22 aprile 2009

"Lettere dalla Kirghisia" di Silvano Agosti


di Gianni Quilici


Silvano Agosti è un regista, sceneggiatore, scrittore e perfino gestore di un (famoso) cineclub romano “Azzurri Scipioni”, ma sopratutto è una “persona speciale”. Una tra le tante (qualunquisticamente si pensa che siano pochissime e che le migliori siano morte), che mette nel cuore della sua “prassi” un punto di vista “altamente morale”, senza pregiudizi, con intelletto aperto.

Queste “Lettere dalla Kirghisia” sono una favola, meglio un'utopia, una meta da raggiungere, un percorso su cui da subito ci possiamo inoltrare.
Perché? Cosa racconta questo libro?

Nelle “Lettere dalla Kirghisia”, Silvano Agosti racconta la sua visita in un paese straordinario “dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenità permanente non è un'utopia, ma un bene reale e comune”. Nel paese di Kirghisia, infatti, tutti lavorano solo 3 ore al giorno: il resto del tempo è dedicato a se stessi, all’amore, alla famiglia, ai figli, alla vita insomma. Si lavora meglio, non ci si ammala di ansia e stress, si è sereni e realizzati e quindi più produttivi.
Gli anziani hanno ingresso privilegiato e gratuito a cinema e teatri, non pagano i trasporti, e inoltre hanno piccoli appezzamenti di terreno da curare. I bambini non stanno seduti in aule chiuse, ma giocano nei parchi, e imparano in maniera naturale, e duratura, perché lo desiderano.
E chi vuole fare l’amore, porta in bella vista un piccolo fiore azzurro: così l’amore non genera ipocrisia, incomprensioni e imbarazzi. Non ci sono guerre, né armi: non ci sono politici falsi e strapagati ma opere di volontariato: non c’è pubblicità ma informazione.
Nel paese di Kirghisia non c’è bisogno di scrivere la costituzione perché tutti la sanno a memoria. E’ composta di una sola frase: "Al centro di ogni iniziativa, l'attenzione dello Stato e dei cittadini va innanzitutto all'essere umano”.
Leggendo le lettere, confesso, mi sono chiesto: esiste questo paese? E' il Kirghisistan come il nome sembra far presagire? “Impossibile!” ho pensato. Tuttavia sono andato su un libro di geografia per controllare...

La bellezza del libro di Silvano Agosti è nel denudare se stesso e la società così come essi sono, recuperando il massimo di ingenuità e di purezza, prospettando una sorta (possibile) di “dover-poter essere” individuale e collettivo, l'esatto opposto della irragionevolezza dei modi, dei tempi, dei contenuti dell'esistenza del nostro vivere oggi.
Per dare un'idea trascrivo i fondamentali bisogni e desideri che un buon kirghiso spiega all'autore per strada: saper dormire, saper mangiare, saper lavorare, saper imparare, saper dare, saper creare, saper amare e saper fare l'amore, saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa.

E' un libro potenzialmente per tutti: dai bambini agli adulti. Non a caso ha caratteri grandi per bambini di scuola elementare e bei disegni di Alessandra Curti. Però lo apprezza solo chi si sa vedere con “occhi nudi”.

Cosa manca?
Forse l'antitesi, la dialettica.
Tutto in Kirghisia funziona, non ci sono dissonanze, tutto è armonia.
E' credibile?
Non lo è, perché innanzitutto in noi, nell'individuo pensante c'è un incessante movimento tra essere/non essere, di cui la ricerca e la creazione sono forse il simbolo più alto.

E poi forse c'è in Agosti un intento didattico troppo scoperto, che rende le lettere, i concetti che esse esprimono, a volte, ripetitivi.

Ho comprato il libro su un banchetto di libri usati. Su di esso c'era una dedica rivolta a chiunque si accingesse a leggerlo.
La trascrivo:
“... A chi osa...
... A chi spia nelle fessure della mente...
... A chi si inoltra nella “perfetta” realtà apparente...
... Alla leggerezza del pensiero...
A chi ancora crede
A te....
Buona lettura!”

Silvano Agosti. Lettere dalla Kirghisia. Edizioni “L'immagine”. Pag. 139. Euro 10,00.



18 aprile 2009

Pierre Loti, tra amori esotici e il mito delle terre lontane" di Luciano Luciani





Quando mise piede a Tahiti nel 1872, Louis Julien Viaud aveva solo 22 anni ed una vasta pratica di viaggi, come d’altronde si conveniva ad un ufficiale della Marina francese. Aveva già toccato il Giappone, il Tonchino, l’Arabia, l’Oceania, ma furono le isole del Pacifico a segnarlo per sempre. I giovani cadetti francesi, infatti, appena sbarcati dalla nave-scuola furono fatti oggetto della curiosità e delle attenzioni delle fanciulle tahitiane: un’esperienza piacevole per tutti, ma indimenticabile per l’ingenuo e goffo provinciale arruolatosi in Marina più per amore dell’avventura e per seguire sogni e fantasie adolescenziali che per patriottismo.

Julien non era quel che si suole dire un Adone, ma compensava soprattutto la scarsa statura con un temperamento appassionato che lo faceva distinguere dagli altri suoi colleghi. Si gettò, quindi, anima e corpo alla conquista delle bellezze locali – in verità tutt’altro che inavvicinabili – che, grate per le sue cortesi premure, contraccambiarono attribuendogli il dolce ed allusivo appellativo di Loti, il nome di un delicato fiore diffuso nelle isole polinesiane.

A partire da qualche anno più tardi, Julien firmerà con quel soprannome una vasta e composita produzione letteraria di oltre 40 volumi costituita da romanzi, un Diario intimo pubblicato postumo e gli appunti delle sue esperienze di viaggio. A leggerli oggi rappresentano un suggestivo ed interessante Baedeker, capace de grande fascinazione. In essi l’autore sembra intingere la penna nei brividi della commozione ogni volta che si imbatte nella bellezza. E, come un eccellente pittore, Viaud-Loti sa ben inquadrarla, descriverla, dargli luce e trarne intense vibrazioni spirituali.

Le esperienze tahitiane rappresenteranno per Julien solo un gradevole e fugace apprendistato amoroso: ben altre imprese lo attendevano. La sua seconda spedizione sentimentale – così la definirà lo stesso Loti – avrà come scenario l’Africa nera, il Senegal, in quegli anni di spartizione coloniale del mondo definitivamente acquisita alla supremazia francese. Qui, dopo la facilità delle avventure amorose condotte nelle isole del Pacifico, lo aspetta l’Amore-Passione, contrastato e romanticamente infelice.

Lei è la consorte, dai costumi piuttosto liberi per quei tempi, di un europeo a dir poco disattento nei confronti della moglie. La signora per quanto è trascurata appare altrettanto assetata d’amore: lo trova, com’è facile immaginare, nel giovane luogotenente di vascello della Marina francese con il quale intreccia una appassionata relazione. Una storia che sembrava destinata al lieto fine se il marito, irritato dalle chiacchiere che dilagavano intorno all’infedeltà della moglie, non avesse pensato bene di imbarcarla sulla prima nave in partenza per l’Europa, liberandosi della sua imbarazzante presenza, lasciando il disgraziatissimo Julien a soffrire, meditare e lamentarsi della perdita della donna amata. Ma non finisce lì…

Anche Julien torna in Francia con “il cuore pieno d’amore, di rimorsi, d’agitazione, di contraddizioni”, rintraccia la signora in Svizzera e la scongiura di divorziare e di sposarlo. Si getta ai suoi piedi, ma tutto è inutile: riceve solo un netto rifiuto dalla donna che, dopo l’ubriacatura dei sentimenti, sembra tornata ad una più prosaica considerazione della vita coniugale e delle relazioni tra marito e moglie.

Julien esce prostrato, anche fisicamente, da questa prima, vera esperienza amorosa: è preda della febbre, delira e solo per mezzo dell’alcol riesce a dimenticare e a darsi pace.

La vita va avanti. Loti si imbarca sul Corona e sbarca a Costantinopoli: qui incontra e s’innamora fulmineamente di Hadidja, una schiava carcassa di soli diciannove anni. Nonostante la fanciulla sia strettamente sorvegliata, Loti riesce a corromperne i custodi e a vivere con lei la più emozionante delle avventure amorose. Costretto a reimbarcarsi, Loti promette alla sua donna di tornare, immancabilmente.

Ma un tale impegno viene vanificato dalle ragioni della politica e della storia. La guerra che scoppia tra la Russia zarista e l’Impero ottomano e il conseguente assedio di Costantinopoli impediscono ai due amanti di ricongiungersi. Hadidja non riesce a fuggire dalla città accerchiata e bombardata e tutti gli sforzi di Julien per fare emigrare la ragazza in Francia vengono frustrati. Solo più tardi il nostro eroe verrà a sapere che Hadidja, consunta dal mal d’amore, riposa per sempre nel cimitero di Top Kapou. A lei Loti dedicherà nel 1879 il primo dei suoi romanzi, Aziyadé, una storia di amore e morte sullo sfondo esotico degli incerti confini tra oriente ed occidente, tra Europa ed Asia, tra Salonicco e Istanbul: lui è un ufficiale inglese, lei una fanciulla circassa destinata all’harem: si incontrano, si conoscono, si amano. Costretti a lasciarsi ne muoiono entrambi. Libro all’apparenza semplice nasconde significati più profondi: per esempio, il protagonista, per amore di Aziyadé, si traveste, impara la lingua, si fa turco, diviene “altro da sé” e muore per difendere la sua nuova patria: una trasformazione che avviene in forza del sentimento amoroso o esprime piuttosto l’oscura esigenza di un rifiuto di quell’Europa che si stava spartendo sanguinosamente il mondo per optare invece per l’oriente, per un’Asia metamorfizzata in Aziyadé, nome della sfortunata eroina del romanzo? Romanzo erotico intriso di esotismo o opera che esprime il malessere di una civiltà che si arrogava con la forza il diritto di essere dominatrice?

Il primo libro di Pierre Loti passa parzialmente inosservato, ma non al punto da scoraggiarlo dall’intraprendere la carriera di scrittore. Il suo primo, vero successo letterario è dell’anno successivo, 1880, quando esce Il matrimonio di Loti, narrazione delle avventure giovanili sullo sfondo delle isole del Pacifico e della magica Tahiti. Il romanzo ottiene un grande successo di pubblico, mentre, da subito, la critica si mostra diffidente nei confronti di uno scrittore tanto popolare quanto antiletterario nelle scelte tematiche e stilistiche. I lettori, invece, gli dimostreranno sempre grande simpatia e per anni i libri di Loti andranno a ruba: un fenomeno letterario che attrasse l’attenzione e la simpatia di Alphonse Daudet, il celebre autore di Tartarin de Tarascon, che qualche anno più tardi, nel 1891, si adopererà per far eleggere Loti all’Accademia di Francia come membro effettivo.

Poi, tra un romanzo e l’altro – Pescatori d’Islanda del 1886 considerato il suo capolavoro e ispiratogli dall’amore per una ragazza bretone che lo aveva respinto; La signora dei crisantemi, 1887, ambientato in Giappone; Romuntcho, 1897, collocato sullo scenario dei paesi baschi – Loti viaggia e naturalmente continua ad innamorarsi: così in Montenegro rimane affascinato dalla rustica bellezza di una guardiana di pecore; rientrato nel suo paese natale di Rochefort s’invaghisce di una donna di straordinaria avvenenza ma dal pessimo carattere che lo respinge perché troppo povero…Loti va ripetendo a se stesso “io non ho mai vissuto che per l’amore, nella vita non vedo nient’altro che l’amore”. Finalmente a trentasei anni sposa Blanche Le Ferriere, che gli sarà compagna devotissima per il resto della sua vita ma che non doveva soddisfarlo granché se, appena pochi mesi dopo le nozze, Loti confessava ad un amico “non mi sono mai annoiato tanto, mi annoio da morire!”.

Confidava nella paternità, ma il suo primo figlio morì pochi giorni dopo la nascita. Loti ne soffrì orribilmente: si chiuse in una stanza col corpicino e lo vegliò per un’intera giornata. Due anni più tardi gli nacque un altro figlio che chiamò Samuel, lo stesso nome di uno dei personaggi più riusciti di Aziyadé, il suo primo romanzo: Loti idolatrerà l’erede per il resto della sua esistenza.

Forte del seguito dei suoi lettori, Loti non esiterà ad assumere posizioni pubbliche anche difficili e controcorrente incorrendo nelle ire dei benpensanti: nel 1883 fu allontanato dalla Marina militare per aver criticato le crudeltà delle truppe francesi in occasione della conquista della città vietnamita di Hué, operazione con cui si apriva la strada alla costituzione dell’Indocina francese (1887). La potenza e la vivacità delle descrizioni di Loti, il suo stile limpido ed affascinante, diretto e capace di creare paesaggi inpressionistici di facile lettura continueranno ad incontrare il favore del pubblico almeno fino alla Grande Guerra. Anche se con il trascorrere degli anni la sua ispirazione sembra appannarsi e farsi piuttosto ripatitiva ( Le Roman d’un enfant; Le Roman d’un saphi; Le Desanchantées; La Troisième juenesse de Madame Prune; Matelot…) il romanziere si dimostra comunque capace di intercettare i gusti della borghesia francese in crisi di valori tra il venir meno delle certezze positivistiche e l’irrompere di una nuova sensibilità, quella dell’irrazionalismo.

Letto ed apprezzato da Nietzsche, le sue descrizioni di un mondo incontaminato ed autenticamente primitivo influenzarono il Gauguin dei primi anni tahitiani. Oggi, però, a cento anni di distanza, quel melange tra autobiografia, avventure, passioni ed esotismo che fece la fortuna di Loti come scrittore popolare ci appare piuttosto datato e solo a tratti capace di coinvolgere e commuovere i lettori cinici e disincantati dei nostri tempi. Meglio, allora, rileggere i suoi “appunti di viaggio”, Gerusalemme, Nel deserto, Gli ultimi giorni di Pechino, L’India senza inglesi, La Turchia agonizzante, Lettere a Madame Juliette Adam…: in essi il narratore francese si rivela anche – e forse soprattutto – giornalista di razza, un inviato speciale e sensibile dalla penna, incisiva, felicemente in grado di rendere in poche righe il senso di una civiltà, il significato di una cultura.

La morte, onnipresente nei suoi testi a leggerli con attenzione e fedele compagna delle sue solitudini, lo coglie nel 1923 nella sua casa di Hendaye, dove Loti vive circondato da anticaglie marocchine e giapponesi: “un ometto” – scrive Roland Barthes – “che, verso la fine della vita, si faceva fotografare… vestito all’orientale e circondato da un bazar sovraccarico di oggetti folkloristici.”

15 aprile 2009

"Le fantasticherie del passeggiatore solitario" di Jean-Jacques Rousseau


di Emilio Michelotti



Sul finire della sua vita, Rousseau scrisse pagine terribili. Si tratta di “fantasticherie” piene di astio, lamentose, rancorose, paranoiche. E’ ormai un uomo solo e instabile di mente, sconfitto, non amato, assalito dai sensi di colpa, che dubita della fecondità oltre che della ricercata “inattualità” del suo lavoro, che si sente tradito da chi l’ha descritto cattivo padre e pessimo maestro (Voltaire), nel cui animo irrompono ricordi dolorosi come l'episodio di Motiers, vissuto come un tentativo di lapidazione.

Sono pagine amare, sconvolgenti, lugubri, odiose. Una monotona autoflagellazione narcisistica (una “erotizzazione dell’offesa e del risarcimento”, suggerisce Starobinski). Perché scriverne, allora? Perché una delle dieci “passeggiate” che formano la breve opera, la quinta, riscatta con la sua armonia e bellezza quasi “musicale” l’orrida acredine che pervade quasi totalmente le altre.

Jean-Jacques rivive la memoria di una vacanza, due mesi in tutto. Affiora dal passato la piccola isola disabitata di Saint-Pierre, nel mezzo del lago di Bienne (cantone di Neuchatel), e con essa il sogno di una condizione capace di fargli riguadagnare l’intera naturalità perduta.

Come il coevo Linneo, morto nello stesso 1878 (del quale sicuramente Rousseau conosceva gli scritti), il filosofo concepì, nell’estrema fase dell’esistenza, un nuovo entusiasmante percorso di ricerca, testimoniato da queste pagine: si trattava nientemeno che di completare l'opera di Dio, dando ad ogni cosa il suo nome.

Il progetto consisteva nel partire dal descrivere tutte le piante dell’isola senza ometterne neanche una: “Avrei steso un libro intero su ciascuna gramigna dei prati, su ogni muschio del bosco, su ogni lichene che tappezza la roccia”, osservando “il funzionamento delle parti sessuali nella fruttificazione”.

Da quali “estasi e rapimenti” si può essere posseduti identificandosi con la natura, di che può ancora gioire chi ha perso tutto meno la disperazione? “Di niente di esteriore, di niente se non di se stessi e della propria esistenza; finché dura questa condizione, siamo sufficienti a noi stessi, come Dio”.

Ritorno illuminista di un pensatore che prima aveva radicalmente rovesciato l’idea della necessità di un éclairément nel corso del quale il progresso tecnico-scientifico e intellettuale avrebbe diradato le nebbie della superstizione? Non credo: Rousseau continuò fino al termine dei giorni a pensare la sua come l’epoca del massimo occultamento dell’ingiustizia.

La stagione che precedette il trionfo della borghesia continuava ad essere per lui il regno della falsità - e il pensiero che la permeava una filosofia nella quale la verità delle cose era nascosta, imprendibile - l’era della vittoria finale della civilisation sulla autenticità. La critica verso una visione che, per distruggere tutti i miti, si avvaleva ancora una volta di un mito, quello del progresso senza fine, non poteva essere più feroce. E questo in omaggio alla convinzione utopica dell’esistenza di uno stato di natura affratellante che, per quanto tradito e degenerato da una storia antiumana, continua a vivere in ognuno.

L’utopia però ora si fa piccola, si riduce a sentimento, ad eco romanesque (termine ambiguo che sta a significare sia “romantico” che “romanzesco”) della libertà originaria mai sperimentata, in un privilegiato e tormentoso rapporto individuale con le forze vive della natura e con il senso del divino qui definito deisticamente come le intelligenze celesti.


Jean-Jacques Rousseau – Le fantasticherie del passeggiatore solitario
Traduzione di Nadia Cappelletti Truci, introduzione di Jean Starobinski, premessa e note di Henri Roddier. BUR – Rizzoli- Milano, 1979

Giorgio Scerbanenco e la “scuola dei duri” all’italiana


di Luciano Luciani


Il romanziere che portò il poliziesco italiano all’altezza dei problemi complicati, difficili, inediti per il nostro Paese, della società industriale, facendo compiere a questo popolarissimo genere letterario un veloce e definitivo balzo in avanti, era… un russo. O meglio un ucraino. Si chiamava Giorgio Scerbanenco ed era nato a Kiev, nel 1911, da padre russo e madre italiana; la rivoluzione sovietica, in cui era morto il padre, aveva costretto la sua famiglia a trasferirsi in Italia. Così Scerbanenco vive prima a Roma, poi a Milano dove lavora come operaio: prima fresatore, poi magazziniere, fattorino… Autodidatta, studia di notte, legge moltissimo e ha modo di farsi una cultura frequentando la biblioteca milanese del Castello Sforzesco. Forse è proprio questa formazione accidentata e realizzata tutta all’interno di ambienti culturalmente deprivati che lo spingerà a scrivere in maniera piana, cordiale, accessibile a tutti.

All’inizio sono storie d’amore ambientate nell’America degli anni Quaranta e pubblicate su riviste femminili. Lavora per i periodici Rizzoli e collabora ad alcuni diffusi periodici “rosa”: “Novella”, “Bella”, “Annabella”, per cui tiene una rubrica diventata famosa, La posta di Adrian dove i lettori, in maniera diretta, esplicita gli espongono i propri casi personali… E sono spesso i casi difficili di vite difficili, quelle della gente comune che tenta, attraverso le lettere inviate a uno sconosciuto redattore di un settimanale, di esprimere la propria angoscia, se non urlare la propria rabbia. E’ a contatto in questi materiali densi, veri, caldi di vita vissuta e di dolori sofferti che Scerbanenco matura il nucleo della propria ispirazione “noir”, una modalità del racconto poliziesco particolarmente dura, amara, cinica, disillusa.

Nasce così, nel 1966, Venere privata, un romanzo ‘di genere’ del quale è protagonista un personaggio fuori dal comune, nuovo per la nostra narrativa poliziesca, Duca Lamberti, eroe disperato, con un’ombra terribile alle spalle e tanto desiderio di giustizia: un personaggio caro a Scerbanenco che ritroviamo anche nei romanzi successivi, Traditori di tutti, 1966 che vince il Grand Prix de Littérature Policiére, I ragazzi del massacro, 1968; I milanesi ammazzano il sabato, 1969. E poi la torrentizia produzione di racconti antologizzati in Milano calibro 9, pubblicato sempre nel 1969, anno della sua morte, e nel Centodelitti, 1970.

In Scerbanenco la lezione di Chadler si radicalizza e la detective story perde definitivamente i connotati della scrittura tranquillizzante e del raffinato gioco intellettuale. Certo, anche nei romanzi di questo scrittore “il delitto non paga”, ma il suo detective non ha nulla dei saccenti e arroganti investigatori della Christie o di S. S. Van Dine: è piuttosto un personaggio sempre disposto a rimettersi in gioco, in nome di un’umanità in cui, malgrado tutte le delusioni e le sconfitte, continua ancora a credere. Si attenuano fin quasi a sparire le distinzioni tra buoni e cattivi: l’innocenza non esiste più, non esistono più gli innocenti. Tutti, in qualche modo, siamo responsabili della corruzione, del degrado, del marcio che ci circonda.

Il “giallo” diventa nero, anzi “noir”.
Col “noir” ogni margine di serenità scompare in virtù di una scrittura martellante, incalzante che tende a dare il senso della assoluta precarietà cui è ridotta la vita. Nel “noir” il crimine non è più l’eccezione, ma la regola: il delitto è nient’altro che un terribile specchio dei tempi. Non è un caso che questo particolare tipo di romanzo poliziesco si sia affermato a partire dagli anni della “guerra fredda”, una stagione allucinata che ha tenuto a lungo il mondo col fiato sospeso, con la sua tremenda, irrazionale minaccia di un olocausto planetario. Anche la fantasia nera di Scerbanenco è amara, cinica come la vita offerta da una certa Milano, affollata, torbida, impietosa e allucinata: capace solo di improvvisi squarci di tenerezza che non sono sufficienti, però, a diradare il senso di oppressione, ad alleggerire l’impressione di un malessere diffuso.

Con i romanzi e i racconti di questo russo trapiantato in Italia nasce la “scuola dei duri” italiana, una via italiana al giallo realistico in ritardo di trent’anni rispetto ad Hammet e a Chandler. Duca Lamberti, però, non è un investigatore privato, un private eye come Sam Spade e Philip Marlowe: è un medico radiato dal suo Ordine professionale a causa di una lontana vicenda di eutanasia e condannato a scontare tre anni di carcere. Uscito di galera, non potendo esercitare, accetta per vivere di occuparsi di casi delicati in cui è richiesta sia la sua competenza di medico, sia la pazienza e l’abilità di un detective d’azione. Scopre così “di che lagrime grondi e di che sangue” la sua opulenta città, cosa si nasconde dietro la facciata di perbenismo della ricca borghesia milanese: connivenze con l’industria del crimine, immoralità dilagante, corruzione degli ambienti che contano e delinquenza dei giovani rampolli della “Milano-bene”. Le indagini condotte da Duca Lamberti, a fianco dell’amico commissario Carrua, rappresentano una sorta di viaggio agli Inferi, al termine del quale il protagonista potrà riscattarsi e tornare a pieno titolo nella società. L’ultimo romanzo della serie, infatti, I milanesi ammazzano il sabato, 1969, vede la riammissione di Duca Lamberti nell’Ordine dei medici.

La radice del grande successo di questo autore – ha osservato Raffaele Crovi - consiste nel fatto di aver scelto come protagonisti - sia come testimoni, sia come vittime - gli emarginati. In una società come quella italiana che cominciava a trasformarsi in senso consumista, gli irregolari di Scerbanenco apparivano come gli ultimi esseri umani braccati e sperduti in una specie di labirinto, ma ancora capaci di irradiare la luce e il calore di passioni che i più sembravano aver colpevolmente dimenticate.

05 aprile 2009

“Verduraio” foto di Weegee


di Gianni Quilici

Subito si percepisce la forza espressiva dello scatto.

Per due elementi che sovrapponendosi però anche si integrano.

Una bellissima foto naturalistica. Il verduraio affaticato e rassegnato. Il berretto sul capo, la barba fluente ed incolta, il cappotto aperto e sdrucito. E il suo quadrupede (mulo?), che lo accompagna, a lui quasi simile, nella grande massa corporea muta e paziente con una zampa avanti ed una indietro a segnalare un cammino.

Su questo quadro di umana quotidianità si sovrappongono dei fiocchi di neve, che fanno assumere alla foto una dimensione vagamente metafisica, come se un pittore, con delle pennellate, avesse voluto accentuare e, per certi versi, ingentilire questo scenario di fatica notturna

Il risultato è che Weegee dà all'immagine una resa realistica ed insieme visionaria, fotografica ed insieme pittorica e ce la sbatte, più da vicino possibile, negli occhi.

Il fotografo è Weegee, uno di quei fotografi che hanno rivoluzionato il modo di intendere la fotografia nel primo novecento.
Scrive Andrea L. Casiraghi: “Uno stile estremamente diretto e schietto. Weegee è il fotografo notturno per eccellenza, colui che, più di tutti, si è immerso in atmosfere di un incredibile spessore drammatico. Fotografò poco il degrado della vita, concentrandosi invece, con molta efficacia, sul degrado del costume, sulla fine del sogno, sul ritorno alla realtà. Scelse la notte nella quale sempre ritrovò i suoi soggetti migliori, le sue analisi di vite in disfacimento, in decadenza”.

03 aprile 2009

"Colti nel segno" di Tullio Pericoli


di Gianni Quilici

“Colti nel segno” è uno dei diversi libri di ritratti disegnati da Tullio Pericoli da qualche anno.
In questo libro sono 64 i ritratti a matita colti da Pericoli di grandi artisti del '900 (e non solo): Adorno, Borges, Calvino, Cechov, Celine, Conrad, Fellini, Freud, Goethe, Gombrowicz, Kipling, Karl Marx, Moravia, Pessoa, Stravinskij ecc, ecc.

Mi danno ad un primo fugace sguardo un senso di appartenenza. Non sono io loro, ma li sento affini, fraterni, forse perché individuali, unici.

La ragione la scrive forse Umberto Eco nell'ultima pagina di copertina quando nota che “il soggetto viene visto dall'interno”. Ma, mi chiedo, in che modo l'autore perviene a questo “interno”?

Tullio Pericoli risponde, in parte, a questa domanda, in una introduzione molto interessante, descrivendo non il processo creativo, per molti versi misterioso e difficile da verbalizzare, ma le fasi in cui lavora al ritratto.
Pericoli prende le foto del personaggio prescelto, le esamina ad una ad una, poi tutte insieme, fa un primo schizzo, coglie un segno, un dettaglio, su quel dettaglio si concentra per svilupparlo su un nuovo foglio; poi mette questa seconda versione su un altro foglio e si concentra per un ulteriore dettaglio finchè arriva per gradi al risultato che lo soddisfa.

Nel libro ci sono due esempi, Joyce e Kafka, che rappresentano bene questo tipo di processo graduale che porta, potrebbe scrivere Roland Barthes, al punctum, al momento, cioè, in cui l'idea immaginifica del soggetto in questione diventa forma.

Di Franz Kafka vengono disegnati sei ritratti. Tutti significativi. Tutti colgono, per me lettore, due elementi che poi sono uno soltanto: il volto di Kafka e il suo mondo così come appare dalla sua opera.

Nel primo disegno Pericoli disegna Kafka, con il cappello, in piano quasi americano, gli occhi indefiniti come se fosse uno dei tanti anonimi piccoli borghesi “segnati” da una ferita; negli altri (disegni), e soprattutto in questo che noi vediamo, il penultimo, il cappello sparisce, il capo, gli occhi e il naso si ingrandiscono, gli occhi si fanno più drammatici, la bocca e il mento si assottigliano, rimane tuttavia la cravatta con la camicia a collo alto.
Ma è nell'ultimo disegno che Pericoli arriva al Ritratto, perché porta all'estremo la sua intuizione.
Infatti elimina camicia e cravatta, avvicina ingrandendoli capo-occhi-naso, rende gli occhi più imperturbabili. Quindi per un verso accentua questa inquadratura di schiacciamento dall'alto in basso, che è pure anche di inabissamento psichico, di drammatizzazione; per un altro verso, attraverso occhi imperscrutabili, accentua quel processo di spersonalizzazione, pure presente nell'opera kafkiana, lo rende quasi astratto, metafisico, lo universalizza.

In effetti la grandezza di Tullio Pericoli, andando oltre questo libriccino e considerando la sua intera opera ritrattistica è nell'inesauribile ricerca del “quid profondo di un creatore” e nell'impossibilità di trovarlo, o meglio trovandolo ogni volta, ossia articolandolo all'infinito. Penso ai ritratti numerosi, oltre a Kafka e Joyce, di Beckett, di Pasolini, di Stevenson, di Moravia.

Tullio Pericoli. Colti nel segno. Il Novecento in 64 ritratti. Mondadori, 1994. Collana: Passepartout. Pag. 144.

"L’Africa che non ti aspetti" di Enrico Cecchetti


di Luciano Luciani

Un libro utile e importante questo L’Africa che non ti aspetti di Enrico Cecchetti.

Perché, da competente amministratore fattosi viaggiatore attento, simpatizzante per le ragioni dei popoli, ‘toscano e solidale’, l’Autore è portatore di un’idea ‘forte’ e originale: ovvero che, senza istituzioni locali rappresentative autorevoli, lo sviluppo dell’Africa non potrà mai dirsi compiutamente tale e continuerà a scontare gravi deficit di governabilità e democrazia. Convinto di questa intuizione, praticata in tanti anni di attività politica a vari livelli di responsabilità tra il Serchio e l’Ombrone, dal Burkina Faso alla Tanzania, dal Ciad al Senegal alla Repubblica Democratica del Congo, Cecchetti, nei suoi tour africani, incontra ministri e sindaci, volontari e missionari, imprenditori locali ed europei, comunità e cooperative…

Misurato e determinato, senza concedere niente a un umanitarismo di maniera, formula proposte, sollecita interlocutori, organizza occasioni di discussione e confronto, propone forme di partenariato tra le istituzioni locali toscane e quelle africane: suo obbiettivo non è certo quello di accrescere il già alto tasso di una ‘retorica dei poveri’, tanto diffusa quanto ormai francamente insopportabile, quanto piuttosto sostenere l’importanza delle municipalità africane nei processi di consolidamento della democrazia, nella affermazione di programmi e politiche di pace, sempre precaria in quella tormentata area del mondo, nel miglioramento della qualità della vita.

Viaggio dopo viaggio, tra il 2004 e il 2006, cresce e si conferma nell’Autore la consapevolezza che l’Africa ha sì bisogno della collaborazione dei partner europei, ma che i suoi popoli hanno tutto il diritto a decidere autonomamente del proprio futuro e a stabilire da soli il proprio modello di sviluppo che non deve risolversi in una mera forma di espansione economica e culturale, ma in uno progresso tutto africano, fondato sulla identità delle sue popolazioni e sulle particolarità della loro storia e del loro destino.

Ce lo significano, e Cecchetti lo riporta con grande vivacità, quasi in ‘presa diretta’, le numerose comunità indigene da lui incontrate piene di dignità e voglia di vivere e apprendere; le migliaia di giovani carichi di ideali e coraggio civile, che iniziano a realizzare le molte possibilità in una rete di piccole ‘rivoluzioni’, silenziose ma dense di significati; uno straordinario numero di volontari toscani, italiani, europei, africani convinti che le soluzioni non debbano essere più elaborate solo al tavolo degli esperti, ma che esse si trovano soprattutto nelle teste, nei cuori e nelle mani degli africani.

Concetti ribaditi con forza e pienezza di argomenti storico/antropologici anche nel bel saggio di una ricercatrice del Mali, Haram Sidibé, che compare nella parte finale del libro.

Una pubblicazione voluta e realizzata con intelligente lungimiranza dal Comune di Capannori in provincia di Lucca, i cui amministratori si sono resi consapevoli dell’importanza che può assumere, soprattutto in tempi di globalizzazione, la cooperazione nelle forme proposte dall’Autore, ovvero ‘da comunità a comunità’.

Insomma, anche queste pagine rappresentano un segnale chiaro e forte della crescita di una coscienza nuova del fatto che, come scrive Enrico Cecchetti nella sua Introduzione, “L’Africa è vicina, molto vicina a noi. Il passato, remoto e recente, comune. Il presente sempre più intrecciato. Il futuro non può che essere costruito insieme”.

Enrico Cecchetti, L’Africa che non ti aspetti Toscani e solidali Appunti di viaggio 2004 – 2006 lontano dai soliti luoghi comuni, Capannori Trentanni, pp. 116.
Il libro può essere richiesto gratuitamente presso l’Ufficio Stampa del Comune di Capannori, Piazza Aldo Moro, 1, 55012 Capannori (Lu)
Tel. 0583 428204

Enrico Cecchetti è nato a Capannori nel 1954. Laureato in Scienze politiche, è stato consigliere provinciale e comunale a Lucca negli anni Novanta e consigliere della Regione Toscana dal 1995 al 2005, ricoprendo anche l’incarico di vice presidente del Consiglio regionale dal 2001 al 2005.
Nel marzo 2009, nel corso di una significativa cerimonia, il Sindaco di Capannori, Giorgio Del Ghingaro, gli ha conferito il titolo simbolico di ‘ambasciatore di Capannori’ con la seguente motivazione: “per aver sempre rappresentato le ragioni e gli interessi della propria terra nelle importanti Istituzioni rappresentative ed economiche di cui ha fatto e fa ancora parte, senza chiusure municipalistiche, anzi con uno sguardo aperto alla realtà regionale, all’Europa e al progresso dei popoli lontani e meno fortunati.
Vive a San Colombano.

01 aprile 2009

"Serena Dandini" di Gianni Quilici





Serena Dandini: mi piace e non mi piace.

E' brava come presentatrice, perché è capace di fare spettacolo recitando la parte, cioè, di chi vuole fare spettacolo.
Esempio? Pensate a quel “buonasera”, che grida ogni volta salutando il pubblico. C'è dentro una doppia chiave: un calore verso il pubblico, ma (un po') esagerato, da diventare parodistico, quindi ironico.

Questa ironia la esercita pure quando fa da spalla ai comici. Ed è bravissima quando il comico “funziona”. Pensate ai duetti con Corrado Guzzanti. Geniale lui, ma brava pure lei a fare da contraddittorio.

Quando però i comici non funzionano, perché diventano farseschi e ripetitivi nella farsa, anche lei diventa partecipe di quel livello superficiale, banale, spesso propagandistico.
Si potrebbe obiettare: è inevitabile! E' il comico che deve funzionare!

Solo che questa zona di superficialità la ritrovo nelle interviste a amiche-amici del mondo dello spettacolo, con cui, forse per confidenza, la Dandini è portata facilmente a ciarlare; oppure quando incontra nel suo divano ospiti “timidi”. Succede allora che prende il sopravvento, ascolta poco, interrompe molto.

Appunti sulla "Récherche" di Marcel Proust


di Emilio Michelotti


Nelle prime sessanta pagine della Récherche, Marcel Proust enuncia, in forma mirabilmente poetica, alcuni dei temi che, come in un vastissimo affresco sinfonico, troveranno variazioni e sviluppi nel corso dell’intera opera: l’irruzione della memoria come presente (media d’elezione la più umana delle capacità, l’attività simbolica, e la più “bestiale” l’odorato), il nesso autoerotismo/sadismo e quello fra l’allucinazione edipica e il narcisismo.

IL SOGNO – Degno di nota mi pare che la funzione di io-narrante sia all’inizio affidata ad uno stato doloroso di sonno-veglia. Vi trovo analogie con Sherazade, Decameron, Pentamerone, De Sade. Anche in questo caso è una disposizione semi-ipnotica che apre la memoria alla narrazione-avvenimento. Sono evocazioni turbinanti che non scombussolano la ragione ma premono come un pugno sopra gli occhi, come i pensieri di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi (pag.5).Il ricordo è circondato da un’oscurità immotivata, inspiegabile. Subito s’insinua un sottile narcisismo: il guanciale, liscio e fresco, rammemora le gote della sua fanciullezza (6)

L’eccitazione sensoria del sonno-veglia simula anche un ricongiungersi con Eva, costola di me, Adamo. Perché un uomo che dorme tiene in cerchio attorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e del mondo (7) Nel sonno quest’uomo coglie una semplicità primaria, il sentimento dell’esistenza così come può fremere nella profondità di un animale e si accorge che l’immobilità delle cose che lo circondano è imposta loro dalla nostra certezza,…dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti (8)

A dimostrazione che le nostre certezze sulla realtà esterna non sono che dogmi privi di fondamento, abitudini dovute alla pigrizia mentale, le pareti della stanza mutano posizione secondo la forma della stanza immaginata o ricordata (le pagine 10-11 sono un’unica lunghissima frase: camere d’inverno, camere d’estate, un unico pensiero senza soluzioni di continuità temporale o spaziale). Anche le abitudini, al pari del sonnambulismo, rendono i gesti inconsapevoli, come una coartazione inconscia: La maniglia della porta sembra girare da sola (14)

IRROMPE L’INFANZIA NELLA RAMMEMORAZIONE INVOLONTARIA

Già in queste prime pagine Proust cala il tema più scabroso e inquietante, come se scottasse: stabilisce un legame fra autoerotismo e sadismo (il nonno viene maltrattato, il bambino-narratore si chiude nel gabinetto, unica stanza con la chiave, la stanza del piacere). Sono personaggi quasi effimeri, quelli di Proust: sembrano nascere casualmente, appena evocati, pochissimo definiti (solo quanto serve a chi ricorda), in accordo con un pensiero analogico e simbolico, concatenato da un’inesorabile incoerenza.

Swann, un amico di famiglia in visita, è descritto come un personaggio incerto che si disegna su uno sfondo di tenebre (24), Sono i parenti del piccolo narratore a costruirlo con le loro parole (25), come fosse un involucro corporeo che diventa, solo una volta definito, essere completo e vivente.

ATTRAZIONE MORBOSA

L’altro tema erotico/narcisistico è quello della repulsione/attrazione per l’incesto. Alle pagg. 29-30 il bacio serale della mamma è paragonato all’attesa morbosa dei maniaci.
Nella sconnessione tipica del pensiero libero, che fluttuando crea le associazioni più inquietanti, entra in scena accanto alla mamma, poiché se ne comincia a parlare, la figlia di Swann. Lo spirito del narratore-bambino vede ancora se stesso convesso e impenetrabile a qualsiasi impressione esterna. (31), tutto rivolto a un’introspezione dolorosa perché inesplicabile. Perfino la scala che l’ha privato del bacio materno, “odiatissima” esala l’odore di vernice che ha assorbito. E’ quest’odore che fissa il particolare tipo di sofferenza provato e servirà a recuperarne la memoria. Una volta in camera sua il bambino ha pensieri luttuosi : scava da sé la sua tomba, indossa il sudario della camicia da notte, si seppellisce nel letto. (35) Come nel Freud di Oltre il principio di piacere si stabilisce un’associazione fra l’inibizione di Eros e l’istinto di morte. Sulla base del dettato biblico non disperderai il tuo seme la sessualità non finalizzata viene collegata alla maledizione agraria dell’infertilità, vissuta come castigo.

Come i codici arcaici della cameriera e le sue divinità: i genitori, i morti, i preti, i re e gli ospiti stranieri (36), il piccolo va costruendo la sua visione di mondo imperitura. Così egli, per mezzo di un biglietto, una inezia, può entrare estasiato e invisibile nella stanza della mamma, può far scoppiare, inebriato, l’involucro del cuore di lei, così da sprizzare e proiettare su di lui tutta la sua attenzione. Quando è ancora acerbo e non si è svelato appieno l’amore fluttua libero e vago, privo di destinazione e al servizio di sentimenti che verranno. In queste prime pagine fa anche un cauto ingresso un accenno di pensiero omoerotico: perché ora il pensiero va al SIGNOR SWANN ? Costui, il bimbo ne è convinto, prova, a sua insaputa, le stesse emozioni del piccolo narratore (38) Il momento dell’incontro fra amore e persona amata – o situazione desiderata – è come creato da noi. Si muove come ciò che ha bisogno di muoversi. E’ necessitato a farlo, come il fogliame del castagno al chiaro di luna (42)

Ormai il bambino-narrante era troppo in là sulla via della realizzazione del desiderio (il contatto con la madre) per poter tornare indietro (44). La mamma è sbalordita: il bambino la ricatta, la luce della candela portata dal padre, figura senza spessore, intransigente perché senza principi, sta avvicinandosi.

Tutto questo (si torna al presente, in un continuo oscillare ) non esiste più da molto tempo, quelle ore mi sono inaccessibili. Ma i singhiozzi non sono mai cessati, ed è soltanto perché la vita si è fatta adesso più silenziosa intorno a me che li sento di nuovo (46). Se ne avessi avuto il coraggio, ora, avrei voluto dirle: non voglio, non dormire accanto a me. Ma sapevo che una notte simile non si sarebbe mai ripetuta, che il mio desiderio più grande…contrastava troppo…con il volere di tutti (53)

LA MEMORIA VOLONTARIA è quella dell’intelligenza, e le informazioni che questa fornisce sul passato non ne trattengono nulla di reale (55)
Come le anime – nelle credenze celtica e buddista – sono imprigionate in esseri inferiori, così è per il nostro passato . E’ uno sforzo vano cercare di evocarlo, inutili tutti i tentativi della nostra intelligenza. ..Se ne sta nascosto al di là del suo dominio e della sua portata in qualche insospettato oggetto materiale. Dipende dal caso che noi, prima di morire, incontriamo questo oggetto oppure che non lo incontriamo mai (56)

La gioia di un’essenza preziosa giunge al bambino narrante da una tazza di tè e da una madeleinette, un dolcetto a forma di seno femminile. Ma la verità che egli cerca non è lì ma dentro di lui. La bevanda l’ha risvegliata ma non la conosce. La ragione è di scarso aiuto a questa ricerca interiore, impossibile per una bambino dipanare il filo che lega il simbolo al ricordo, come sarà poi per l’evocazione delle efelidi su di un volto giovanile, causata dalle imperfezioni dell’emozione immacolata e stupita offerta da un tralcio di biancospino. Quello che cerca è qualcosa di più grande dell’intelligenza, è qualcosa da creare, faccia a faccia con ciò che non esiste ancora e che solo lui può realizzare.(58)

Ecco: sento tremare dentro qualcosa che si sposta, che vorrebbe venir su, come se fosse stato disancorato da una grande profondità…Colgo a stento l’inafferrabile vortice dei colori rimescolati. Tutt’a un tratto il ricordo appare non più chiamato. Dopo la morte delle persone, dopo la distruzione delle cose, l’odore e il sapore permangono a sorreggere – goccioline impalpabili – l’immenso edificio del ricordo uscito dalla tazza di tè (59).


Marcel Proust – Alla ricerca del tempo perduto – Libro I – Parte I Einaudi, Torino, 1963

"Robert Doisneau: una foto"


di Gianni Quilici

Non so se questo sia l'unico o uno di una serie di scatti che Robert Doisneau ha realizzato in questa situazione.
Ciò che mi pare certo è che ha “toccato” l'attimo, quel velocissimo momento in cui tutto miracolosamente è al suo posto.

Come si potrebbe titolare una foto del genere?
Gli sguardi, ho pensato.
Lo sguardo dell'uomo sul quadro, del cane sul fotografo, del pittore sulla modella-quadro, del fotografo sull'insieme.

Sguardi che formano una geometria, linee che non s'incontrano, ma interessati tutti a ciò che osservano. Sguardi insomma, più esattamente qualità degli sguardi.
Il cane stupito-meditativo, il pittore imperscrutabile e, elemento centrale, l'uomo, con il suo cappotto e cappello da borghese anni '50, le mani dietro le spalle (interessante sociologicamente), che si sporge curioso e furtivo per cogliere la pittura osè.

C'è poi un quarto personaggio, di cui si intravedono appena le scarpe femminili e la caviglia. Forse la modella del pittore. Forse no. Se modella non certamente nuda. Mistero.

C'è in questo grande fotografo-poeta francese della quotidianità un'ironia affettuosa, che ci fa sorridere, ma sopratutto ci tocca, perché ci rende in quello scatto un mondo, lo immortala con una perfezione formale, in cui nulla è inutile e tutto significativo, anche quegli alberi nudi, quei lampioni, quel cielo grigio.

Robert Doisneau. Fox-terrier a Pont des Arts, 1953.