27 dicembre 2010

"Minimo Ottocento Personaggi e vicende di una difficile identità nazionale " di Luciano Luciani

Minimo Ottocento Personaggi e vicende di una difficile identità nazionale è un libro che nasce in previsione del prossimo centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.

Si tratta di 14 brevi saggi apparsi nel corso di questi ultimi anni, su alcune riviste specializzate ad ampia diffusione (“Patria indipendente”, periodico della Resistenza e degli ex combattenti; “Camicia rossa”, trimestrale dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini; “Naturalmente”, trimestrale di Fatti e trame delle Scienze): in essi, in una forma piana e fruibile, l'Autore ha voluto riproporre ai lettori del XXI secolo le ragioni e i valori che hanno ispirato gli uomini del Risorgimento a porre le basi, ideali e materiali, della nostra comunità nazionale. Evitando programmaticamente di entrare nel Pantheon dei Padri della Patria, Luciani ha scelto, invece, di illuminare le passioni, gli entusiasmi, i sacrifici di personaggi certo minori ma che, confrontandosi con i bordi frastagliati e taglienti della grande Storia, pure seppero lasciare segni profondi nella coscienza degli uomini loro contemporanei.

Patrioti, letterati, esploratori, militari, scienziati, educatori sono raccontati nella passione di vita che ha ispirato il loro agire, nell’attrazione per l’eresia che li ha fatti procedere controcorrente rispetto al senso comune del loro tempo, nel gusto per l’avventura intellettuale e politica che ha contrassegnato le loro esistenze.

È convinzione dell'Autore che queste storie, quando ri-conosciute, saranno sicuramente capaci di parlare ancora al cuore e alla mente dei Lettori dei nostri giorni, segnatamente di quelli più giovani che, attraverso tanti segnali, lasciano trasparire un preoccupante disorientamento di fronte alle difficoltà di costruire il presente: forse, alcune utili indicazioni per tornare a un’idea di civitas nutrita di laicità, impegno civile, rispetto per tutti, si possono ritrovare proprio nelle pagine di questo libro e nel racconto delle esperienze culturali e politiche che hanno accompagnato, e in gran parte definito, le fasi aurorali della nostra storia nazionale unitaria.

Quelle, insomma, che ci hanno fatto come siamo oggi, nel bene e nel male.


Luciano Luciani, Minimo Ottocento Personaggi e vicende di una difficile identità nazionale, Marco Del Bucchia editore, Massarosa (Lu) 2010, collana Sos/Storia o storie, pp. 131, Euro 12,00.

Iniziativa editoriale patrocinata dall'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini.


Nato a Roma, Luciano Luciani vive e lavora a Lucca. In passato docente di italiano e latino, ha sempre avuto in grande stima i suoi studenti e in altrettanta uggia i dirigenti scolastici. Sfornito di patente di guida, conduce vita appartata. Un po' per celia e un po' per non morire, da oltre trent'anni collabora con tutte le testate locali e nazionali che dimostrano una qualche attenzione per le sue "robe": noterelle di microstoria. di letterature minori, di varia e trascurata umanità.

Ama i gatti, gli antichi toscani, i gialli nerissimi.



25 dicembre 2010

" Viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi

di Gianni Quilici

L'intenzione era leggere questo libro di Antonio Tabucchi con un atlante geografico e, in certe pagine, con cartine stradali. Così non è stato. L'ho letto, infatti, disteso nel letto e a tarda serata, e rapidamente. L'ho soltanto sottolineato e qua e là annotato.

La prima impressione: è un libro di viaggi, non “di viaggi fatti per poi diventare letteratura di viaggi”. Non c'è la compattezza dello sguardo e delle elaborazioni concatenate tra presente-passato, che si trovano, per esempio, nei libri di viaggio di Alberto Moravia. Sono, tranne alcuni casi, articoli giornalistici, che stimolano innanzitutto il desiderio di viaggiare, di vedere quel luogo o quei luoghi, di leggere anche, perché i libri di viaggio sono strumenti necessari a priori del muoversi. Di vivere, soprattutto alcuni di quei momenti, che Peter Handke, nella poesia prosaica “Canto alla durata” evidenzia come gli attimi, che danno senso al tempo.

Ed infatti il libro non solo rappresenta o riflette, ma pure consiglia. Consiglia quel ristorante-trattoria, quell'albergo, quel luogo, quel dettaglio. Così troviamo Place de Furstenberg e il Jardin des Plantes a Parigi; il “cimitero marino" di Sète, in Linguadoca, con la tomba di Paul Valery; il Prado di Madrid con i suoi Goya e l'Escorial dove c'e' un ''Velazquez ''che a una prima occhiata sembra un Piero della Francesca; il silenzio di Mougins, amata da Picasso, in Provenza; la più bella città monumentale della Svizzera, Soleure; i picchi impervi, le gole dantesche, gli altopiani maestosi, i dolci colli di Creta; la tomba di Tanizaki nella bellissima Kyoto; la bellezza architettonica della stazione di Washington; gli straordinari piatti messicani; il caotico Cairo con il suo antico Cafe' Fishawi, dove Mahfuz andava, nei pomeriggi, a scrivere; l'Australia dell'Hanging Rock, il ''pietrone'' dove scomparvero misteriosamente tre ragazzine in gita con le insegnanti; un tuffo nella ''geografia immaginaria di Gregor von Rezzori''; le strade di Buenos Aires con Borges; tante idee e suggestioni dall'India e dalla sua Lisbona con la presenza di Pessoa; e del Portogallo la regione più contagiosa e più autentica l'Alentejo.

Le pagine più belle sono quelle narrative, in cui Tabucchi racconta. Come quando da Madras vuole raggiungere Kancheepuram e Mahabalipuram, due città sante del Sud dell'India ed è costretto per ragioni di sicurezza ad andare con un autista, un tipo silenzioso e reticente, in un viaggio molto lungo, con un caldo terrificante, una strada piena di buche, un finestrino che non si abbassa, una camicia incollata alla schiena per il sudore e ad un tratto si trova davanti un passaggio a livello chiuso. “In India” scrive Tabucchi “ad un passaggio a livello si può trovare di tutto” Ed infatti ecco un risciò motorizzato con un guidatore dipinto di giallo e con un'enorme scritta indecifrabile, un uomo in bici con una garza sulla bocca, un elefante con la fronte dipinta di segni violetti cavalcato dal suo karnak e infine una motoretta, guidata da un uomo abbastanza giovane con due segni colorati sulla fronte e una camicia bianca che gli arriva alle ginocchia, che si piazza alla destra del taxi, proprio accanto allo scrittore, con dietro sul portabagli “un involucro lungo e sottile avvolto in bende bianche, come un enorme sfilatino”... Tabucchi, dopo aver creato una situazione psicologica e uno scenario “esotico”, ci delizierà con una sorpresa: cosa conterrà quell'enorme, insolito sfilatino lungo e sottile?.

Altrettanto belle sono le pagine in cui Tabucchi riflette sul viaggiare, che è il filo interiore che raccoglie articoli nati da viaggi per '' farne un galleggiante unico, una barca, una canoa... verso un'unica direzione: il viaggio di un libro''.

Ecco quindi che “un luogo non è mai solo quel luogo: quel luogo siamo un po' anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati...»

Perciò scrive Tabucchi: ''Scoprirli è come esplorare gli insondabili abissi dell'animo umano, con le infinite gradazioni dei sentimenti che ci nutrono, dalla tolleranza al rancore, dall'odio alla vendetta al perdono, dal tenero amore filiale fino alla passione piu' furibonda''.

Antonio Tabucchi. Viaggi e altri viaggi. Feltrinelli. Euro 17.50.


" Dieta ipocalorica: amica o nemica della nostra salute?" di Nicola Matteucci


Nell'era in cui viviamo, è ormai chiaro che sia la componente estetica a determinare la vita sociale, i comportamenti, la quotidianità e gli aspetti cognitivi della civiltà occidentale. ...Secondo i modelli che sono stati impiantati nella nostra società, un corpo snello e veloce prevale esteticamente su un corpo che presenta vari tipi di imperfezioni. Per fronteggiare il pericolo ormai affermato dell'obesità, la medicina ci offre varie diete e vari stili alimentari, in modo da poter seguire una vita sana e all'insegna del benessere.

Molti, però, considerano la "dieta ipocalorica" come un grave risvolto e una forma di dannazione per gli individui, visto che, quando subentra la componente psico-sociale, possono scattare i sensi di disagio e la percezione di non essere accettati dalla società in cui viviamo. Altri invece pensano che un’assistenza medica (sia pur applicata entro certi limiti) nel nostro sistema alimentare, al fine di rendere la nostra salute più idonea, sia un sistema innovativo e necessario per poter vivere bene e a lungo. In realtà, nessuno in particolare ha pienamente ragione o pienamente torto.

Secondo alcuni dati reperiti sul web, il 30% degli individui che soffrivano di obesità (a causa della troppa sedentarietà e dell'eccessivo benessere) e che hanno deciso di seguire una dieta, è riuscito ad evitare diversi problemi di salute ed essi ringraziano adesso i propri dietologi.
I consigli su come non trasformarsi nelle vittime di un'era in cui il benessere porta alla sedentarietà, su come svolgere attività fisica e regolarsi nell'alimentazione (magari senza doversi forzatamente adattare a rigide regole), possono veramente aiutarci a cambiare in meglio le nostre vite. I nuovi programmi televisivi messi a punto da Rai Educational sono l’esempio di una limpida diffusione mediatica di questi “depliant” sanitari.

Nella civiltà occidentale, però, capita troppo spesso di fraintendere il fine autentico di una dieta ipocalorica, e cioè quello di migliorare la nostra salute. In molti si attengono esclusivamente al fattore estetico: seguire una dieta significa migliorare l'aspetto del nostro corpo, quindi aumentano le possibilità di farsi strada nella nostra scala sociale e chi si presenta come individuo "oversize" sfonda i gradini, viene deriso, emarginato e considerato non egualitariamente rispetto ad altre categorie.

I disagi provocati da ciò hanno allarmato vari psicologi, sociologi e neuropsichiatri, ritenendo che questo modello stia ineluttabilmente rovinando la vita e la serenità di molti individui, perlopiù compresi fra i 12 e 25 anni, facendo loro considerare il cibo come una sorta di "assassino" da evitare e portandoli a dover affrontare seri problemi quali anoressia, bulimia e ipressia.

Come detto precedentemente, l'estetica sta diventando il solo mezzo per poter essere accettati, notati e potersi fare strada nell'ambito sociale. Questo genere di arrivismo, portato fino all'estremo sindacabile tanto da autolesionarsi, e questa tendenza a sviluppare un individualismo che possa differenziare una persona dalle altre, sono i problemi principali riscontrati dal 40% di tutta la popolazione europea in età adolescenziale, secondo un libro scritto da Ornella Mastroianni. Le prime righe dell'introduzione al libro affermano esattamente questo:

- Perché ci sembra normale stare costantemente a dieta? Perché provocano fastidio le persone sovrappeso? Perché le bambine sognano di diventare delle Barbie? Si può vivere come una Bratz tra diete e shopping? Come è possibile che l'anoressia venga esaltata in film, libri e siti internet?-

In realtà, alcuni casi in cui la dieta (o comunque un diverso stile alimentare consigliato) sia stata di vitale importanza per la vita di un essere umano, hanno osservato persone comprese in una fascia di età tra i 50 e 70 anni risolvere problemi dovuti a malattie intestinali e Morbo di Crohn, che dagli anni settanta ad oggi ha registrato un notevole sviluppo. Altri problemi risolti con una diversificazione dello stile alimentare sono i seguenti: colite ulcerosa, ernia iatale, disfunzionamenti ormonali. Talvolta non si parla più della dieta intesa come riduzione della quantità di calorie assunte, ma semplicemente come assunzione di alcuni elementi e non di altri .
La dieta ipocalorica, ribadendo la mia tesi, non è affatto un male della nostra epoca, bensì un'importante componente per regolare la nostra salute; l'importante è non abusarne e non strumentalizzarla rendendola un'arma affilata, pronta più che mai a difendere una serie di modelli a dir poco vergognosi che trovano sempre più spazio nelle nostre vite e all'interno della nostra civiltà.


21 dicembre 2010

"La droga fa bene?" di Lisa Crystal Carver

di Luciano Luciani

Lisa Crystal Carver, leader e fondatrice dei ‘Suckdog’, band protagonista della scena post-punk statunitense, li ha vissuti di corsa questi quaranta anni che ci dividono dal 1968, anno di nascita suo e di molti dei fermenti di rinnovamento e ribellione che all’ anno formidabile sono legati per sempre.

In La droga fa bene (Drugs Are Nice), autobiografia che porta lo stesso titolo del disco di esordio dei ‘Suckdog’, vero e proprio cult e manifesto della rivoluzione punk, tutto è rievocato, senza enfasi e con lo sguardo consapevole di più di vent’anni dopo: la nascita per caso dei ‘Suckdog’, durante una serata con l’amica del cuore Rachel, all’ultimo anno del liceo, in un’esplosiva performance destinata a scuotere per sempre la sonnacchiosa Dover; la scoperta che urlare canzoni in compagnia di un’amica è, all’improvviso, “la cosa più bella del mondo”; il successo fulmineo. Con la band, Lisa girerà gli Stati Uniti e l’Europa e, in un tempo ancora una volta brevissimo, si troverà a Parigi fondatrice di un’aggressiva fanzine rockettara, “Rollerderby”. Poi, diventerà la moglie diciottenne del musicista attore e performer Jean–Louis Costes; subito dopo, insofferente al matrimonio, sarà prima prostituta e, infine, compagna dell’eccentrico impresario musicale Boyd Rice. La scoperta della malattia del figlio e la rivelazione del carattere violento di Boyd costringeranno Lisa, che ha sempre aggredito la vita, a fermarsi per la prima volta e a riflettere su di essa.

Per scoprire di averne passate, in vent’anni, “più di quante se ne vive in una vita intera”, e comprendere che il successo esagerato le era passato addosso senza lasciarle il tempo di rendersene conto.

Di lei e del suo gruppo hanno detto: “Lisa è l’allegria, la scorreggia, il sesso, la bellezza, la vita. È una manifestazione di Dio”. (Thurston Moore, “Sonic Youth”); “Lisa Carver è la versione sfolgorante come in un incubo del Sogno Americano”. (“Screw”); “Leggere Lisa Carver è come spararsi dell’acido insieme a una compagna di classe ninfomane che ti costringe ad ascoltare dei dischi graffiati del Kiss, mentre ti racconta le sue fantasie contorte” (“The Village Voice”); “i ‘Suckdog’, la più interessante rock band del mondo” (“Melody Maker”); “Lisa Carver, una dei cento visionari che ti cambieranno la vita” (“The Utne Readers”).

Insomma. Lisa Carver ha rivoluzionato il costume rivoluzionando per prima la sua esistenza. E adesso con La droga fa bene, ce lo racconta. Perché i cattivi ragazzi non invecchiano, sembra dire Lisa: acquistano solo, col tempo, la coscienza delle buone ragioni che li avevano resi tali.

Una consapevolezza che l’Autrice sbatte sotto gli occhi del Lettore, ora sorpreso, ora scandalizzato, ora divertito: lo fa, però, con una durezza sin troppo compiaciuta e un programmatico ‘maledettismo’ che appesantiscono una storia già estrema e tagliente di suo.


Lisa Crystal Carver

è nata nel 1968 nella piccola città di Dover, New Hampshire, dove da qualche anno è tornata a vivere, insieme a due figli Wolfgang e Mercedes. Precocissima protagonista della scena musicale underground statunitense, ha legato il suo nome alla band di cui è stata fondatrice e leader, i Suckdog, con i quali ha inciso tre album – Rape GG (1988), Drugs Are Nice (1989), definito dalla rivista “Spin” uno dei migliori del decennio, Little Flowers Dying (1990) – e percorso gli Stati Uniti e l’Europa in sei esplosive tournée.

Ha dato vita alla fanzine “Rollerderby”, collaborato con riviste come “Glamour”, “Newsday”, “Playboy” con articoli sulla rivoluzione musicale e sessuale in atto e con interviste a artisti come Beck Hansen, Courtney Love, Lydia Lunch, GG Allin, i ‘Sonic Youth’, le cui carriere musicali si svolgevano in contemporanea con la sua.

Ha esordito infine come scrittrice nel 1996, con la pubblicazione di Dancing Queen (Henry Holt, New York 1996).

L’edizione originale di La droga fa bene è uscita per Soft Skull nel 2005.


Carver Lisa C., La droga fa bene, editore Quarup, collana Badlands, pp.272, 13,90 euro,

08 dicembre 2010

"Tullia d’Aragona, la cortigiana amata dai letterati" di Luciano Luciani

Da Roma a Ferrara

Nata dalla relazione tra Giulia Campana, cortigiana romana conosciuta come la Ferrarese forse perché nativa di Adria e Luigi d’Aragona, di sangue reale e cardinale tra i più in vista durante il primo pontificato di Leone X, Tullia d’Aragona fu un’autentica figlia del Rinascimento, colto e naturalistico. Raccontano che nel suo primo soggiorno romano, durato sino al 1531, abbia distribuito largamente i piaceri della sua alcova con una particolare predilezione per gli intellettuali: il letterato Ludovico Martelli, il poeta Claudio Tolomei, il poeta latino e libertino impenitente Francesco Maria Molza, senza trascurare i ricchissimi e altrettanto prodigali aristocratici Filippo Strozzi e Paolo Emilio Orsini… Tullia, alta, bionda, due splendidi, grandi occhi non affidava le sue capacità di seduzione al solo aspetto fisico, ma a esso aggiungeva il dono di una voce morbida e ben intonata e la capacità di far versi: piuttosto convenzionali nel loro rigido modello di stampo petrarchesco secondo il parere dei critici, ma sempre tali da distinguerla dalle altre cortigiane concorrenti. Musa e insieme venditrice d’amore – una notte con lei poteva arrivare a costare l’iperbolica cifra di cento scudi! - Tullia seppe raccogliere il parere favorevole anche di una lingua tagliente e spietata come quella dell’Aretino che non poté esimersi dal giudicarla ‘una vera regina’. Personaggio inquieto, espressione di un’epoca di difficile transizione, alla perenne ricerca di un prestigio sociale che le derivasse non solo dalla bellezza e dalle maniere seduttive, ma anche dall’abilità letteraria, questa cortigiana con né piccole né poche aspirazioni intellettuali preferì spostare a Ferrara il proprio salotto ben accolta in principio dall’ammirazione e dall’amicizia di poeti come Giulio Camillo, Girolamo Muzio, Ercole Bentivoglio e, soprattutto, Bernardo Tasso, il padre di Torquato, che non le lesinarono ammirazione e amicizia (1531). Al suo fascino non rimase insensibile neppure Giambattista Giraldi Cinzio (1504 – 1574), interessante teorico del teatro dell’orrido e autore di testi cupi e truculenti conosciuti dallo stesso Shakespeare, che forse perché tenuto troppo a lungo in stand by finì per maturare un profondo astio nei confronti della donna. E, come si usava allora negli ambienti dotti, non esitò a porre mano alla penna per tentare di oscurare il mito di Tullia nella raffinata città di Ercole II d’Este e Renata di Francia. Non contento di averne messa in discussione la bellezza – “oltre la bocca larga e le labbra sottili (il viso) era disordinato da un naso lungo, gibbuto e nella estrema parte grosso, e atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s’egli tra le guance vi fosse posto” – Giraldi Cinzio ebbe buon gioco a gettare lunghe ombre sull’origine incerta e la discutibile moralità della donna: “Questa di casa d’Aragona si fa chiamare, quantunque io intenda che di madre vilissima e di quella medesima vita che ella è, in alcune paludi sia nata senza che la madre le abbia mai saputo dire chi suo padre si fosse. Venuta dunque nella nostra città, ove le pari a lei, per lo mal costume del nostro secolo, sono in più abbondanza che non si converrebbe, si dié a fare guadagno di sé disonestamente, allettando i giovani … E non pure traeva costei a sé i giovani con simili arti, i quali per lo più sono di poca levatura, ma così toglieva ella il senno ad alcuni uomini maturi e scienziati, che col promettere loro di lasciarli godere di lei, qualunque volta danzassero mentre ella toccava il leuto, facevano scalzi la rosina, o la pavana, o quale altra sorta di ballo più l’era grato e poscia beffandoli li lasciava del promesso scherniti.” La partenza di Bernardo Tasso, il suo principale estimatore e protettore che andava a mettersi al servizio del principe Ferrante di Sanseverino, la sorda ostilità del Giraldi Cinzio e versi malevoli che circolavano per Ferrara e la presentavano esclusivamente come una prostituta d’alto bordo – Tullia de l’altre vuol esser maggiore / E vuol fantesche e paggi e nane, e sfoggia / E fa con tutti i giovani l’amore. – la amareggiarono al punto da convincerla a trasferirsi a Venezia.

Venezia, Siena, Firenze

Della Serenissima Repubblica l’attirava la fama di città splendida, galante e soprattutto tollerante nei confronti delle cortigiane attorno alle quali scorrevano fiumi di denaro. Ma, forse, proprio a causa di tale notorietà l’offerta risultava di parecchio superiore alla domanda e, anche nei piani alti della prostituzione la concorrenza era forte e non conosceva esclusione di colpi: per esempio, quella di Zufolina o di Angela Zaffetta, circondata dallo splendore della prima giovinezza, mentre la nostra Tullia si avvicinava ormai ai trent’anni… Insomma, le sue rivali erano ben agguerrite e per niente disposte a farsi da parte per lasciare spazio a una venuta da fuori. In più, ci si mise anche quello spirito bizzarro di Lorenzo Venier (1510 – 1556), poeta amico dell’Aretino e autore di poemi osceni, che, in una sorta di guida in versi delle ‘mamole’ veneziane, indicate per nome e per prezzo, - una vera e propria borsa valori cortigianesca -, assegnò a Tullia solo l’ottavo posto… E allora via, via da Venezia ! Anche se il dottissimo letterato Sperone Speroni (1500 – 1588) la riconosce, unica donna tra tanti spiriti magni maschili, degna di essere citata nel suo Dialogo delle lingue e il pittore Moretto da Brescia la omaggia con un ritratto arrivato sino ai nostri giorni, Tullia lasciò la città dei Dogi nella primavera del 1537 per non farvi mai più ritorno.

L’aspettava un decennio movimentato che la vide cambiare più volte città: di nuovo Ferrara, poi Siena, quindi Firenze, raccogliendo, come suo solito, favori e consensi, ma anche inimicizie e guai. A Siena, per esempio, si sposò con il ferrarese Silvestro Guicciardi, ma fu anche accusata di magia dal letterato fiorentino Agnolo Firenzuola (1493 – 1543) che, non contento di quella imputazione pesante e pericolosa per la donna, ne mette in dubbio la moralità facendo dire a un personaggio femminile di una sua novella, una moglie che rimprovera il marito, “Tu meriteresti una femmina com’è la Tullia che si pascesse di adulteri, lasciando morire di fame il marito.” Amante riconosciuta di Ottaviano Tondi, uno dei più influenti membri del governo senese dei Nove, alle turbolenze politiche della città del Palio che l’avevano coinvolta anche personalmente, Tullia pensò bene di preferire il più tranquillo ambiente della vicina Firenze. Qui, però, nonostante l’amicizia e l’apprezzamento, non sempre disinteressato per la verità, di Benedetto Varchi, Niccolò Martelli, Alessandro Arrighi, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, il filosofo Simone Porzio, non riuscì a trovare l’ambiente tranquillo e gratificante a cui aspirava e di cui aveva sempre più necessità. La sua fama di donna galante la perseguitava e le impediva di godere sino in fondo del favore pubblico: il resto lo facevano le malelingue che non esitavano a definirla “cortigiana degli Accademici” quando non l’accusavano di servirsi della giovanissima sorella Penelope per garantire il successo al suo cenacolo erotico – filosofico- letterario. Così, anche il soggiorno fiorentino finì male e il come e il quando l’abbiamo già sommariamente raccontato (p.3).

Tullia torna a Roma

Rientrata a Roma solo nel 1548, Tullia non riuscì ad adattarsi al nuovo severo clima culturale controriformista ormai dominante nel centro della cristianità. Qui, nella città che aveva visto sorgere e affermarsi l’astro della su bellezza e della sua fama, non le venne risparmiata nessuna umiliazione: la qualifica, ora infamante di cortigiana sanzionata da una tassa proporzionale all’affitto della casa in cui abitava, palazzo Carpi nella parrocchia di sant’Agostino e la reticella di colore giallo in testa, una consuetudine restaurata a partire da Paolo III Farnese (1534 – 1549) ed estesa da Paolo IV Carafa anche agli ebrei da lui ristretti nel ghetto. Non era più tempo di anacronistici sussulti di dignità. Lo dimostrò la dura punizione inflitta a un’altra famosa cortigiana romana, Isabella di Luna, alla quale il governatore di Roma fece infliggere sulla pubblica piazza cinquanta frustate sulle natiche nude: uno spettacolo a cui metà del popolo romano non rinunciò ad assistere.

La morte della madre Giulia e della sorella Penelope dettero il colpo di grazia a Tullia che si ridusse a vivere in Trastevere in casa di un oste dove la morte la colse il 14 marzo 1556. Anche lei, comunque, aveva risparmiato abbastanza da potersi permettere una bella tomba in Sant’Agostino, insieme alla madre e vicino a quella di Fiammetta. Un piccolo legato ai frati della chiesa stabilì che ogni anno nell’anniversario della morte venisse accesa una candela accanto alla sua tomba e venisse celebrata una messa in memoriam di una delle più famose donne d’amore del Rinascimento.

Tracce di Tullia

Qualche traccia di Tullia è rimasta nella storia letteraria. Per esempio, un Dialogo della infinità d’amore (1547), appartenente al genere della trattatistica erotica. Piacque all’Aretino, che, velenoso come suo solito, scrisse in proposito che “la Tullia ha guadagnato un tesoro che, per sempre spenderlo mai non iscemerà, e l’impudicizia sua per sì fatto onore può meritamente essere invidiata e dalle più pudiche e dalle più fortunate”. Fu questa la sua opera più nota e meglio accolta. Sempre nel 1547 e per i tipi dello stesso raffinato tipografo veneziano, Gabriel Giolito, uscì il volume delle Rime, dedicato alla sua protettrice Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Si tratta, però, di versi troppo esposti all’imitazione petrarchesca e appesantiti dalla vicinanza del letterato Benedetto Varchi (1503 . 1565), uno dei suoi amanti fiorentini, che non contribuirono più di tanto a consolidare la fama letteraria a cui Tullia nell’ultima parte della sua esistenza teneva sempre di più. Né miglior fortuna le derivò dal Guerin Meschino, un poema in ottave di ben trentasei canti, tradotto da un’edizione spagnola e pubblicato postumo nel 1560: un’operazione sbagliata, sia per le preoccupazioni moralistiche che percorrono le strofe, sia per i contenuti troppo spesso contraddittori rispetto alle intenzioni.

Se la sua fama di cortigiana resse all’usura del tempo, sulla letterata scese l’oblio. Rotto, però, nel 1957 da un poeta dello spessore di Salvatore Quasimodo che nella raccolta da lui curata, Lirica d’amore italiana, volle riservare un piccolo spazio a un sonetto di Tullia d’Aragona. Uno solo, Amore un tempo in così lento foco:


Amore un tempo in così lento foco

arse mia vita, e sì colmo di doglia

struggesi il cor, che qual altro si voglia

martir fora ver lei dolcezza e gioco.


Poscia sdegno e pietate, a poco a poco

spenser la fiamma; ond’io più ch’altra soglia

libera da sì lunga e fiera voglia

giva lieta cantando in ciascun loco.


Ma il ciel né sazio ancor, lassa, né stanco

de’ danni miei, perché sempre sospiri,

mi riconduce a la mia antica sorte;


e con sì acuto spron mi punge il fianco,

ch’io temo sotto i primi empi martiri

cadere, e per men mal bramar la morte.




" I miti del Mediterraneo" di Joan Mirò

di Angelica D'Agliano

i quadri di mirò hanno la natura del sentiero, e per me il profumo e il succo delle erbe se si fermano grate se spigano in fili intorno alle pozze degli occhi. gli occhi umidi laccati di mirò. gli occhi delle donne e degli uccelli, ma potrebbero essere anche di pesce, o fettine d'uovo sodo. o altre cose che mi sento nel grembo.

e io capisco, capisco come gli fosse impossibile essere meno che la carne di un'allucinazione, fecondare l'immagine e non stupirsi se i quadri suoi li abbia ammirati anche gente come me, se un uomo d'affari abbia o meno trovato la soluzione al problema che si era cercato davanti al trittico dei blu, alla volta che ha calpestato la tela ingrata che poi è finita a montecatini, la tela che dipinse grandissima con un conato solo di nero drammatico e virginale, alle pennellate gioiose senza speranza a quel piccolo vibrare di tocchi che dovevano dare per forza ogni volta la misura di una disperazione d'artista.

alla fine di ogni costellazione, sfinito probabilmente e senza un soldo, lasciava le proporzioni gigantesche del grasso dell'indice che appannava il vetro, o la finestra capitata come per incidente fra il vuoto della stanza e il troppo freddo, il filo blu sottile che sentì divergergli in due la lingua la volta che lo volle strappare coi denti, il terrore di una lingua d'aspide e un filo come un rostro, gli uccelli-medusa lenti sulla linea ultima dell'ovest, nel momento che il mare tramontava e in cielo cominciava a premere sempre più minacciosa sempre più folle la mole erettile della via lattea.
per un momento si può dimenticare anche questo: così, immagino, aspergeva la carta del vomito dei pennelli e andava a prendersi un caffè con la brioche.


Joan Mirò. I miti del Mediterraneo. Palazzo Azzurro. Pisa.

06 dicembre 2010

"Porto franco" di Gianni Locchi

di Luciano Luciani


Siamo nella prima metà del Cinquecento. A Livorno, terra di frontiera e porto franco, s'incontrano un Lui e una Lei: giovani, belli, privi di radici, prima simpatizzano, poi si piacciono, quindi s’innamorano perdutamente. Ma c'è un cattivo che vorrebbe godersi le grazie della bella giovane e, per farla sua, la imprigiona... Non mancano, però, i buoni che aiutano l'Innamorato a salvare l'Amata, e, per non farsi mancare niente, briganti, sbirri, romei, lotte di religione e arrivi in massa di stranieri da ogni parte d’Europa e del mondo… Per fortuna, un grande evento calamitoso aiuta a sbrogliare l'intricata matassa.

Romanzo storico e di formazione, Porto Franco presenta somiglianze né piccole né poche con i celeberrimi Promessi sposi: Solo in apparenza, però, perché, come scrive l’Autore, “Manzoni non avrebbe mai potuto ambientare il suo romanzo a Livorno, dove niente e nessuno è abbastanza serio e importante.” Inoltre, invece di prendersi la briga di andare a risciacquare i panni in Arno, Gianni Locchi s'è accontentato dello Scolmatore, canale che a quel fiume volta le spalle per tuffarsi nel mar Tirreno. Insomma, quella raccontata in queste pagine è davvero tutta un'altra storia: narrata attraverso una scrittura che si avvale di dialoghi serrati, incalzanti, di un lessico che attinge direttamente al parlato di ogni giorno e a immagini e modi di dire tratti dalla vita quotidiana, celebra Livorno, una città che non teme le differenze, perché proprio dall’incontro tra le diversità ha avuto origine, gli uomini e gli anni della sua fondazione. Un luogo e un tempo in cui il coraggio, l’intraprendenza e la voglia di fare prevalevano sui pregiudizi religiosi e di sangue a cui si preferivano di gran lunga l’audacia, l’abilità, l’ingegno. Figli della modernità del loro tempo, Guccio e Angiolella, i protagonisti di Porto Franco, ne sono ampiamente provvisti e solo queste doti, oltre al sentimento che li unisce, permetteranno loro di prevalere sul Male che si annida in ogni tempo nelle pieghe della Storia. Nessuna Provvidenza li aiuterà: d’altra parte, in queste pagine non siamo su “quel ramo del lago di Como”, ma a Livorno e qui ognuno è davvero l’unico artefice del proprio destino.


Gianni Locchi
, Porto Franco, Ed. Il Quadrifoglio, Livorno 2006, pp. 290, senza indicazione di prezzo



Gianni Locchi è nato a Lucca nel 1936. Dopo aver lavorato a lungo in Italia e all'estero come amministratore, si è dedicato alla scrittura. Ha già pubblicato La promozione, Mpf, Lucca 2001, Quels Juifs, Numilog, Bagneux - Paris, 2005. In questi ultimi anni si è impegnato soprattutto nella elaborazione di testi teatrali di contenuto storico-religioso, in francese e in italiano, rappresentati o in via di rappresentazione (cfr: Locchi.centerblog.net). Vive, pensa e scrive a Livorno.

24 novembre 2010

"All’ombra di Narciso" di Beppe Calabretta

di Luciano Luciani


Tutt’altro che epico l’ incipit della seconda avventura investigativa di Bruno Carcade, commissario capo di mezza età in forza alla questura di Lucca. Il nostro eroe, infatti, è preda di una feroce dissenteria ed è costretto a una condizione di vita, a dir poco, umiliante. Ai mali fisici si aggiungono quelli morali perché Bruno non è più sicuro dell’amore della moglie Elina che da settimane, da mesi, lo trascura, preferendogli, da archeologa appassionata e competente qual è, prima una campagna di scavi in Africa, poi un’altra in località sempre più lontane. E, per non farsi mancare nulla, si trova alle prese con un caso dai risvolti misteriosi e inquietanti: due delitti, avvenuti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, commessi ai danni di stimati personaggi della città, facendo, a quanto pare, un uso sapiente e spietato di un mix di farmaci. E, nonostante gli sforzi degli uomini e delle donne della questura di Lucca e del sostituto procuratore Antonio Parrisi, l’intero scenario, compreso il movente, rimane oscuro per ben oltre la metà del romanzo.

Insomma, anche in questa occasione la polizia brancola nel buio.

A questo punto, la regola aurea del romanzo d’investigazione tradizionale, quello che si muove lungo la linea Poe, Conan Doyle, Agata Christie, S.S. van Dine avrebbe voluto che il governo delle indagini e la conseguente soluzione del caso spettasse a un individuo di eccezionale intelligenza, supercolto e piuttosto snob: un Dupin, per intenderci, oppure uno Sherlock Holmes, un Poirot, un Philo Vance… Ma l’Autore di All’ombra di Narciso preferisce ispirarsi a un’altra scuola del poliziesco. Quella meno algida, più intrisa di umanità ed esplicitamente citata da Calabretta: il Maigret di Simenon e il Montalbano di Camilleri. Quindi, tanto lavoro di squadra con i colleghi della questura; olio di gomito e buone gambe (indagini, riscontri, interrogatori, identikit, referti e reperti); alcuni aiuti insperati; un po’ di sana improvvisazione e l’antica nostrana arte di arrangiarsi per aver ragione della penuria dei mezzi. Aggiungici poi un pizzico di fortuna…È l’Italia, bellezza!

Di questo secondo romanzo poliziesco di Beppe Calabretta non va detto altro per non guastare la lettura e l’effetto di una serie di colpi di scena che, alla fine, premiano i buoni, assicurano i cattivi alla giustizia e, faticosamente, ristabiliscono l’ordine turbato dalla trasgressione criminale.

Come accade in ogni romanzo di genere che si rispetti.

Mi preme, però, sottolineare alcuni punti, a mio parere importanti per la comprensione del lavoro, della qualità del lavoro di Beppe: il personaggio di Bruno Carcade, l’eroe indagatore, è notevolmente cresciuto rispetto al primo romanzo Il pescatore di sassi, 2009. Ha, infatti, acquistato non poche sfumature che ne arricchiscono la personalità e l’umanità: ha perduto parecchi spigoli e durezze, si è fatto più problematico, dolente, amareggiato dai continui spettacoli di sofferenza, di strazio a cui, per motivi professionali, è costretto ad assistere e con cui deve continuamente misurarsi. Bruno Carcade è un guerriero, un agonista, è un combattente, ma dal cuore tenero. Lo dimostra, per esempio, nella simpatia solidale e affettuosa con cui riguarda a Xamal, bel personaggio femminile, ben raccontato nella sua condizione di immigrata alla ricerca di pace, lavoro e dignità nel nostro Paese. Oppure, come non notare e non ricordare l’emozione dolorosa con cui il nostro protagonista osserva lo spettacolo degli operai rimasti senza lavoro che manifestano davanti a uno dei tanti Palazzi del Potere? Insomma, il dolore del mondo, soprattutto se figlio dell’ingiustizia, indigna e offende ancora Bruno Carcade, che, dietro una scorza rude, modi bruschi e una generale ruvidezza cela sensibilità, premure, impensate doti di compassione per i più deboli e le vittime. Sensibile, Bruno Carcade e sensuale. Sempre all’erta: tanto nel cogliere la bellezza femminile che gli procura, dice, “un piacere più estetico che erotico”; quanto nell’ apprezzare il buon cibo, oppure le bellezze di un quadro, o l’armonia di un paesaggio. Dati edonistici che permettono di posizionare l’Autore all’interno di quel poliziesco mediterraneo che da Vasquez Montalban arriva a Camilleri, senza trascurare la Barcellona di Alicia Jimenez Bartlett e l’Atene dello scrittore greco Petros Markaris, l’inventore del burbero commissario Charitos.

E scusate se è poco!


Beppe Calabretta, All’ombra di Narciso, Narrativa Bonaccorso, Verona 2010, pp. 162, Euro 13,00

"Piccole penne crescono" di Elisa Tambellini

Non sempre ne siamo consapevoli, eppure tutti noi abbiamo un debito con gli anni della nostra adolescenza. E’ l’età del divenire, quella in cui il rapporto con la realtà è vissuto in termini estremi. Se si è felici, lo si è totalmente, attraversati da quel sentimento di euforia che con facilità si coniuga in onnipotenza. Niente appare impossibile e si è disposti a rischiare, con quella nobile incoscienza che non ritroveremo più da adulti, per perseguire il “giusto”. Difendere il migliore amico, gridare il nostro “io non ci sto” di fronte a regole imposte e non comprese, credere davvero che prima o poi “arriveranno i nostri”, e che combatteremo nelle loro stesse fila.
Ma gli anni che pressappoco vanno dalla quinta elementare alle prime classi superiori sono segnati allo stesso modo da momenti di profonda infelicità, legati soprattutto a quella che mi piace definire “la sindrome dell’incompreso”. E chi non l’ha avuta? Il percorso di dialogo con “i grandi” è complicato dall’assenza di un vocabolario condiviso. Ma non solo: le prime delusioni “sentimentali”, piccole, diremmo con il sorriso di chi guarda al proprio passato con un po’ di tenerezza e nostalgia, assumono proporzioni deformate e si fanno tiranne di stati d’animo alla Jacopo Ortis!

E’ su questo delicato arco di vita che insistono le “piccole penne” dell’antologia nata da un’intelligente cernita di elaborati che hanno partecipato, dal 1998 al 2009, al concorso riservato agli studenti delle scuole della provincia di Lucca Il Quaderno di Michele. Le voci, ora arrabbiate, ora sognanti, sono tutte registrate “in presa diretta”. Testimoni di quest’età sono le ragazze e i ragazzi che la stanno vivendo e trovano nella scrittura un efficace strumento per ammortizzare la confusione che essa porta con sé.

Una scrittura prevalentemente diaristica, ma capace anche di misurarsi con la disarmante levità della poesia e con i ritmi più meditati della riflessione saggistica. Sfogliando queste pagine ritroviamo la grazia della semplicità di fronte a temi che da adulti leggiamo con occhi appesantiti e disillusi. Come combattere lo sfruttamento minorile? Ce lo spiega Luca, dall’alto della sua saggezza di undicenne. “Secondo me, per evitare che i diritti dei bambini vengano infranti, bisognerebbe […] non comprare materiali fabbricati da loro”. Ma facciamo anche i conti con la consapevolezza seria di Rezart, cresciuto prima dei suoi coetanei, che ammette: “E’ difficile vedere tua madre che abita in una casa di accoglienza e sentirti dare la buona notte solo per telefono”.

Stupiscono, questi giovani studenti, per la loro capacità di percepire gli spazi bianchi tra le parole. Solitamente si prestano a essere analizzati e messi al giusto posto nelle caselle di statistiche e registri; eppure sarebbe sufficiente prestare loro ascolto, mettendo un po’ da parte l’atteggiamento di chi “ne sa di più”, per capire quanto bisogno abbiano di essere educati. Nel senso etimologico del termine, che non vuol dire né “ammaestrati”, né “indottrinati”, ma “portati fuori”. Ex ducere. Portati fuori anche dalla precarietà dei loro giorni, “l’età dello scemo”, come ci informa Andrea, dodici anni.

E in questo percorso il ruolo della scuola è assolutamente primario. Ce ne rendiamo conto leggendo le pagine di un libro che non avremmo tra le mani se non ci fossero stati insegnanti sensibili e attenti. Ha un suo peso specifico, soprattutto oggi, pensare al nostro tempo non soltanto come a un periodo di crisi, di declino dei parametri di riferimento, ma come a un momento proficuo in cui poter ricostruire un futuro che sia sintesi del reale e dell’ideale. La Storia insegna che sono le età crepuscolari, di confine, quelle più interessanti; e coloro che, sebbene con acume, riescono a leggere e interpretare lo sfaldamento del presente, hanno il limite di non riconoscere che il nuovo c’è, e sta crescendo. Non gli insegnanti che si confrontano tutti i giorni con la metamorfosi e con le intuizioni che secondo una bellissima espressione di don Antonio Bello, saranno in grado di “forzare l’aurora”.
I giovani hanno pensieri alti e il coraggio per proteggerli. “Forse sono troppo ingenua per capire / e per essere capita”, scrive Carolina in seconda media. No, ragazza, il tuo “sogno delicato” era anche il nostro. Puoi aiutarci a pagare il nostro debito con la tua età credendoci ancora un po’?

AAVV. Piccole penne crescono, Antologia degli scritti presentati al concorso “Il Quaderno di Michele” promosso dall’Associazione Michele Sonnenfeld – Osservatorio sugli adolescenti e gli adulti del loro tempo, pp. 128, Lucca, ottobre 2010, (sip).

Il libro si può richiedere all’Associazione Michele Sonnenfeld, via C. Lorenzini, 40 55100 Lucca tel. 0583 954614

21 novembre 2010

"Con i film e senza" di Alberto Corsani


di Gianni Quilici

Davvero una bella sorpresa questo volumetto di nemmeno 100 pagine, in cui Alberto Corsani (Torino 1962) ragiona sul “cinema pensando ad altro”. Sono note redatte per la rivista on-line “Expanded Cinemah” tra il 1997 e il 2003. Ed è uno di quei libri che ci può accompagnare nel tempo nelle visioni o re-visioni di film e autori. Perché nulla di ciò che vi si scrive è banale: dai concetti al tono, dal linguaggio al contesto in cui i film interagiscono.

Mi è venuto da pensare leggendolo all’ipotesi che l’antipsichiatra David Cooper proponeva sullo scrivere libri. “ libri come dialoghi in cui quanto viene esposto nel libro divenga una creazione comune per tutti” (1) Ecco, la prima impressione che ho avuto mentre lo scorrevo è di una riflessione, che, per lo spessore di pensiero, i diversi tracciati che propone, l’apertura mentale con cui li propone, si presta più ad un confronto stringente che ad una recensione. Nel senso che vedo gli articoli, che compongono il libro, come dei percorsi, che anche quando si possono confutare, si prestano soprattutto ad essere discussi, continuati, ampliati, incrociati, ramificati.

Ma, per dare un’idea, sia pure succinta, ma un po’ più concreta del libro, quali sono i temi e i registi prevalenti?

Tra i registi si possono citare alla rinfusa: Bresson e Kubrick, Buster Keaton e Rohmer, Paul Schrader e Tarkovskij, Nanni Moretti e Kiarostami, Pedro Almodovar e Makhmalbaf, Sergio Leone e Polanski…

Tra i temi alcuni dei più espliciti sono: fuori-dentro un film, rapporti tra poesia e politica, filmare le idee, il cinema come sfida del luogo comune, la grande lezione a livello linguistico delle comiche del muto, l’etica nel cinema, il cinema sulla montagna, il tempo nel cinema, il trascendente con o senza divino?, l’indicibile… (G.Q.)

1) La grammatica del vivere di David Cooper. Feltrinelli, 1976.

Alberto Corsani. Con il film e senza – Appunti sul cinema pensando ad altro – Edizioni SEB 27. Torino 2003. Pag. 94. € 9,00

da La linea dell’occhio


15 novembre 2010

“G. Masterna opera incompiuta” di Tazio Secchiaroli

di Gianni Quilici

Ci sono libri incompiuti, che meritano di essere pubblicati sia per il valore in sé che contengono, sia per il fatto che aggiungono ad un'opera una traccia “significativa”, la rendono più completa.

E' il caso di questo libro fotografico, che rappresenta l'opera tanto agognata, ma mai realizzata del famoso Mastorna di Federico Fellini.

Perché un libro incompiuto? Perché raccoglie soltanto una cinquantina di scatti del provino di Fellini a Marcello Mastroianni per inquadrare il personaggio di Mastorna. Così vediamo l'attore, mentre viene truccato, quando si prova cappello e vestiti e soprattutto con il violoncello in colloquio con il regista o sotto gli occhi della macchina da presa.


In questo senso il libro è completo. E' soltanto un momento, una scheggia di ciò che sarebbe stato fotografare il film nel suo farsi, ma esso comunque ha una sua unità e necessità.

Tazio Secchiaroli ha avuto di fronte a sé uno spazio ed un tempo limitati, ma la sua grandezza, in questo caso, risiede in almeno due elementi:

  1. raccontare il provino di un film attraverso molteplici punti di vista;

  2. aver scattato alcune grandi foto.


Prendiamo la foto che fa anche da copertina. Secchiaroli coglie l'attimo, in cui Mastroianni sta manovrando la tastiera del violoncello con la conseguenza di creare un rapporto di apparente simbiosi con essa e dall'altro lasciando scoperto solo un occhio quasi allucinato, che esprime invece stravolgimento o difficoltà. Con la bellezza espressiva del volto dell'attore si coniuga la geometria ed essenzialità dello scatto.

Certo, come nota Gaetano Gentile,in http://www.frameonline.it/Libri_Secchiaroli.htm “il libro meritava un formato più grande”, ma è grande merito della Sellerio averlo comunque scoperto e stampato.


Inoltre il libro contiene alcune illustrazioni tratte dal film-fumetto di Milo Manara Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet, alcuni schizzi dello stesso Fellini per lo storyboard, un’introduzione sulla genesi del film di Vincenzo Mollica, che utilizza la interessantissima ricostruzione fatta da Tullio Kezich, la poesia “Mastorna Blues” scritta da Bernardino Zapponi e pagine di ricordi intimi del figlio del fotografo, David Secchiaroli.


Tazio Secchiaroli. G. Mastorna opera incompiuta. nota di David Secchiaroli, introduzione di Vincenzo Mollica. (La Memoria Illustrata, Sellerio, Palermo 2000. 88 pagine.10,50 €).


13 novembre 2010

"Mi piace la pianta dell’olivo" di Luciano Luciani

Mi piace la pianta dell’olivo perché longeva assai e capace di una vecchiaia “robustosa e forte”. E poi feconda e in grado di mantenersi fruttifera per almeno due o tre secoli. Un sogno, per tutti coloro che aspirino a un’intensa vita sessuale anche nella senilità!

Una curiosità: il più antico olivo del mondo si troverebbe in Grecia, ad Atene. Lo chiamano "l'olivo di Platone" e dovrebbe avere, secondo la voce popolare, due millenni e mezzo. Fruttificava, donando olive e olio ai greci, al tempo delle guerre persiane e dell'età di Pericle, quando il mondo era giovane e gli uomini credevano ancora nei miti e negli eroi ...

Altrettanto carico di storia l'uliveto più antico del mondo: è quello di Gerusalemme, il celeberrimo orto dei Getsemani, il “frantoio per l’olio” nella valle del Cedron, ai piedi del monte degli Olivi, silenzioso scenario delle sofferenze di Gesù, cui rimane indissolubilmente consacrato.

La sua fama di eternità, espressa anche in alcune sentenze popolari, è dovuta alla virtù di sviluppare dal piede vigorosi rampolli che prendono il posto del vecchio tronco che invece deperisce. Questa caratteristica ne spiega anche l’aspetto contorto e tormentato che, quasi metafora della condizione umana, ha ispirato scrittori, poeti, pittori di ogni epoca. Non rimase estraneo al suo fascino un uomo di intensa spiritualità come il cardinale Giacomo Lercaro che nei suoi Foglietti di meditazione così lo descrive: “ l’ulivo…l’albero scarno, dal tronco e dai rami contorti, quasi tormentato, senza fiori anche in primavera, dal colore smorto delle sue foglie…ma la bacca è preziosa; l’olio è cibo nutriente, medicina…; l’olio lenisce la ferita, toglie la ruggine…è mitezza, l’olio” (da Card. Giacomo Lercaro, Vi ho chiamato figli, Foglietti di meditazione (1957-1978) ed. San Paolo, 2001).

Vecchio, fecondo a lungo e pacifico, l’olivo. Fin dai tempi del racconto biblico del diluvio, un ramoscello d’olivo sta a indicare l’annuncio di pace, la fine di una contesa: “Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello d’olivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra” (Genesi, VIII, 10-11) e che si ristabiliva l’alleanza tra Dio e l’uomo. Da allora l’olivo è sempre stato percepito come un simbolo di pace: secondo il racconto virgiliano, Enea, appena sbarcato in Italia e ricercando la pace e l’alleanza col re Latino, gli inviò gli oratori coronati di olivo: Centum oratores augusta ad moenia regis / ire iubet, ramis velatos Palladis omnes; / donaque ferre viro, pacemque exposcere Teucris…(cento oratori fa andare alle sacre mura del re, / e son velati dei rami di Pallade tutti / per l’uomo doni a portare, pei Teucri pace a implorare…) (Eneide, libro settimo, vv. 153-155). Nel medioevo la fronda d’ulivo era segno di buona notizia: pace, vittoria, fine di un pericolo… Lo testimonia Dante: “E come a messagger che porta ulivo / tragge la gente per udir novella / e di calcar nessun si mostra schivo / così al viso mio s’affisar quelle” (Purgatorio, canto II, vv. 70-71).

Pianta amica e alleata dell’uomo, è considerato segno di stupidità assoluta trattarla in maniera scriteriata e senza lungimiranza: come faceva (non si trascuri la pregnante malizia di questo singolare femminile trasformato in nome proprio maschile!) un certo Potta, autolesionista che tagliava gli olivi per farci la brace.

Così in autunno inoltrato, ma solo se avremo avuto per essi quelle cure minime che si debbono ad un amico paziente e caro da sempre, "i fratelli olivi / che fan di santità pallidi i clivi / e sorridenti", per dirla col D'Annunzio alcionico, potranno donarci, e con dovizia, i frutti della loro millenaria generosità.



"Parole e musica del Risorgimento" di Luciano Luciani

Nella nostra storia nazionale poche epoche come quella risorgimentale hanno affidato alle parole e alla musica i sogni e le speranze, le rabbie e le passioni del loro tempo: infatti, la cultura romantica che pervadeva tutti gli aspetti, pubblici e privati, della vita di quegli anni così fervidi individuava proprio nella musica e nella poesia le forme d'arte più adatte ad esprimere gli impulsi più veri della interiorità.

E se il Risorgimento trova in Giuseppe Verdi l'interprete più consapevole, colui che sapeva rivelare musicalmente nella maniera più piena ed intensa, l'anima profonda del popolo italiano, pure ogni piazza, ogni piccolo paese della penisola aveva il suo modesto "vate" locale: capace di offrire parole, spesso semplici e cordiali, e sonorità, magari elementari, a favore dello spirito nazionale proprio dell'età. Un'epoca apparentemente lontana nel tempo, ma fondativa della nostra storia civile dell'oggi.

Addio, mia bella addio…

Prendiamo per esempio un anno: il 1848, l'anno fatidico, l'anno “dei portenti”. In Europa ed in Italia rivolgimenti, libertà conquistate e perdute, Costituzioni e rivoluzioni...mentre le classi subalterne cominciavano finalmente ad affacciarsi sulla scena della storia. In Italia quale motivo faceva da colonna sonora a tali e tanti sommovimenti politici e sociali?

Lo spirito di quell'anno formidabile è bene espresso dalla "più popolare gentile canzone che sia stata scritta e cantata da coloro che combattevano le guerre dell'Indipendenza" (P. Gori): Addio, mia bella addio, intitolata in origine La partenza del volontario o anche La partenza del soldato.

I versi, celeberrimi, sono stati attribuiti ora al poeta marchigiano Luigi Mercantini, ora al letterato napoletano Alessandro Poerio, morto nel 1848 durante la difesa della repubblica di Venezia.

Invece, pare che siano da attribuirsi a Carlo Bosi, studente fiorentino di giurisprudenza, che lo firmò, anagrammando il proprio nome come Basocrilo, nelle drammatiche settimane che precedettero le vicende del '48 italiano.

Il primo verso suonava Io vengo a dirti addio..., ma il sentimento popolare lo mutò nel più patetico Addio, mia bella addio.... Per la parte musicale il Bosi fece ricorso, riadattandola, ad una melodia popolare che già esisteva e circolava da tempo a Firenze.

Immediata la diffusione di questa canzone patriottica: il 21 marzo del '48 appena a Pisa furono conosciuti i fatti d'arme delle Cinque Giornate milanesi non fu possibile contenere l'entusiasmo degli universitari toscani, che per manifestare la loro passione nazionale intonavano dappertutto il testo recente del loro collega fiorentino.

Le parole e la musica di quella bella canzone patriottica avrebbero di lì a qualche settimana accompagnato l'epopea del Battaglione universitario toscano nel nord Italia, a Curtatone, divenendo in breve tempo un inno modesto ma efficace ad entusiasmare e commuovere.

Quante aspettative, quanti sogni ingenui, individuali e collettivi, quante lagrime hanno accompagnato queste strofe:

Addio, mia bella addio,

l’armata se ne va:

se non partissi anch’io

sarebbe una viltà.


Non pianger, mio tesoro,

forse ritornerò:

ma se in battaglia io moro,

in ciel t’aspetterò.


Il sacco è preparato

sull’omero mi sta

aon uomo e son soldato;

viva la libertà…

Ero povero ma disertore

Ma il senso della profonda disaffezione dall’Austria e dai suoi destini, ormai diffuso anche tra i ceti più popolari, era stato largamente propagandato da un altro testo di poco precedente il 1848 e destinato, in seguito, ad entrare in tutti i repertori della canzone militare fino al secondo conflitto mondiale:

Ero povero ma disertore

e disertai dalle mie frontiere

e Ferdinando l’impè - l’imperatore

che mi ha perseguità.


Valli e monti ho scavalcato

e dai gendarmi ero inseguito

quando una sera mi addo – mi addormentai

e mi svegliai incatenà.


Incatenato le mani e i piedi

e in tribunale mi hanno portato

ed il pretore mi ha do- mi ha domandato

Perché mai sei incatenà?”


Io gli risposi francamente:

Camminavo per la foresta

quando un pensiero mi vie- mi viene in testa:

di non fare mai più il soldà”


Caro padre, che sei già morto,

e tu madre, che vivi ancora,

se vuoi vedere tuo figlio alla- alla tortura,

condannato senza ragion.


O compagni che marciate,

che marciate al suon della tromba,

quando sarete su la – su la mia toma

griderete: pietà di me.

Io vorrei che a Metternicche

Ma i nostri bisnonni erano capaci - chi l'avrebbe mai detto? - di contenuti assai più corrivi, per non dire volgari, ma sicuramente espressivi: è il caso di Io vorrei che a Metternicche... dove Metternicche sta per Klemens Wanzel Lothar, principe di Metternich-Winneburg, uomo politico austriaco di origine tedesca, uomo simbolo della Restaurazione, della Santa Alleanza, della reazione europea e dell'oppressione austriaca sull'Italia:

Io vorrei che a Metternicche

gli tagliassero le gambe;

le mettessero per stanghe

alla carrozza del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli tagliasser le basette

ne facesser le spazzette

per le scarpe del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli tagliasser le budella

vorrei farne le bretelle

per le brache del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli mozzassero la testa

vorrei farne una gran festa

nel palazzo del suo re.


Io vorrei che a Metternicche

gli tagliassero i coglioni

vorrei farne di bottoni

per la giubba del suo re

.

E, a partire dal 1847, si inventarono sempre nuove quartine, sempre più beffarde e cruente, che accompagneranno e scandiranno, di lì a breve, le marce dei volontari verso i campi di battaglia della prima guerra d'indipendenza.


Fiori toscani

Anche i motivi musicali più semplici e spontanei conoscono in questo clima una riconversione in senso politico: è il caso di alcuni stornelli toscani, dai testi polemici, essenziali, diretti:


Fior di ginestra,

il nemico ha a andare via di casa nostra

dalla porta, se no dalla finestra.


Fior di giunchiglia,

chi di far guerra agl'Italiani ha voglia,

sappia che tutti siamo una famiglia


Fior di limone,

tutti alla nostra Italia vogliam bene:

dall'Alpi all'Etna abbiam giurato unione.


Evviva, Italia, evviva il tuo buon anno!

Or che svegliata sei dal lungo sonno,

per te non vi sarà mai più malanno.

Più letterari, invece, il Canto degli Italiani (1847) di Novaro e Mameli, divenuto più tardi il nostro inno nazionale, e quell' Inno a Giuseppe Garibaldi (1858), che, peraltro, l'Eroe dei due mondi non amava troppo per quell'incipit piuttosto macabro Si scopron le tombe: si levano i morti...: parole del poeta marchigiano Luigi Mercantini, celebre allora e oggi per la sua Spigolatrice di Sapri e musica di Alessio Olivieri che dirigeva la banda musicale della Brigata Savoia.

Versi romani e note musicali dal 1846 al 1849

Come sempre accade parole e note accompagnano le speranze e le illusioni che alimentano le aspettative dei patrioti: così, nel 1846, al momento dell'ascesa al soglio pontificio del cardinale Mastai Ferretti col nome di Pio IX in fama di sentimenti liberali, il cieco Alessio Tarantoni, un famoso stornellatore romano, non può fare a meno di registrare l'entusiasmo generale intonando per la strade della città dei papi:

Oh, Dio! Oh, Dio!

tutta l'Italia è un gran pollaio ov'io

nun ce sento cantà che: Pio! Pio!...

Anche Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, rispettata figura di capopopolo e futuro martire della Repubblica romana si infiamma per il Papa patriota e liberale e improvvisa versi ingenui e inni facili ma sinceri:

Dall'Alpi a Palermo

non s'ode che un suono

evviva Pio nono

che ci benedì.

.

E anche:

Viva la Guardia Civica

più non temiam perigli

d'antichi eroi siam polvere

del nono Pio siam figli.

Un fervore che doveva durare pochi mesi. La fuga del papa da Roma e la proclamazione della Repubblica sono scanditi da testi popolari di tutt'altro tono e contenuto:

Se il Papa è andato via

buon viaggio e così sia.

Non morremo d'affanno

perché fuggì un tiranno,

perché si ruppe il canapo

che ci legava i piè.

Viva l'Italia e il Popolo

e il Papa che va via.

Se andranno in compagnia

via pure gli altri re.

Anche l'assedio a cui fu sottoposta la Roma repubblicana dalle truppe francesi sollecita poeti e musicisti popolari:

All'armi Romani

la patria ce chiama

all'armi Romani

la patria a sarvà

All'armi Itajani

da popolo fiero

contro un impero

bisogna marcià.

E il cieco cantastorie Tarantoni così cantava sotto le bombe francesi per le strade e le piazze di Roma:

Ciavemo Garibbardi

ciavemo Calandrelli

sti boja de francesi

nun sò potuti entrà

l'amo respinti indietro

nun ponno aritornà..

Strofette antirisorgimentali

E gli "altri"? Con quali versi e quali melodie cercavano di convincere, commuovere ed entusiasmare ai propri ideali, ai propri miti gli avversari del Risorgimento?

Bisogna dire che anche gli oppositori del processo nazionale e unitario non andavano davvero leggeri nella polemica con la loro controparte politica. Queste che seguono alcune strofette di segno reazionario diffuse in Toscana dopo lo sfortunato epilogo delle vicende del '48 e del '49:

Diceva un codino

e aveva ragione

che il re più coglione

è il popolo re.

Su dite, fratelli

ov'è Montanelli?

Su dite, minchioni,

Mazzoni dov'è?

L'infame Guerrazzi,

facendo fagotto,

diceva -M' infotto

del popolo re. / ...

e via di questo passo, picchiando duro sugli sconfitti di quella contingenza storica.

Questo in Toscana, ma anche nel Veneto la sconfitta dei Piemontesi lasciava spazio alla propaganda austriacante che, intelligentemente, cercava nel dialetto e nell'oralità i modi per una diffusione larga e generalizzata:

I Piemontesi son partiti

con la piva nel suo saco,

Carlo Alberto è un gran macaco

ch'el vogliamo fusilar.


I Piemontesi coi suoi bafi

j è 'na manega de mati birbanti,

i coparemo tuti quanti,

i metaremo soto i piè.

La Bella Gigogin

Sì, la generazione del ’48 fu costretta a chinare la testa e a subire, in silenzio, vessazioni, prepotenze e sarcasmi. Fu duro accantonare di fronte alle ragioni del più forte speranze e progetti e tornare a lavorare nell’ombra, in silenzio: agitazione, propaganda, educazione e…pazienza. In attesa di giorni migliori che si fecero attendere per dieci, lunghi anni quando giunsero, si annunciarono con una festosa tiritera piena di doppi sensi: La Bella Gigogin.

Rataplan tambur io sento

che mi chiama alla bandiera

che gioia o che contento

io vado a guerreggiar.

Rtaplan non ho paura

Delle bombe e dei cannoni

Io vado alla ventura

Sarà poi quel che sarà.


E la bella Gigogin col tremila-lerillalera

La va a spass col so pigin col tremille-lerillelà


Di quindici anni facevo all’amore

dàghela avanti un passo

delizia del mio cuore.

A sedici anni ho preso marito

dàghela avanti un passo

delizia del mio cuore.

A diciassette mi sono spartita

dàghela avanti un passo

delizia del mio cuor.


La ven la ven la ven alla finestra

l’è tutta l’è tutta l’è tutta insipriada

la dis la dis la dis che l’è malada

per non per non per non mangiar polenta

bisogna bisogna bisogna aver pazienza

lassala lassala lassala maridàr…

Diffusa e cantata soprattutto a Milano e in area lombarda La Bella Gigogin è costituita da un miscuglio di strofe popolari non tutte lombarde: Gigogin, per esempio, è il diminutivo piemontese per Teresa. La musica è del milanese Paolo Giorza, compositore e direttore d’orchestra che la eseguì per la prima volta la sera di San Silvestro del 1858 al Teatro Carcano di Milano: fu un successo strepitoso, tanto e vero che la banda civica dovette ripeterla per ben otto volte consecutive.

Il testo è denso di allusioni politiche che oggi ci appaiono vaghe, ma che dovevano risultare ben chiare ai milanesi in trepida attesa dei grandi eventi che si preparavano per l’imminente 1859.

“Daghela avanti un passo” stava per certo a significare un sollecito al re del Piemonte perché si adoperasse in senso antiaustriaco; “bisogna aver pazienza, lassala maridar”, un invito a pazientare ancora un poco, fino a quando ci fossero state le condizioni migliori per unire la Lombardia al Piemonte; la ragazza che “la dis che l’è malada per non mangiar polenta” si potrebbe identificare nella stessa Lombardia, o forse l’Italia intera, che non tollera più la bandiera austriaca di colore giallo polenta.

Gli austriaci non capirono o fecero finta di non capire.

Certo, di lì a pochi mesi, nel corso della seconda guerra d’indipendenza, il segnale della battaglia di Magenta tra austriaci e franco-piemontesi (4.VI.1859) fu dato proprio dalle note della Bella Gigogin.

Il povero Luisin

Ma ogni guerra, anche se motivata dalle ragioni più valide, comporta sempre un prezzo terribile di sangue, dolore, lutti…: il senso di perdita successivo ad ogni vicenda bellica, anche la più fortunata, anche la più gloriosa è ben registrato dalla canzone popolare successiva alla seconda guerra d’indipendenza. Lo dimostra Il povero Luisin, il contraltare pensoso e malinconico alle ilari, beffarde strofe della Bella Gigogin: un testo di delicata, struggente poesia, un lamento per la morte di un giovane soldato dell’unità nazionale, caduto combattendo al Castellino nella campagna militare del 1859:

Un dì per sta contrada

passava un bel fiò

e un masulin de ros

l’ha trà in sul pugiò


E per tri mes de fila

E squasi tuti i dì

El pasegiava sempre

Dumà per vedem mi


Vegnù el cinquantanov,

che guera desperada!

E mi per sta contrada

L’ho pù vedù pasà.


Un dì pioveva, vers sira

S’ciupavi dal magun,

quand m’è rivà ‘n lètera

cul burd de cundizion


scriveva la surela

del pover Luisin

che l’era mort in guera

de fianc al Castelin


Hin già pasà tri an,

l’è mort, el vedi pù

epur stu pover cor

l’è chi ancamò per lù.

Stornelli fiorentini del 1859

Se l’anno eroico del nostro Risorgimento è il 1848, quello decisivo dal punto di vista militare, politico e diplomatico è senz’altro il 1859. Un anno importante anche per la Toscana, che, se non fu teatro di imprese di particolare epicità, pure vide la deposizione del granduca di Toscana Leopoldo II (24.IV. 1859); la formazione di un governo provvisorio composto da Peruzzi, Malenchini, Danzini; la reggenza del principe Eugenio di Savoia come prodromo all’unione col regno di Sardegna.

L’Italia cresceva a fatica, un pezzetto per volta e i salaci stornelli del popolo fiorentino esprimono bene gli umori dell’opinione pubblica fiorentina patriottica e liberale:


O Leopoldo, vecchio rimbambito,

e tutta la Toscana hai rovinato:

dal tanto bene ora tu ci hai tradito.


Nel mezzo dello mare c’è una stella;

leva quella bandiera nera e gialla,

mettila tricolore, ch’è più bella.


Fiorin di mela!

Dentro a palazzo Pitti c’è paura;

e c’è Leopoldino nella bara.


Fior di Limone!

Più non ci togli dalla bocca il pane,

né i liberali più metti in prigione.


Fior di limone!

Il granduca poté toccar con mano

Come si sbalza il re dal seggiolone.


Se stiamo saldi

La libertà ci costa pochi soldi

Andando tutti sotto Garibaldi.

A Roma, dalla Repubblica romana a Porta Pia

A Roma, dopo i generosi entusiasmi repubblicani della primavera '49, il clima della normalizzazione era stato particolarmente pesante. E se Giuseppe Gioacchino Belli si "ravvedeva" delle sue caute aperture liberali di appena qualche mese prima con un sonetto sarcastico ed irridente nei confronti di Mazzini, Saffi ed Armellini, i triumviri sconfitti, l'opposizione al governo del papa-re continuava a manifestarsi tra il popolo romano. Ora assumeva le forme improvvisate della canzonetta, ora le note dei melodrammi verdiani La battaglia di Legnano e Il Trovatore, incautamente ammessi alla rappresentazione dalla occhiuta censura del governo pontificio: i patrioti facevano propria, modificandola lievemente, la famosa aria di Azucena:

Ai nostri monti ritorneremo

la bella Patria noi rivedremo

.

Ma è nelle strade, nelle piazze, nelle osterie romane che si esprime con maggiore libertà e pregnanza la volontà di libertà e di ritorno all'Italia del popolo romano:

Ai monti de Cesena

sentirai passà la banda

Vittorio comanda

e li preti mai più.

.

Oppure:

Guardate Garibaldi

che bella barba cià

co' la camicia rossa

oh quanto bene sta.


Co' la camicia rossa

e i pantalon turchini

la carabina in spalla

semo garibardini.


Evviva Garibaldi

gridavano le belle,

evviva Manuelle

viva la libertà.


Evviva Garibaldi

gridavano le donne

e se l'Italia dorme

presto se svejerà.

E sulle note che, ancora oggi, costituiscono la facile melodia della caratteristica Fanfara dei Bersaglieri così cantavano i romani al 20 settembre 1870:

O vojantri berzajeri

che ciavete la gamba bona

fate presto a venì a Roma

a portacce la libertà.

Berzajeri avanti

prima Vittorio

poi Garibbardi.

Berzajeri indietro

verso San Pietro

s'ha da marcià....

Per la città dei papi, la libertà è alle porte. Anzi, a Porta Pia…Mentre il processo di unificazione nazionale trova un suo primo, faticoso compimento, il popolo e le sue canzoni già da qualche anno si sono rivolti a cantare altre dolorose oppressioni ed altre difficili forme di resistenza.