercedes. Precocissima protagonista della scena musicale underground statunitense, ha legato il suo nome alla band di cui è stata fondatrice e leader, i Suckdog, con i quali ha inciso tre album – Rape GG (1988), Drugs Are Nice (1989), definito dalla rivista “Spin” uno dei migliori del decennio, Little Flowers Dying (1990) – e percorso gli Stati Uniti e l’Europa in sei esplosive tournée.

Ha dato vita alla fanzine “Rollerderby”, collaborato con riviste come “Glamour”, “Newsday”, “Playboy” con articoli sulla rivoluzione musicale e sessuale in atto e con interviste a artisti come Beck Hansen, Courtney Love, Lydia Lunch, GG Allin, i ‘Sonic Youth’, le cui carriere musicali si svolgevano in contemporanea con la sua.

Ha esordito infine come scrittrice nel 1996, con la pubblicazione di Dancing Queen (Henry Holt, New York 1996).

L’edizione originale di La droga fa bene è uscita per Soft Skull nel 2005.


Carver Lisa C., La droga fa bene, editore Quarup, collana Badlands, pp.272, 13,90 euro,

08 dicembre 2010

"Tullia d’Aragona, la cortigiana amata dai letterati" di Luciano Luciani

Da Roma a Ferrara

Nata dalla relazione tra Giulia Campana, cortigiana romana conosciuta come la Ferrarese forse perché nativa di Adria e Luigi d’Aragona, di sangue reale e cardinale tra i più in vista durante il primo pontificato di Leone X, Tullia d’Aragona fu un’autentica figlia del Rinascimento, colto e naturalistico. Raccontano che nel suo primo soggiorno romano, durato sino al 1531, abbia distribuito largamente i piaceri della sua alcova con una particolare predilezione per gli intellettuali: il letterato Ludovico Martelli, il poeta Claudio Tolomei, il poeta latino e libertino impenitente Francesco Maria Molza, senza trascurare i ricchissimi e altrettanto prodigali aristocratici Filippo Strozzi e Paolo Emilio Orsini… Tullia, alta, bionda, due splendidi, grandi occhi non affidava le sue capacità di seduzione al solo aspetto fisico, ma a esso aggiungeva il dono di una voce morbida e ben intonata e la capacità di far versi: piuttosto convenzionali nel loro rigido modello di stampo petrarchesco secondo il parere dei critici, ma sempre tali da distinguerla dalle altre cortigiane concorrenti. Musa e insieme venditrice d’amore – una notte con lei poteva arrivare a costare l’iperbolica cifra di cento scudi! - Tullia seppe raccogliere il parere favorevole anche di una lingua tagliente e spietata come quella dell’Aretino che non poté esimersi dal giudicarla ‘una vera regina’. Personaggio inquieto, espressione di un’epoca di difficile transizione, alla perenne ricerca di un prestigio sociale che le derivasse non solo dalla bellezza e dalle maniere seduttive, ma anche dall’abilità letteraria, questa cortigiana con né piccole né poche aspirazioni intellettuali preferì spostare a Ferrara il proprio salotto ben accolta in principio dall’ammirazione e dall’amicizia di poeti come Giulio Camillo, Girolamo Muzio, Ercole Bentivoglio e, soprattutto, Bernardo Tasso, il padre di Torquato, che non le lesinarono ammirazione e amicizia (1531). Al suo fascino non rimase insensibile neppure Giambattista Giraldi Cinzio (1504 – 1574), interessante teorico del teatro dell’orrido e autore di testi cupi e truculenti conosciuti dallo stesso Shakespeare, che forse perché tenuto troppo a lungo in stand by finì per maturare un profondo astio nei confronti della donna. E, come si usava allora negli ambienti dotti, non esitò a porre mano alla penna per tentare di oscurare il mito di Tullia nella raffinata città di Ercole II d’Este e Renata di Francia. Non contento di averne messa in discussione la bellezza – “oltre la bocca larga e le labbra sottili (il viso) era disordinato da un naso lungo, gibbuto e nella estrema parte grosso, e atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s’egli tra le guance vi fosse posto” – Giraldi Cinzio ebbe buon gioco a gettare lunghe ombre sull’origine incerta e la discutibile moralità della donna: “Questa di casa d’Aragona si fa chiamare, quantunque io intenda che di madre vilissima e di quella medesima vita che ella è, in alcune paludi sia nata senza che la madre le abbia mai saputo dire chi suo padre si fosse. Venuta dunque nella nostra città, ove le pari a lei, per lo mal costume del nostro secolo, sono in più abbondanza che non si converrebbe, si dié a fare guadagno di sé disonestamente, allettando i giovani … E non pure traeva costei a sé i giovani con simili arti, i quali per lo più sono di poca levatura, ma così toglieva ella il senno ad alcuni uomini maturi e scienziati, che col promettere loro di lasciarli godere di lei, qualunque volta danzassero mentre ella toccava il leuto, facevano scalzi la rosina, o la pavana, o quale altra sorta di ballo più l’era grato e poscia beffandoli li lasciava del promesso scherniti.” La partenza di Bernardo Tasso, il suo principale estimatore e protettore che andava a mettersi al servizio del principe Ferrante di Sanseverino, la sorda ostilità del Giraldi Cinzio e versi malevoli che circolavano per Ferrara e la presentavano esclusivamente come una prostituta d’alto bordo – Tullia de l’altre vuol esser maggiore / E vuol fantesche e paggi e nane, e sfoggia / E fa con tutti i giovani l’amore. – la amareggiarono al punto da convincerla a trasferirsi a Venezia.

Venezia, Siena, Firenze

Della Serenissima Repubblica l’attirava la fama di città splendida, galante e soprattutto tollerante nei confronti delle cortigiane attorno alle quali scorrevano fiumi di denaro. Ma, forse, proprio a causa di tale notorietà l’offerta risultava di parecchio superiore alla domanda e, anche nei piani alti della prostituzione la concorrenza era forte e non conosceva esclusione di colpi: per esempio, quella di Zufolina o di Angela Zaffetta, circondata dallo splendore della prima giovinezza, mentre la nostra Tullia si avvicinava ormai ai trent’anni… Insomma, le sue rivali erano ben agguerrite e per niente disposte a farsi da parte per lasciare spazio a una venuta da fuori. In più, ci si mise anche quello spirito bizzarro di Lorenzo Venier (1510 – 1556), poeta amico dell’Aretino e autore di poemi osceni, che, in una sorta di guida in versi delle ‘mamole’ veneziane, indicate per nome e per prezzo, - una vera e propria borsa valori cortigianesca -, assegnò a Tullia solo l’ottavo posto… E allora via, via da Venezia ! Anche se il dottissimo letterato Sperone Speroni (1500 – 1588) la riconosce, unica donna tra tanti spiriti magni maschili, degna di essere citata nel suo Dialogo delle lingue e il pittore Moretto da Brescia la omaggia con un ritratto arrivato sino ai nostri giorni, Tullia lasciò la città dei Dogi nella primavera del 1537 per non farvi mai più ritorno.

L’aspettava un decennio movimentato che la vide cambiare più volte città: di nuovo Ferrara, poi Siena, quindi Firenze, raccogliendo, come suo solito, favori e consensi, ma anche inimicizie e guai. A Siena, per esempio, si sposò con il ferrarese Silvestro Guicciardi, ma fu anche accusata di magia dal letterato fiorentino Agnolo Firenzuola (1493 – 1543) che, non contento di quella imputazione pesante e pericolosa per la donna, ne mette in dubbio la moralità facendo dire a un personaggio femminile di una sua novella, una moglie che rimprovera il marito, “Tu meriteresti una femmina com’è la Tullia che si pascesse di adulteri, lasciando morire di fame il marito.” Amante riconosciuta di Ottaviano Tondi, uno dei più influenti membri del governo senese dei Nove, alle turbolenze politiche della città del Palio che l’avevano coinvolta anche personalmente, Tullia pensò bene di preferire il più tranquillo ambiente della vicina Firenze. Qui, però, nonostante l’amicizia e l’apprezzamento, non sempre disinteressato per la verità, di Benedetto Varchi, Niccolò Martelli, Alessandro Arrighi, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, il filosofo Simone Porzio, non riuscì a trovare l’ambiente tranquillo e gratificante a cui aspirava e di cui aveva sempre più necessità. La sua fama di donna galante la perseguitava e le impediva di godere sino in fondo del favore pubblico: il resto lo facevano le malelingue che non esitavano a definirla “cortigiana degli Accademici” quando non l’accusavano di servirsi della giovanissima sorella Penelope per garantire il successo al suo cenacolo erotico – filosofico- letterario. Così, anche il soggiorno fiorentino finì male e il come e il quando l’abbiamo già sommariamente raccontato (p.3).

Tullia torna a Roma

Rientrata a Roma solo nel 1548, Tullia non riuscì ad adattarsi al nuovo severo clima culturale controriformista ormai dominante nel centro della cristianità. Qui, nella città che aveva visto sorgere e affermarsi l’astro della su bellezza e della sua fama, non le venne risparmiata nessuna umiliazione: la qualifica, ora infamante di cortigiana sanzionata da una tassa proporzionale all’affitto della casa in cui abitava, palazzo Carpi nella parrocchia di sant’Agostino e la reticella di colore giallo in testa, una consuetudine restaurata a partire da Paolo III Farnese (1534 – 1549) ed estesa da Paolo IV Carafa anche agli ebrei da lui ristretti nel ghetto. Non era più tempo di anacronistici sussulti di dignità. Lo dimostrò la dura punizione inflitta a un’altra famosa cortigiana romana, Isabella di Luna, alla quale il governatore di Roma fece infliggere sulla pubblica piazza cinquanta frustate sulle natiche nude: uno spettacolo a cui metà del popolo romano non rinunciò ad assistere.

La morte della madre Giulia e della sorella Penelope dettero il colpo di grazia a Tullia che si ridusse a vivere in Trastevere in casa di un oste dove la morte la colse il 14 marzo 1556. Anche lei, comunque, aveva risparmiato abbastanza da potersi permettere una bella tomba in Sant’Agostino, insieme alla madre e vicino a quella di Fiammetta. Un piccolo legato ai frati della chiesa stabilì che ogni anno nell’anniversario della morte venisse accesa una candela accanto alla sua tomba e venisse celebrata una messa in memoriam di una delle più famose donne d’amore del Rinascimento.

Tracce di Tullia

Qualche traccia di Tullia è rimasta nella storia letteraria. Per esempio, un Dialogo della infinità d’amore (1547), appartenente al genere della trattatistica erotica. Piacque all’Aretino, che, velenoso come suo solito, scrisse in proposito che “la Tullia ha guadagnato un tesoro che, per sempre spenderlo mai non iscemerà, e l’impudicizia sua per sì fatto onore può meritamente essere invidiata e dalle più pudiche e dalle più fortunate”. Fu questa la sua opera più nota e meglio accolta. Sempre nel 1547 e per i tipi dello stesso raffinato tipografo veneziano, Gabriel Giolito, uscì il volume delle Rime, dedicato alla sua protettrice Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Si tratta, però, di versi troppo esposti all’imitazione petrarchesca e appesantiti dalla vicinanza del letterato Benedetto Varchi (1503 . 1565), uno dei suoi amanti fiorentini, che non contribuirono più di tanto a consolidare la fama letteraria a cui Tullia nell’ultima parte della sua esistenza teneva sempre di più. Né miglior fortuna le derivò dal Guerin Meschino, un poema in ottave di ben trentasei canti, tradotto da un’edizione spagnola e pubblicato postumo nel 1560: un’operazione sbagliata, sia per le preoccupazioni moralistiche che percorrono le strofe, sia per i contenuti troppo spesso contraddittori rispetto alle intenzioni.

Se la sua fama di cortigiana resse all’usura del tempo, sulla letterata scese l’oblio. Rotto, però, nel 1957 da un poeta dello spessore di Salvatore Quasimodo che nella raccolta da lui curata, Lirica d’amore italiana, volle riservare un piccolo spazio a un sonetto di Tullia d’Aragona. Uno solo, Amore un tempo in così lento foco:


Amore un tempo in così lento foco

arse mia vita, e sì colmo di doglia

struggesi il cor, che qual altro si voglia

martir fora ver lei dolcezza e gioco.


Poscia sdegno e pietate, a poco a poco

spenser la fiamma; ond’io più ch’altra soglia

libera da sì lunga e fiera voglia

giva lieta cantando in ciascun loco.


Ma il ciel né sazio ancor, lassa, né stanco

de’ danni miei, perché sempre sospiri,

mi riconduce a la mia antica sorte;


e con sì acuto spron mi punge il fianco,

ch’io temo sotto i primi empi martiri

cadere, e per men mal bramar la morte.




" I miti del Mediterraneo" di Joan Mirò

di Angelica D'Agliano

i quadri di mirò hanno la natura del sentiero, e per me il profumo e il succo delle erbe se si fermano grate se spigano in fili intorno alle pozze degli occhi. gli occhi umidi laccati di mirò. gli occhi delle donne e degli uccelli, ma potrebbero essere anche di pesce, o fettine d'uovo sodo. o altre cose che mi sento nel grembo.

e io capisco, capisco come gli fosse impossibile essere meno che la carne di un'allucinazione, fecondare l'immagine e non stupirsi se i quadri suoi li abbia ammirati anche gente come me, se un uomo d'affari abbia o meno trovato la soluzione al problema che si era cercato davanti al trittico dei blu, alla volta che ha calpestato la tela ingrata che poi è finita a montecatini, la tela che dipinse grandissima con un conato solo di nero drammatico e virginale, alle pennellate gioiose senza speranza a quel piccolo vibrare di tocchi che dovevano dare per forza ogni volta la misura di una disperazione d'artista.

alla fine di ogni costellazione, sfinito probabilmente e senza un soldo, lasciava le proporzioni gigantesche del grasso dell'indice che appannava il vetro, o la finestra capitata come per incidente fra il vuoto della stanza e il troppo freddo, il filo blu sottile che sentì divergergli in due la lingua la volta che lo volle strappare coi denti, il terrore di una lingua d'aspide e un filo come un rostro, gli uccelli-medusa lenti sulla linea ultima dell'ovest, nel momento che il mare tramontava e in cielo cominciava a premere sempre più minacciosa sempre più folle la mole erettile della via lattea.
per un momento si può dimenticare anche questo: così, immagino, aspergeva la carta del vomito dei pennelli e andava a prendersi un caffè con la brioche.


Joan Mirò. I miti del Mediterraneo. Palazzo Azzurro. Pisa.

06 dicembre 2010

"Porto franco" di Gianni Locchi

di Luciano Luciani


Siamo nella prima metà del Cinquecento. A Livorno, terra di frontiera e porto franco, s'incontrano un Lui e una Lei: giovani, belli, privi di radici, prima simpatizzano, poi si piacciono, quindi s’innamorano perdutamente. Ma c'è un cattivo che vorrebbe godersi le grazie della bella giovane e, per farla sua, la imprigiona... Non mancano, però, i buoni che aiutano l'Innamorato a salvare l'Amata, e, per non farsi mancare niente, briganti, sbirri, romei, lotte di religione e arrivi in massa di stranieri da ogni parte d’Europa e del mondo… Per fortuna, un grande evento calamitoso aiuta a sbrogliare l'intricata matassa.

Romanzo storico e di formazione, Porto Franco presenta somiglianze né piccole né poche con i celeberrimi Promessi sposi: Solo in apparenza, però, perché, come scrive l’Autore, “Manzoni non avrebbe mai potuto ambientare il suo romanzo a Livorno, dove niente e nessuno è abbastanza serio e importante.” Inoltre, invece di prendersi la briga di andare a risciacquare i panni in Arno, Gianni Locchi s'è accontentato dello Scolmatore, canale che a quel fiume volta le spalle per tuffarsi nel mar Tirreno. Insomma, quella raccontata in queste pagine è davvero tutta un'altra storia: narrata attraverso una scrittura che si avvale di dialoghi serrati, incalzanti, di un lessico che attinge direttamente al parlato di ogni giorno e a immagini e modi di dire tratti dalla vita quotidiana, celebra Livorno, una città che non teme le differenze, perché proprio dall’incontro tra le diversità ha avuto origine, gli uomini e gli anni della sua fondazione. Un luogo e un tempo in cui il coraggio, l’intraprendenza e la voglia di fare prevalevano sui pregiudizi religiosi e di sangue a cui si preferivano di gran lunga l’audacia, l’abilità, l’ingegno. Figli della modernità del loro tempo, Guccio e Angiolella, i protagonisti di Porto Franco, ne sono ampiamente provvisti e solo queste doti, oltre al sentimento che li unisce, permetteranno loro di prevalere sul Male che si annida in ogni tempo nelle pieghe della Storia. Nessuna Provvidenza li aiuterà: d’altra parte, in queste pagine non siamo su “quel ramo del lago di Como”, ma a Livorno e qui ognuno è davvero l’unico artefice del proprio destino.


Gianni Locchi
, Porto Franco, Ed. Il Quadrifoglio, Livorno 2006, pp. 290, senza indicazione di prezzo



Gianni Locchi è nato a Lucca nel 1936. Dopo aver lavorato a lungo in Italia e all'estero come amministratore, si è dedicato alla scrittura. Ha già pubblicato La promozione, Mpf, Lucca 2001, Quels Juifs, Numilog, Bagneux - Paris, 2005. In questi ultimi anni si è impegnato soprattutto nella elaborazione di testi teatrali di contenuto storico-religioso, in francese e in italiano, rappresentati o in via di rappresentazione (cfr: Locchi.centerblog.net). Vive, pensa e scrive a Livorno.