23 gennaio 2009

"100 Stars" di autori vari



di Gianni Quilici
Primo: il libro nasce a difesa della libertà di stampa ed è l'ultimo di una lunga serie di pubblicazioni, che hanno visto le foto di grandi fotografi come Cartier-Bresson, Salgado, Depardon, Ronis, Doisneau, Riboud ecc.
Sono curate dall'associazione francese”Reporters sans frontières”. Lo scopo: mobilitarsi in favore dei giornalisti imprigionati, informare i media delle violazioni della libertà di stampa, promuovere una riflessione sui problemi legati alla libertà di stampa ecc, ecc.
In Italia molte di queste pubblicazioni sono state edite dal “Gruppo Abele”.

Questa volta il libro è stato dedicato a “100 ritratti di Stars”, tutte attrici, tranne uno, l'attore Vincent Cassel. Le attrici sono 41, mentre i fotografi sono, per l'esattezza, 20.

Domanda: come fare una descrizione di un libro simile? Decido di catalogare le foto, raggruppandole secondo una tipologia. Vedo che il risultato è banale. Ci sono ritratti in PP e PPP; ritratti a figura intera, sul corpo. I ritratti sono, per lo più, studiati; alcuni colgono situazioni quotidiane in movimento, dove sembra contare la naturalezza.
Grandi foto alcune, buone la maggior parte, modesto qualche ritratto, considerando la qualità delle stars a disposizione.

A questo punto mi accorgo che un libro simile si può descrivere soprattutto avendo presente l'immagine stessa. E' come realizzare il catalogo di una mostra di pittura.. Come si può escludere (dal catalogo) l'immagine del quadro?

Trovo in rete da inserire due ritratti.
Il primo: Monica Bellucci ritratta da Dominique Issermann.
L'immagine che qui vediamo è stata tagliata rispetto all'originale, in cui l'attrice è rappresentata in figura intera. Due mi appaiono gli elementi che si intersecano: lei, slanciata con le braccia protese in alto, poggiate alla parete, si offre allo sguardo come una sorta di splendida sirena: fianchi stretti, sedere rotondo e carnoso; è l'intreccio di linee della porta-finestre e ringhiera, comprese le ombre, nella foto tagliate, ai piedi della Bellucci.

La seconda: Charlotte Gainsbourg, fotografata da Kate Barry.
Questo è uno scatto quasi sicuramente studiato e forse provato-riprovato, dove però si vuole cogliere la naturalezza di un attimo-movimento. Potrebbe essere una foto da Nouvelle Vague, senza molta fantasia mi ricorda il Belmondo di Au bout de souffle, nella noncuranza esibita con cui la Gainsbourg fuma sotto il piumino, i capelli scompigliati.

da www.lalineadellocchio.it
Autori Vari. 100 portraits de Stars pour la liberté de la presse. Reporters sans frontières. € 9.

"Col vento in poppa" di Anna Santucci

di Luciano Luciani




Sempre le generazioni adulte si sono trovate di fronte alla difficile incombenza di trasmettere ai figli le proprie memorie. Un compito impegnativo, che, però, il più delle volte finisce per essere disatteso: spesso, infatti, la comunicazione tra le diverse età risulta viziata dagli atteggiamenti ora troppo seriosi, ora paternalistici assunti dai ‘grandi’ nei confronti dei più giovani. Quando, poi, alla memoria non vengono attribuiti i tratti di un’ insopportabile laudatio temporis acti: “belli, straordinari, irripetibili i mie tempi, quando…eccetera eccetera”

Non è il caso dei ricordi che Anna Santucci, cremonese di nascita ma lucchese per storia personale e professionale, con il garbo e la misura di una madre intelligente, propone ai propri figli nel corso di un indimenticabile viaggio in automobile per raggiungere l’agognato paese delle vacanze estive, l’isola d’Elba. In questo modo, i tempi lunghi di un noioso itinerario tra strade e autostrade si riempiono di aneddoti familiari, di storie minime, di fatterelli curiosi, inconsueti, poco noti. Così, zie, nonne, parenti vicini e lontani nel tempo e nello spazio, visi noti o già sbiaditi nella memoria si fanno attori e protagonisti di una piccola epica familiare: forse modesta, ma senz’altro capace di attraversare con dignità e quel pizzico d’ironia che non guasta mai, tanto le vicende tragiche della guerra, quanto i difficili anni della ricostruzione post bellica.

Quattro generazioni di italiani si inseguono sulle pagine di questo Col vento in poppa, libricino lieve come un alito di brezza, ma tutt’altro che ‘leggero’. Uomini e donne, giovani e meno giovani, di condizioni sociali e culture diverse, appartenenti a luoghi tra loro lontani intrecciano i propri destini in questo ‘album di famiglia’ nel corso degli anni di quello che ormai è diventato ‘il secolo scorso’.

Con una semplicità e una naturalezza che è pari all’efficacia narrativa, Anna Santucci, raccontando ai figli storie semplici di gente comune, ci parla di questioni importanti che toccano il passato di ognuno di noi. Quando l’Italia era giovane e la vita assai meno complicata di oggi: i viaggi di nozze si facevano in treno, non esistevano i frigoriferi, i televisori erano di là da venire o un’assoluta rarità e i bambini giocavano a moscacieca, a nascondino, a bandiera. Imparavano a memoria le tabelline e le capitali di tutti i Paesi del mondo che era vasto, sconosciuto, ancora pieno di misteri…


Anna Maria Santucci, Col vento in poppa Viaggio dalla Pianura Padana alla Costiera Amalfitana, Daris Libri e Stampa, Lucca 2009, pp. 52, Euro 10,00

21 gennaio 2009

"Giovanna Botteri"


di Gianni Quilici

Una delle corrispondenti televisive di più grande impatto emotivo è, ai miei occhi, Giovanna Botteri (TG3).

Già il fatto che non abbia un fascino (immediato) per la sua presenza fisica è un elemento di forza in una civiltà in cui l'immagine produce, a volte, addirittura leader politici.

Il fascino è intrinseco, dentro di lei: nei suoi resoconti, dove c'è una passione, che dà calore e senso alla connessione delle parole.

Ma nelle parole c'è pure la capacità di saper raccontare, di evocare immagini. Un esempio di questi giorni: il resoconto del pilota, che ha avuto la freddezza e l'abilità di calare il suo aereo nelle acque del fiume Hudson a New York salvando se stesso e l'intero suo equipaggio. La Botteri l'ha raccontato evocando il fatto nel suo processo visivo, facendolo vedere-sentire nei suoi passaggi.

E questo per altre sue caratteristiche: l'accentuazione con cui evidenzia certe parole-passaggi; e la reiterazione delle stesse che finisce per dare un ritmo, un flusso alle frasi...

Nel profondo è però la passione il motivo dominante. In una civiltà (asfissiante) delle immagini, dove vige l'asettico, il simpatico, il carino, il sexy nella versione maschile e femminile è corroborante sentire delle parole che sgorgano dalle radici.

"Cucinando e impastando" di Clara Stefanangela Orsolini


di Luciano Luciani

Davvero, viviamo in tempi bui! E non solo perché finanza ed economia corrispondono sempre meno alle nostre intenzioni e ai nostri desideri, ma perché si mangia sempre peggio. Nel giro di una generazione o poco più, Nutella e merendine prima, hamburger e patatine fritte intrise di salse e formaggi fusi poi, hanno preso il posto delle sane abitudini alimentari di appena ieri, sostituendosi progressivamente ai piatti della mamma, alla cucina della nonna.

E i ‘bei’ risultati di un’alimentazione fatta in gran parte di ‘cibo spazzatura’ sono sotto gli occhi di tutti: tanto per rimanere in Toscana, circa il 40% della sua popolazione (1 milione e 400 mila persone) è a rischio di malattie cardiovascolari, mentre l’obesità riguarda ormai oltre il 10% degli abitanti della Regione.
Senza trascurare i 4 mila decessi annui per tumore che si potrebbero facilmente evitare con una dieta più equilibrata.

Le malattie indotte da una cattiva alimentazione rappresentano, inoltre, un costo economico altissimo per l’intera collettività regionale, stimato in oltre il 7% dell’intera spesa sanitaria regionale.

Insomma, mangiare meglio, anzi mangiare bene, non è solo un piacere privato, piuttosto un dovere sociale perché le buone pratiche di una corretta alimentazione contribuiscono in maniera decisiva a prevenire non pochi guasti fisici dall’ictus alle malattie cardiovascolari, dai tumori ai traumi muscolari…Per non parlare della vera e propria regressione culturale che il fast food e il cibo industriale e standardizzato hanno determinato per quanto riguarda la convivialità e la socialità familiare e amicale.

Contro questa vera e propria deriva alimentare rappresentata dal fast food e dal cibo ‘mordi e fuggi’ si sono, però, levate voci via via sempre più numerose e moltiplicate le iniziative tendenti a recuperare il buon gusto gastronomico e più seri e sensati stili alimentari.

Tra queste manifestazioni di resistenza all’impoverimento, (all’imbarbarimento, sostiene qualcuno) di un’attività antropologicamente ‘strategica’ come il mangiare, merita di essere ricordata Cucinando e impastando, edizioni Capannori Trentanni, la recente fatica editoriale di Clara Stefanangela Orsolini, gastronoma e cuoca lucchese, che, nell’ambito delle numerose pubblicazioni sull’argomento, si distingue per il suo stretto legame con la tradizione locale e la sua appassionata e coerente semplicità. Sono, quelle di Clara, le ricette cordiali della tradizione lucchese, area capannorese/compitese, rivisitate in chiave garbatamente familiare: la crema di carote di Mamma Maria; l’agnello al vino di babbo Mario; il latte alla portoghese della zia Elsa; i ‘tacconi’ al sugo di pomodoro ed erbette con scaglie di pecorino del Compitese di Clara; la torta al limone della zia Fedora; il pollo e il riso all’agro della zia Armida… Dagli antipasti ai dessert, passando per i primi, paste e zuppe, i secondi e i contorni, Clara mette in tavola straordinarie combinazioni: non solo di sapori, ma, lo testimoniano le belle foto del libro, di colori e, immaginiamo, profumi. Anzi odori di cibi per mangiatori lenti e sapienti, afrori propedeutici a quegli elementari riti alimentari che rappresentano alcuni tra i momenti fondativi nell’esistenza di ciascuno di noi.


Clara Stefanangela Orsolini, Cucinando e impastando Usando il forno a legna … e non solo, Capannori Trentanni, 2008, (s.i.p.)



Il libro di Clara Orsolini si può richiedere gratuitamente presso l’Ufficio Stampa del Comune di Capannori – Piazza Aldo Moro – tel. 0583 428204

17 gennaio 2009

"Leggerezze" di Monica Dini

foto di GIANNI QUILICI
di Luciano Luciani

Quando ero più giovane pensavo, ingenuamente, che solo la storia, anzi la Storia, quella con la S maiuscola, potesse, riparando a orrori secolari, ristabilire verità e giustizia. Compito specifico mio e dei miei coetanei, abitatori del tempo compreso tra la fine di un millennio e l’inizio del nuovo, sarebbe stato solo quello di favorirne i processi, governandoli e, se del caso, accelerandoli. Un’impresa apparentemente modesta, ma, alla prova dei fatti, titanica, prometeica: una /due generazioni ci si sono spezzate le gambe e non solo, mentre gli effetti tragici di quelle aspettative infrante durano a tutt’oggi.

Era necessario, quindi, ripensare l’intera faccenda: così, a poco a poco e sempre a mie spese, mi sono reso conto che in fondo per arrivare al cuore dell’esistenza e risvegliare le coscienze intorpidite e le intelligenze narcotizzate bastava raccontare delle storie, stavolta con la s minuscola. Storie: possibilmente semplici, dirette, lievi e, proprio per questo, efficaci. Più capaci di parlare alla testa, al cuore, alla pancia…

E tali sono quelle che racconta Monica Dini, originale affabulatrice toscana alla sua seconda prova editoriale per la benemerita casa editrice Besa: brevi, brevissimi racconti, talora quasi microstorie che trattano di donne, uomini, anziani, bambini dei nostri giorni. Gente normale, normalissima, addirittura banale che, però, dietro l’apparenza di atti quotidiani e gesti ovvii rivela angosce dolorose, traumi irrisolti, vissuti dai bordi frastagliati e lacerati ancora sanguinanti. Coppie male assortite; donne sull’orlo di maturità inattese e non desiderate; piccoli, ma puntuti disamori quotidiani; vizi meno che mediocri; asfissianti routine...

Antifrastico, quindi, il titolo della raccolta, Leggerezze, per veloci trame che di impalpabile e di tenue hanno assai poco. Raccontano piuttosto la banalità del male di esistenze provinciali che nel loro grigiore racchiudono pulsioni frustrate, rabbie esistenziali, offese non rielaborate e incubatrici di altrettanti, simmetrici odi, profondi e inestinguibili.

Solo rari e contraddittori i segnali di una qualche possibile speranza. E tutto ciò Monica Dini ce lo espone con uno sguardo distaccato, quasi algido: una modalità che accresce il turbamento del Lettore e rende ancora più urticante la sensazione della rovina incombente, che, quando accade, è accolta più come una liberazione dai ceppi di un quotidiano frustrante che come una perdita.

La scrittura della Dini, dalla frase secca, affilata, tagliente, rivela le sottili capacità di introspezione psicologica dell’Autrice, che tra i suoi meriti annovera la dote di rendere visibile, magari solo per un attimo, i recessi malmostosi e bui dell’animo umano contemporaneo: o, forse, come scrive acutamente nella Prefazione un letterato sensibile e intelligente come Julio Monteiro Martins, l’abilità di intuire e descrivere con dolorosa, vibrante intensità che lo scacco, il senso di perdita, la sconfitta hanno dimora proprio “nel cuore stesso dell’esistere”.

Monica Dini, Leggerezze, Collana Nuove Lune, BESA Editrice, Nardò (Le), pp. 126, Euro 13,00

14 gennaio 2009

"Il teatro di Bruno" di Irmo Tarabella

di Luciano Luciani




Crescere è sempre stata un’attività particolarmente complicata e impegnativa. E’ complicato, e doloroso, attraversare l’infanzia per approdare alle terre sconosciute e misteriose della adolescenza: da Charles Dickens a Mark Twain, da Daniel Pennac a Stephen King, il Maestro di Tutte le Paure Adolescenziali, negli ultimi due secoli non sono stati pochi gli scrittori che hanno saputo cogliere i crucci e le angosce di questo faticoso passaggio esistenziale.

L’incerto confine tra l’esaurirsi della fanciullezza e l’inizio del ‘teenagerato’ con tutta la sua carica di turbamenti, pulsioni e ambiguità emotive lo racconta bene, intingendo il proprio pennino nel calamaio della memoria personale, anche Irmo Tarabella, scrittore al suo felice esordio letterario. Un romanzo breve il suo, neppure cento pagine, ma perfettamente commisurato a delineare:

lo scenario, un paesino della Toscana interna all’inizio degli anni Sessanta;

i protagonisti, un terzetto di ragazzini legatissimi tra loro colti sul momento delicato del progressivo abbandono dei giochi infantili sostituiti, a poco a poco, dal Grande Gioco di crescere;

i personaggi secondari, ovvero gli adulti del paese osservati nei loro pochi pregi e molti difetti dall’occhio ancora incantato, e per questo inconsapevolmente ironico, di Brunetto, che ci racconta in prima persona questa storia dai contorni giallo – horror;

la vicenda: un improvviso fatto di cronaca nera, un omicidio dalle motivazioni incomprensibili che sconvolge le dinamiche sempre uguali e i ritmi consolidati dell’antico borgo collinare.

Un microcosmo popolato di figure convenzionali proprie del genere, o sottogenere, il poliziesco/rurale: il parroco, bonario e pacioso; il maresciallo dei carabinieri, rappresentante indiscusso dell’ordine messo in discussione e della legalità da restaurare; una vedova ancora giovane e piacente e per questo oggetto di desideri per niente oscuri; un vecchio solitario, ben fornito di soldi e dalle strane abitudini alimentari…E poi, motore della storia, i nostri piccoli primi attori: vitali, curiosi, incoercibili nella loro ansia di provare tutto, conoscere, cimentarsi con i grandi segreti dell’esistenza, dal sesso…alla morte.

L’Autore ce li racconta, con personale adesione e simpatia piena d’affetto e partecipazione, nella loro modesta epica paesana fino all’ultima, temeraria impresa: quella che, facendo il verso a una probabile verità, avrebbe potuto rivelarla al mondo adulto e alle autorità del borgo toscano.
E, attraverso questi ragazzini di quasi mezzo secolo or sono, fa riemergere con straordinaria vivacità tutto un mondo che pensavamo perduto per sempre: le merende povere di prima della Nutella, quelle fatte di pan bagnato e zucchero; i riti televisivi non ancora rigorosamente individuali ma ancora collettivi; gli adulti che giocano alla morra nella piazza del paese; i carrettini rompicollo costruiti con assi di legno e quattro cuscinetti d’automobile…Insomma, Tarabella sceglie di raccontarci un mondo che non c’è più, magari per regalarci la voglia di ripensarne un altro, nuovo e diverso.

Il teatro di Bruno si propone come un misurato, garbato “Amarcord” che si muove tenendo d’occhio Le avventure di Tom Sawyer e non perdendo mai di vista Stand by me: in salsa toscana, però, e ben calato negli anni della accelerata e caotica trasformazione della nostra società da contadina in industriale. Bambini che si fanno adolescenti in un tempo di veloci e poco comprensibili mutamenti.

Ieri come oggi, sembra ammonirci l’Autore, diventare grandi è difficile. Soprattutto perché i depositari del potere, gli adulti, non ne mollano neppure un’unghia, non ti aiutano ed è soprattutto per responsabilità loro se crescere diventa sempre un processo solitario, pieno di spigoli e tutto in salita.


Irmo Tarabella, Il teatro di Bruno, Giovane Holden edizioni, Viareggio 2008, pp. 89, Euro 10,00

13 gennaio 2009

"La passeggiata" di Robert Walser


di Emilio Michelotti

La natura e la vita umana non sono che una continua fuga di accostamenti. Parola di camminatore. Siamo poveri prigionieri fra cielo e terra ma, camminando, “idee, lampi di luce e luci di lampi” si presentano spontaneamente per essere elaborati.
Capita di essere invasi da un “indicibile sentimento dell’universo” insieme a “un fiotto di gratitudine prorompente”. Come chi muoia “per struggimento” o, forse, “per esuberanza di una gioia che, irrompendo prepotente nell’esistenza, si precipita e infrange su se stessa”. Si viene invasi da “spirito fraterno, disposto a simpatizzare, impietosirsi, entusiasmarsi, ad abbandonarsi e ritrovarsi nelle cose”. Come chi adempia a un dovere, che è al tempo stesso fonte di felicità.

Robert Walser, in questo racconto dal titolo La passeggiata, narra il fascino nascosto del muoversi a piedi, all’aperto, il lieve tremito di piacere che percorre chi riesce a compenetrare interiore ed esteriore: “Segretamente ogni sorta di pensieri e di idee seguono di soppiatto colui che passeggia”. Egli “completamente stordito da strane impressioni, dalla potenza degli spiriti, si sente magicamente sprofondare nel suolo, mentre davanti ai suoi occhi smarriti si spalanca un abisso”.

In questo caos svanisce ogni ordine, comincia ad “alitare intorno” qualcosa di “voluttuoso e insieme di malinconico, come un dio taciturno ed eccelso”. La scrittura di Walser, a tratti risibilmente pomposa, sul filo di un’ironia retorica e tronfia, venata di donchisciottismo, declina presto in un descrittivismo minuzioso, quasi “fiammingo”, e infine in sublimi voli di gusto chagalliano, deliranti: “la terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Ogni forma esteriore si dissolse, il finora compreso divenne incomprensibile”.

La chiusa è sottilmente inquietante: coloro che vagano fra le case e le cose, non staranno per caso raccogliendo fiori per deporli sulla propria infelicità?

Robert Walser. La passeggiata. Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi), traduz di E. Castellani. 1976, 108 p., € 8,00

12 gennaio 2009

"Il fucile da caccia" di Inoue Yasushi


di Gianni Quilici

Un poeta pubblica su una rivista di caccia giapponese una poesia dal titolo “Il fucile da caccia”. L'ha fatto soltanto per la richiesta di un suo compagno dal tempo dei licei, che dirige appunto questa rivista. Una poesia di cui un po' si vergogna una volta che riceve la pubblicazione, tanto essa è diversa da tutto il resto. Passano dei mesi e dimentica, quando un giorno riceve una lettera di un certo Misogi Josuke, che si riconosce nell'uomo che il poeta aveva delineato nella poesia: un uomo alto dal passo lento e freddo, con una giacca di pelle marrone bruciato, un fucile da caccia, un Churchill a doppia canna, e 25 cartucce nella cintura. La sorpresa per il poeta (e per noi che leggiamo) sono, però, le tre lettere che lo scrivente invia in busta separata. Sono lettere di tre donne diverse, da lui ricevute, che l'uomo chiede al poeta di leggere, prima di bruciarle al posto suo.

Questo l'incipit. Ne viene fuori una storia di amori, di tradimenti multipli e di morte...

Scrive Marilia Piccone: “Un piccolo romanzo perfetto, quello di Inoue Yasushi, in un magistrale equilibrio tra il detto e il non detto, tralasciando i dettagli della storia e puntando soprattutto sui sentimenti, sul segreto che avvolge la vita di ognuno, inconoscibile anche a chi gli è vicino, sulla solitudine che imprigiona anche gli esseri amati. E quella che finisce per prevalere è l’immagine del cacciatore solitario, con la sua arma scintillante pronta a colpire- perché tutti finiscono per uccidere qualcuno, ci sono tanti modi per uccidere, come diceva Oscar Wilde”.

Questo giudizio non mi convince.

Primo, le tre donne si somigliano: si avverte la stessa voce, lo stesso linguaggio, la stessa letterarietà. In una parola: si avverte lo stesso personaggio: lo scrittore.

Secondo: il dramma che ognuna delle tre donne vive (la figlia tradita, la madre traditrice e colpevole, la zia-sorella, tradita e traditrice) si colora di un romanticismo per un verso moderno: l'ambiguità un po' perversa; per un altro datato: letterario e soffocante.

Fuori discussione è l'abilità con cui Yasushi costruisce una storia ad incastro con cui può essere facile trovare spunti per identificarsi.

Inoue Yasushi, Il fucile da caccia, Ed. Adelphi, trad.Giorgio Amitrano, pagg. 101, Euro 7,50

04 gennaio 2009

"La moglie di don Giovanni" di Irene Némirovsky


di Gianni Quilici

In questo racconto lungo ( o romanzo breve?) Irene Némirovsky utilizza nuovamente come in Come le mosche in autunno una vecchia (così si percepisce lei) domestica. In questa storia, però, questa diventa l'io narrante attraverso una lettera, che la donna scrive, a più riprese, alla bambina di allora, oggi diventata donna e madre di due figli.
Lo scopo: svelarle un terribile segreto sulla sua famiglia, di cui soltanto lei è a conoscenza e di cui sono testimonianza alcune lettere, che ora, giunta ad una fase critica della sua vita (deve operarsi per un tumore), ha il dovere di farle avere.
Il segreto terribile riguarda la mamma e il babbo della ragazza, nel frattempo morti. Lui bellissimo e seducente; lei bruttina e insignificante, ma ricca....

La Némirovsky ancora una volta solleva il velo e scopre dietro le apparenze la realtà. Noi intravediamo, quindi, chi è lei, la mamma della ragazza, la moglie di Don Giovanni, la vittima dei tradimenti, la martire.

Però la vera protagonista, ciò che dà originalità a La moglie di don Giovanni è la domestica. La Némirovsky si cala dentro il personaggio ne assume cultura, linguaggio, convinzioni. Ed è la visione del mondo di chi, trovandosi ad un livello subordinato, osserva questo ambiente aristocratico-borghese con distacco e insieme anche con affetto maternalistico e fideistico, ma sempre senza veli moralistici, con una saggezza di tipo popolare.
“Bisogna tenere vivi anche i ricordi tristi, se si può. Quando si è vecchi o malati come sono io, e non si può più lavorare, pensare al futuro è troppo triste. Ed allora che cosa faremmo, Vergine Santa, se non avessimo niente da ricordare?”

Giustifica lui, di cui percepisce ella stessa il fascino, perché lo sente anche buono; comprende lei, di cui conosce la disperazione di fondo. Critica invece l'ambiente che vive intorno a loro, sopratutto le donne. «Tutte quelle signore che la compativano e dicevano che era una Martire l'avrebbero fatta a pezzi come tante cagne, perché è così che le donne sono spesso l’una per l’altra».

Al fondo di questo racconto, come nei grandi romanzi, c'è la vita come precarietà nella sua (desolante) finitudine. E infatti: lui, il Don Giovanni, bellissimo e seduttivo non c'è più, come pure la moglie; la domestica più che una lettera sembra scrivere un testamento e la bambina-donna è fuori campo, esiste come un fantasma, che si porta, forse, una tragedia sulle spalle.

Irène Némirovsky. La moglie di don Giovanni.Biblioteca minima, traduzione di Laura Frausin Guarino, a cura di Giorgio Pinotti 2006 , pp. 63 euro 5,50.

02 gennaio 2009

" Il principio responsabilità" di Hans Jonas


di Emilio Michelotti
La tecnologia del nostro tempo, un Prometeo irresistibilmente scatenato, ha trasformato le sue promesse in una minaccia per l’essere-uomo, per la biosfera, per l’intera eredità dell’evoluzione.

Tutte le etiche passate sono inutilizzabili, quando a un massimo di potere e di capacità corrisponde un minimo di sapere – nichilista – intorno agli scopi: prima si invocava l’aiuto del cielo, oggi non si può più rivolgere lo sguardo lassù. Eppure il dato di fatto, metafisico se pur di origine fisica, è un assoluto che ci impone il dovere supremo della conservazione: i grandi rischi della tecnologia non vengono affrontati per salvaguardare l’esistente ma per il progresso, vanno insomma più nel segno dell’arroganza che della necessità. Sul diritto al suicidio individuale si può discutere, sul diritto al suicidio della specie, invece no: poiché il dover-essere sta al di sopra di noi, rendere impossibile la vita futura è un crimine.

Lo scopo è insito nella natura, si tratta, per Jonas, di un voler-oltrepassare-se-stessa, al di là di ogni coscienza: in questa visione reincantata, anche nell’organismo più semplice si delineano già in forma pre-mentale gli orizzonti teleologici di ipseità, di mondo e di tempo, sotto l’imperiosa alternativa fra essere e non essere.
L’agire umano si contrappone in modo incompatibile col funzionamento inconsapevole del tutto: è una svolta radicale nel destino del mondo: il potere congiunto alla ragione implica di per sé responsabilità, il suo ampliamento in potenzialità distruttiva rende evidente un dovere che si estende dalla nostra specie alla totalità dell’essere.

Alle escatologie secolarizzate che promettono una trasformazione integrale dell’uomo, Jonas contrappone la conservazione integrale dell’essere, un esserci-già dell’uomo autentico; all’idea di un futuro rigenerato, quella di ogni presente storico come fine a se stesso. Liquideremo il suo grido come conservatore e di destra?


Hans Jonas. Il principio responsabilità. A cura di: P. P. Portinaro. Einaudi 2002. € 22.00

01 gennaio 2009

"Scompartimento per lettori e taciturni" di Grazia Cherchi


di Gianni Quilici
Grazia Cherchi è stata una critica (femminile di critico) letteraria con due specificità, almeno, significative: l'amore per i libri e per la letteratura, che vuol dire ad un tempo aderire,
ma anche combatterne il consumismo;
e la sinteticità argomentata e colta del suo giudizio, che ti fa capire immediatamente le ragioni di ciò che ama e le ragioni di ciò che detesta.

In questo senso può essere stata ed essere ancora oggi una piccola miniera di scoperte di romanzi, che non hanno avuto ristampe, o di scrittori scomparsi letteralmente dalla cronaca letteraria.

Per esemplificare, ecco alcune delle opere da lei segnalate, più o meno, calorosamente: “Il sindaco di Castelbridge” di Thomas Hardy, “La mite” di Fedor Dostoevskij, “La morte viene per l'arcivescovo” di Willa Cather, “Indizi terrestri” di Marina Cvetaeva, “Casa d'altri” di Silvio D'Arzo, “Infelicità senza desideri” di Peter Handke, “Ottobre” di Christopher Isherwood, “Il respiro” di Thomas Bernhard, “Incidenti” di Roland Barthes, “Il re dei bambini” di Acheng, “L'uomo è antiquato” di Gunthers Anders, “Uccidere un bambino” di Stig Dagerman, “Lo sguardo ostinato” di Serge Daney ....

Questa passione sconfinata per i libri è pure desiderio di comunicarla insieme ad un imperativo categorico: non annoiare. Ed infatti la sua scrittura è una sorta di montaggio, in cui un libro o un autore ne richiamano altri, con immancabili citazioni, e a volte aneddoti, fulminanti.
Prendo due citazioni deliziose: una di Heinrich Heine: “Da ragazzo tanto lessi che non ebbi più paura di nulla”; l'altra di Altan:” Ricordiamo che da oggi scadono gli aggettivi: drammatico, catastrofico, immane e allucinante”.

Oltre alle segnalazioni di libri, “Scompartimento per lettori e taciturni” è un'indagine veloce sull'industria letteraria italiana: sull’impostazione dei supplementi letterari italiani sino alle questioni di editing, dalla tecnica della recensione alla critica in sè, dai convegni ai premi letterari, con tutta una serie di notazioni che colpiscono per felicità sintetica espressiva.

Bellissime poi le interviste a protagonisti di primo piano della letteratura italiana, come Fortini, Cases, Berardinelli, Garboli, Pontiggia, Del Buono, Giudici, Benni, La Capria, Zanzotto, Tadini, Arbasino, Lalla Romano ecc; come pure i ritratti di Vittorio Sereni, Elsa Morante, Goffredo Fofi, Romano Bilenchi e Paolo Volponi.

Sarebbe, quindi, il caso di ristampare il libro, e non sarebbe difficile, credo, ampliarlo, aggiungendo una storia dettagliata della vita dell'autrice.

Grazia Cherchi. Scompartimento per lettori e taciturni. Prefazione di Giovanni Giudici. Introduzione di Piergiorgio Bellocchio. Cura di Roberto Rossi. Pag. 279. Feltrinelli.