22 gennaio 2018

« L’abisso negli occhi. Lo sguardo femminile nel mito e nell’arte » di Liliana Dell’Osso e Barbara Carpita



SUGGESTIONI FILOSOFICHE

di Angela Giovanna Palermo
 
« La visione è l’incontro, come a un incrocio,
 di tutti gli aspetti dell’Essere »
M. Merleau Ponty, Le Visible et l’Invisible

In questo breve ma densissimo saggio, difficilmente ascrivibile a un solo genere, le due autrici si riferiscono in modo frequente, decisivo e fiducioso alla filosofia, all’arte e alla letteratura; e lo fanno in una «forma chiasmatica», cioè attraverso una potente ricostruzione letteraria e filosofica dei numerosi temi psichiatrici e nosografici toccati. In questo modo di procedere le due autrici hanno un illustrissimo antecedente in Lacan.
Il tema del libro è lo sguardo, raccontato nelle sue infinite declinazioni descrittive, percettive e appercettive. La vista, la visione, lo sguardo, sono presentati al lettore come concetti metaforici per eccellenza, ed effettivamente lo sono, fin da quando nel termine greco « ϑεωρία » (theorίa) si sono fusi l'aspetto fisiologico ottico del vedere e quello, figurato, della conoscenza intellettiva.
Com’è noto, in greco antico  « οἶδα » (oida)[1] significa al tempo stesso « ho visto » e « so », «conosco»: conosco in quanto ho visto, sono testimone.
Uno dei versi più alti di tutta la letteratura occidentale, viene cantato dall'Ulisse sofocleo nel prologo dell’Aiace, dove vediamo Odisseo concludere il suo discorso con parole di compassione per l’eroe uscito di senno; nella sorte di Aiace, infatti, vede riflessa la propria e apprende dalle sofferenze tragiche del suo nemico la nullità dell'uomo. Il senso di questa nullità, Odisseo la esprime proprio con il verbo greco «ὁράω» (orao), «vedo», che in greco vuol dire anche «capire»:

« ὁρῶ γὰρ ἡμᾶς οὐδὲν ὄντας ἄλλο πλὴν εἴδωλ’ ὅσοιπερ ζῶμεν ἢ κούφην σκιάν ».
(Vedo infatti che noi, quanti viviamo, null'altro siamo che fantasmi o vana ombra).

La vista è per i filosofi greci classici il senso teoretico principale, e la luce è la metafora più usata (e forse abusata), per esprimere l'accesso alla conoscenza e alla salvezza. Aristotele, nell'incipit della Metafisica (libro I, 980 a, 2), affermava che la vista è il senso più importante, l’unico in grado di farci conoscere meglio il mondo:

«Tutti gli uomini aspirano per natura alla conoscenza. Ne è segno l’amore che portano per le sensazioni: e infatti le gradiscono di per sé, indipendentemente dall’uso che ne possono fare, e tra tutte preferiscono le sensazioni che hanno attraverso gli occhi. Preferiamo la vista a tutto, si può dire, non soltanto ai fini dell’azione, ma anche quando non dobbiamo far nulla. La causa di ciò consiste nel fatto che la vista ci dà conoscenza più di tutti gli altri sensi, e ci rivela molte differenze».

 In generale, la visione è per i filosofi greci classici, garanzia del sapere e metafora della conoscenza.
Partendo da questi presupposti storici e concettuali, L’abisso nello sguardo ci conduce verso un sentiero impervio, lungo il quale si comprende come la questione dello sguardo sia anche, e soprattutto, una questione di identità.
In Essere e Nulla Sartre scrive che lo sguardo è prima di tutto un intermediario che mi rimanda da me a me stesso; la difficoltà a gettare lo sguardo sull’Altro consiste nel riuscire a passare dalla reificazione dell'Altro alla sua accoglienza in quanto Soggetto. Come ben spiegato nel libro, lo sguardo, infatti, è apertura con l'altro, incontro con l'altro; lo sguardo è incontro e relazione. L'occhio riceve ciò che si dà a vedere, così come la mano riceve ciò che le si offre da toccare e da tenere: il mondo è dato nelle mani dagli occhi.
Levinas fonda tutta la sua teoria dell’etica della società su «il faccia a faccia con l’altro». E’ lì che è racchiuso il segreto supremo della vita: nel volto che vediamo e «Che li occhi no l’ardiscon di guardare» (Dante); che mai riusciremo ad afferrare per intero, riconducendolo a noi stessi.
Così egli scrive in Dio, la morte e il tempo:
« Quando mi riferisco al volto, non intendo solo il colore degli occhi, la forma del naso, il rossore delle labbra. Fermandomi qui io contemplo ancora soltanto dei dati; ma anche una sedia è fatta di dati. La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia. La morte apre al volto d’Altri, il quale è espressione del comandamento: Non uccidere ».

Il discorso percettologico sullo sguardo, sull'incrocio tra visibile e invisibile, le autrici lo convertono in un discorso sul vedere noetico, sul rapporto tra il pensiero, le sue condizioni e i suoi limiti e questo risalta bene dall'analisi di vari, famosissimi sguardi, attraverso i quali le autrici compiono una vera e propria decostruzione dello sguardo in senso derridiano. «Decostruire» la nozione di visione, di sguardo, significa esporre nel vedere e nel visibile il dissidio interno che li abita e li anima; mostrare come essi siano pervasi di differenza e di differenze. Il visibile è sempre anche invisibile, vedere è sempre anche esser ciechi; consiste nel definire e determinare, nello sfumare, nello sfuocare.
L’abisso negli occhi mi ha riportato idealmente a Derrida, anche perché il filosofo francese si muove, come fanno le autrici, sempre tra il mito e la concettualità greci, la tradizione giudaica. In Memoires d'aveugles, Derrida si confronta con esempi presenti anche ne L’abisso negli occhi: Narciso, Edipo, Tiresia, Perseo e la Gorgona vengono citati in quanto sono personaggi che si muovono tutti all'interno di situazioni legate a un eccesso di visione, connessa a una speculare forma di cecità, che a sua volta assume i connotati di una nuova forma di visione: quella dell'assolutamente invisibile. Vedere troppo per l'uomo può essere una colpa, un rischio gravissimo: Tiresia ed Edipo divengono ciechi per aver visto, per aver conosciuto ciò che non avrebbero dovuto sapere; Narciso si perde nel suo stesso sguardo.
Sia nel discorso di Derrida che in quello delle autrici, la visione oculare tende spesso a confondersi e sconfinare nella visione intellettuale, capace di trasformare la visione in tatto e lo sguardo in contatto. Il rapporto con l'Altro decostruisce il movimento tra prossimità e distanza: l'occhio che può vedere da lontano diventa un organo tattile. Nella vicinanza estrema l'occhio non vede più, ma punta e tocca come un dito l’Altro. La sua funzione diventa quasi digitale, non più ottica, ma aptica: l'occhio arriva ad avere una funzione che non è più soltanto visiva.
Nel libro si percorrono alcune tappe parallele dell'indagine fenomenologica di Merleau-Ponty sulla percezione e sul tema del visibile, fino a far collidere l'idea di un rapporto chiasmatico che lega vedente e veduto con la sua pratica decostruttiva.
L’approccio fenomenologico del libro apre anche a una dimensione più specificatamente logica. Il campo della logica matematica, infatti, apparentemente così distante dalla pratica dello sguardo, si apre nel Seicento alla visione e, più precisamente, alla visione verbale, alla necessità di apprendere a pensare con gli occhi. Gli studi dei logici moderni sulle tematiche dei segni linguistici, hanno condotto in logica a una vera e propria rivoluzione dalla quale è nata l’informatica. La logica della visione nata nel XVII secolo, sulle ceneri della topica aristotelica  e della retorica classica, è stata ispirata da un linguaggio algebrico che, paradossalmente, il genio Leibniz chiamava «cogitatio caeca», pensiero cieco, e che ha spinto Ploucquet, uno dei più grandi logici matematici del XVIII secolo, a esaltare i benefici della sordità che avrebbe il vantaggio di non imprigionare chi non sente, nella complicate catene di sofismi linguistici che possono venir sciolte soltanto attraverso il ricorso al pensiero visivo.
E’ proprio a partire dal dibattito seicentesco che ha visto protagonisti la visione contro la retorica, e dai risultati negativi che questo dibattito ha prodotto, che si è sviluppata a partire dagli anni Settanta del Novecento, una scuola formata da psichiatri e psicologi americani: la scuola di Palo Alto, che ha inaugurato le cosiddette «psicoterapie brevi strategiche» che utilizzano stili comunicativi ricchi di analogie e di metafore in grado di parlare alla «mente irrazionale» e «visiva» del paziente.
Un’altra suggestione filosofica cogente alla quale L’abisso negli occhi mi ha ricondotta, è la lettura in assoluto più affascinante che sia mai stata fatta del Simposio di Platone: quella psicoanalitica che ne dà Lacan nel suo Seminario sul transfert, libro VIII, dove il filosofo-psicoanalista analizza, tra le altre cose, il tema dello sguardo. In questo testo orale, Lacan parte definendo il concetto di «oggetto del desiderio», quello che egli chiama «objet petit» e che Jankélévitch ha felicemente interpretato  come «quel non so che». Questo concetto serve a Lacan a ribaltare drasticamente il mito platonico dell'amore enunciato dalla sacerdotessa Diotima come Idea di assoluta completezza e di Sommo Bene, a favore dell'idea della assoluta parzialità dell’oggetto d’amore. Questo mito è citato anche da Freud in Al di là del principio di piacere: in quest’opera, il padre della psicoanalisi pone la pulsione scopica alla base del desiderio e del vissuto del bello, come esito elaborativo dell'eccitamento sessuale. Da alcuni psicoanalisti degli anni Quaranta e Cinquanta (come ad esempio Fenichel) invece, la pulsione scopica freudiana viene trattata come una pulsione specifica, la scoptofilia: la sessualizzazione delle sensazioni visive.
La rilettura lacaniana del Simposio di Platone si lega direttamente alla visione e allo lo sguardo, in quanto l'oggetto causa di desiderio è proprio quello che ricade direttamente sotto la sfera visiva: è l'oggetto di uno sguardo del desiderio da cui nasce qualsiasi forma d'amore. In uno dei suoi passi più eruditi, Lacan accosta genialmente il concetto di sguardo del desiderio alle metamorfosi cinematografiche la cui evoluzione, giustamente, Lacan la rintraccia proprio in Platone, esattamente nel mito della caverna:  
«E’ assolutamente chiaro che oggi l’amore non è più all’unisono con il livello della tragedia (…). Esso è a al livello che nel discorso di Agatone viene indicato come quello di Polimnia. E’ il livello di ciò che si presenta come la materializzazione più viva della fiction nella sua essenzialità. Per noi è il cinema. Platone sarebbe felice di questa invenzione (…). Quanto viene espresso nel mito della caverna lo vediamo tutti i giorni illustrato dai raggi danzanti che, sullo schermo, manifestano i nostri sentimenti allo stato di ombre. Ed è proprio a questa dimensione che nell’arte dei nostri giorni appartengono in modo eminente la difesa e l’illustrazione dell’Amore».
 Secondo Lacan lo sguardo e la visione che molto hanno a che fare con ciò che egli chiama charme, fascino, un elemento di cui spesso è dotato anche lo psicoanalista, è l’elemento che costituisce uno dei più grossi limiti di un'analisi, proprio perché lo charme è in grado di rompere la situazione analitica transferale, esempio perfetto di amore assoluto in senso platonico; una situazione perfettamente «falsa», dunque, che, nel momento in cui viene sfiorata dalla visione, cioè dal desiderio, decade a causa della rottura di un incantesimo. Per questo, dice Lacan, sarebbe meglio se l'analista non fosse dotato di charme, unica condizione affinché egli resti invisibile e, quindi, intoccabile.
Riecheggiando Lacan, una delle parti più felici del libro è quella in cui le autrici parlano dell'importanza della vista e del linguaggio del corpo nel contesto analitico:
«Il terapeuta dovrebbe ricorrere alla categoria dell’Indifferenz (…). Il terapeuta deve farsi impalpabile, impercettibile, sottraendosi alla vista: lo sguardo quindi non è più oggetto di attenzione «scientifica» in quanto troppo problematico, coinvolgente ed emotivo (…)».
 Ma, parallelamente, le autrici riconoscono allo sguardo un ruolo centrale in psicoterapia, benché veicolo di pericolose ambiguità e di perniciose ambivalenze.
Arrivati a questo punto della lettura, non si può non pensare a Binswanger, il quale intercettava nello sguardo l’elemento centrale di ogni autentica psicoterapia. Lo sguardo non è solo veicolo di una comunicazione non verbale; è una sorta di intesa tra paziente e medico, un (in) tendere insieme, nel silenzio, oltre la psiche, lì dove si trova l’afflatus vitale della terapia. Lo sguardo tra paziente e analista è sempre sconvolgente e apre a una dimensione a-spaziale e a-temporale, che per entrambi è una vera e propria ri-velazione reciproca: «Voi che per li occhi mi passaste ‘l core» (Guido Cavalcanti).
Kierkegaard diceva che chi non può rivelarsi non può amare. Ma Binswanger aggiunge che chiunque non può amare non può rivelarsi: amore e rivelazione di se stessi sono la stessa cosa.
In psicoterapia lo sguardo è la fonte primaria dell’essere-per-altri, la testimonianza più alta di Amore, un atavico segnale di (ri)nascita di una relazione che ha il suo primordiale modello nel riconoscimento della madre da parte del bambino, e la reazione conseguente di sorriso, rassicurazione, accoglimento. Ecco perché Ludwig Binswanger definisce l’amore terapeutico come la forma più alta in cui viene espressa la apertura del Dasein (esserci):

«Il ci dell’esserci, indica quell’apertura grazie a cui l’esserci, duale, è là in vista di noi, di me e di te, dell’un altro, l’essere-sé-stesso dell’amore, la sua ipseità, non è un io, ma un noi».

Vorrei concludere richiamando l'attenzione su di una figura che si intreccia e si distacca dallo sguardo: essa non è esplicitamente presente nel saggio, ma come un fiume sottile che passa attraverso i confini e lambisce territori diversi, trascorre, più o meno esplicitamente, tra le pagine. Sto parlando della lacrima, dell'occhio che piange e che quindi non vede. Lo sguardo che si scopre velato, offuscato, impedito, diviene spazio mediano tra presenza e assenza, tra pienezza e mancanza, unico luogo in cui sembra aprirsi la possibilità di un incontro autentico con l'Altro, per vedere o intravvedere il mondo e partecipare a esso, alla sua vita, nella difficile condizione di assenza-e-presenza di colui o di colei che, tra le lacrime, si ama.
La bellissima poesia di Andrew Marvell dedicata a John Milton, autore de: Il paradiso Perduto, costituisce, a mio avviso, l’appendice ideale de L’abisso negli occhi:
 « Quanto fu saggia la Natura a destinare così al pianto e alla vista gli stessi occhi!
Aprite dunque, occhi miei, la vostra doppia chiusa
 ed esercitate così il vostro nobile officio;
poiché altri possono ugualmente vedere o dormire, ma solo gli occhi umani possono piangere.
Così lasciate che i vostri torrenti trabocchino dalle vostre fonti,
che l’occhio e la lacrima siano la medesima cosa e ciascuno porti la differenza dell’altro:
                           questi occhi che piangono, queste lacrime che vedono ».


[1]  Οἶδα è il perfetto greco di un ricostruito presente *εἲδω (*eido). La radice indoeuropea di οἶδα è *wid che ha dato origine al campo lessicale del latino «video», dal quale deriva quello del nostro «vedere». Anche la declinazione greca del nome «Zeus» contiene una radice indoeuropea che riporta al verbo «Vedere», per indicare che Zeus è, per antonomasia, il «Dio che vede, che illumina, che conosce »: ὁ Ζεύς, τοῦ Διός, τῷ Διί, τόν Δία, Ζεῦ. 

Liliana Dell’Osso e Barbara Carpita. 
 L’abisso negli occhi. Lo sguardo femminile nel mito e nell'arte. 
ETS Pisa 2017.

15 gennaio 2018

"Versi in viaggio" di Gianni Quilici



Le  tue  poesie  e  le  mie

                                     di Pierangelo Scatena

Caro Gianni,
                     ho letto il tuo libro "Versi in Viaggio" e mi è piaciuto.
Eppure le tue poesie sono l'opposto del mio modo di fare poesia. Le mie sono poesie che potrei definire "esistenziali"; nascono dal di dentro, da un ritmo interno che poi si appoggia alle cose del mondo e le  definisce; ma il mondo comunque è sopratutto per me che esiste e risulta "invaso" dalla mia presenza e interpretazione aprioristica e perciò a volte i miei versi sono un po' oscuri. E siccome parlare direttamente di sé è sempre un po' impudico, ho bisogno di coprirmi con il ritmo e le forme stilistiche della classicità.

Le tue invece sono poesie "impressioniste", impressioni appunto che nascono dal mondo che stai attraversando e che poi ti giungono dentro e definiscono te stesso. Non è che il tuo "io" in esse sia assente, tutt'altro, perché sono le "tue" impressioni, ma è appunto in esse e attraverso di esse che ti scopri e ti riconosci. Perciò i tuoi versi sono chiari, aperti, colpiscono in maniera diretta.

Sono delle istantanee, come delle fotografie, e per questo necessitano di essere lette e rilette per poterle afferrare, perché non sfuggano.

Entrare nei tuoi versi mi sembra che sia come fermare il tempo in un assoluto presente (proprio come fanno le foto). Ma ciò che è straordinario è che questo affollato labirinto di impressioni non
diventa dispersione,  perché lo domina la tua personale centralità, riesce così a diventare un percorso e a disegnare una tua autobiografia.
Questo miracolo è "poesia".

La stessa impaginazione sottolinea la nostra diversità. Io ho bisogno di una pagina per ogni poesia, per quel grumo totale di esistenza che ognuna rappresenta; tu affolli nella stessa pagina una molteplicità di immagini, di impressioni e di pensieri che ti assalgono e che offri
ad essere esperite anche da chi legge.

Del resto tu ami viaggiare e nel viaggio ti ritrovi, ami il cambiamento e l'avventura. Ti confesso che a me invece non piace viaggiare (anche se un po' l'ho fatto, almeno in Italia e in Europa). Partire mi mette sempre ansia e un po' di paura, temo di perdermi, preferisco la permanenza di ciò che è stabile e abituale.

Le due maniere di fare versi dunque non potrebbero essere più diverse, addirittura, come detto, opposte. La mia è una poesia "centrifuga" (da me alle universe cose); la tua è una poesia "centripeta" (tutto converge verso di te). Ma come sai spesso gli opposti si attraggono e forse è anche per questo che il tuo libro mi è particolarmente piaciuto.

Gianni Quilici. Versi in viaggio. Tra le righe libri. Euro 12,00


08 gennaio 2018

“James Dean” foto di Dennis Stock



di Gianni Quilici 

                      Certo che conta il mito. Perché nel mito la persona si dilata, assume l’immaginario che, nel bene o nel male, essa ha creato.



                 Ma, al di là di questo, c’è la foto.

C’è la giornata umida col marciapiede bagnato che lo riflette.

C’è la linea di fuga del muretto con cancellata.

C’è la nebbiolina che crea quell’indefinitezza del paesaggio urbano con nello sfondo il grattacielo.

                Ma al centro, e soprattutto, c’è lui, James Dean, stretto in un cappotto scuro, le mani ficcate nelle tasche come per proteggersi, il volto attraente un po’ curvo, con quel bellissimo dettaglio della sigaretta in bocca.

Dettaglio cromatico: il chiaro nello scuro; dettaglio psicologico: l’atteggiamento spavaldo nel corpo contratto.

James Dean” di Dennis Stoch. New York City. 1955

05 gennaio 2018

"La ragazza sbagliata" di Giampaolo Simi

di Luciano Luciani
 

                                             Di "eroi indagatori" stropicciati e sgualciti dalla vita è fin troppo fitta la narrativa noir passata e presente. Pochi, però, sono malmessi come Dario Corbo, giornalista senza lavoro, incalzato dalla mezza età, senza famiglia. La moglie, infatti, lo ha lasciato e per di più alle prese con un figlio adolescente. Soldi risicatissimi, Dario non ha neppure di che pagarsi l'albergo e quando non dorme gratis nella pensioncina di una ex fiamma degli anni giovanili, si arrangia a passare la notte in macchina. Poco duttile di carattere o, forse, solo legato a principi caduti in disuso, il Nostro sembra non avere granché futuro. Se si esclude l'occasione, inopinatamente offertagli, di tornare su un cold case, ovvero un caso chiuso da più di vent'anni: l'efferato omicidio di Irene Calamai una studentessa diciottenne, brutalizzata, uccisa e abbandonata in un dirupo sulle colline della Versilia. 

Colpevole acclarata, la bella e inquietante Nora Beckford,  dal fascino un po' malato, un po' Uma Thurman, un po' dark lady. Che forse, però, dietro le apparenze, non è del tutto tale e Corbo inanella più di un motivo per sospettare che qualcuno, a suo tempo, abbia voluto incastrarla. Ma chi? E perché? E chi è, allora, l'assassino? 

Sarà una donna magistrato in carriera, che non vuole o non può riaprire le indagini, a favorire il nostro eroe ciancicato, mettendo nelle sue mani perennemente dubbiose incartamenti trascurati e avviandolo su indizi forse volutamente tralasciati. 

Stop and go, si torna dolorosamente a indagare sullo scenario di una Versilia comunque bella, ma fattasi nel corso di vent'anni sempre più cinica e incattivita. Un luogo - metafora del più ampio Bel Paese contemporaneo  -  dove non si salva nessuno: forze dell'ordine, giornalisti, magistrati, gli stessi familiari e amici della vittima... Fino a un'incerta vittoria della verità e a un'altrettanto ambigua soluzione (?) del mistero.


Giampaolo Simi, La ragazza sbagliata, Sellerio editore Palermo, 2017, pp. 386, Euro 15,00

21 dicembre 2017

“Igor Stravinsky” foto di Arnold Newman



di Gianni Quilici


Scoprii Arnold Newman diversi anni fa da una edizione “I grandi fotografi” della “Fabbri editori”. Poi l’ho perso di vista, perché non è entrato nei miei circuiti visivi. Ripreso il libro sono rimasto (ancora di più) sorpreso dalla forza intellettuale e visiva dei suoi ritratti. Ciò che mi ha colpito è la ricerca che si intravede nei suoi scatti. Ricerca che è pensamento. Pensa lo scatto figurandosi una scenografia.  Come se dicesse: come posso trasmettere nel modo più efficace ciò che lui o lei è? E’ sufficiente il volto-corpo oppure è necessario  che questi siano inseriti nel loro ambiente tanto più che nel caso di un artista o similari è la sua identità e spesso la sua ossessione?


Da questa scelta la straordinarietà di alcuni dei suoi ritratti come per citarne soltanto alcuni quelli di Picasso, Max Ernst, Krupp, Mondrian, Hopper, Roualt, Cocteau, Warhol, Marylin Monroe.


Prendiamo il ritratto di Igor Stravinsky.

Colpisce a colpo d’occhio la sproporzione tra la grandezza del pianoforte a coda e l’angolino in cui è collocato Stravinsky.


Ma vive già dentro questo nostro primo sguardo la bellezza del piano aperto, elegante e geometrico a formare una figura lineare e un po’ bizzarra e la concentrazione assorta di Stravinsky: il braccio poggiato sul piano, la mano allargata sulla testa, un’ombra lieve che gli ricopre una zona del volto.


Non c’è separazione, se solo si osserva con più attenzione, tra lui e lo strumento.

E’ qui che il realismo, nella  bellezza formale delle geometrie,  contiene un segno simbolico: ed è la musica nell’accostamento  tra Stravinsky ed il pianoforte. Non sarebbe così se al posto di Stravinsky ci fosse un comune mortale, perché il grande compositore è evocativo, trascende, cioè, la sua figura fisica.


In altri termini si viene a creare un’interazione moltiplicativa. La presenza di Stravinsky illumina la bellezza estetica del piano a coda, ma anche questo dà forza allo sguardo espressivo e misterioso di lui. 

Con un’ultima osservazione: in questa connessione è lo strumento, cioè la musica, ancora più grande del singolo compositore che la crea. E tuttavia come è azzeccato fotograficamente questo volto a margine che ci guarda.



Igor Stravinsky foto di Arnold Newman. New York City, 1946.     

20 dicembre 2017

"Rulli di tamburo per Rancas" di Manuel Scorza

di Giulietta Isola
 

"Dove andremo a finire? Dove vorranno i nostri piedi.E' li' che andremo a finire"
Il peruviano Scorza inaugura con questo romanzo la sua "Ballata", il cosidetto ciclo andino nel quale ci racconta la lotta dei comuneros realmente avvenuta negli anni Sessanta.
Una straordinaria pentalogia che risulta purtroppo monca non essendo mai stata ripubblicata nella sua interezza.
 

Nel misero villaggio di Rancas, sulle montagne, un giorno arrivano degli uomini vestiti con giacche di pelle nera, sono scesi dal treno con grandi balle di filo di ferro, cominciano a piantare dei pali ogni pochi metri per costruire il "Recinto". I vicoli bianchi della cittadina ed i suoi abitanti sono inermi di fronte alla Cerro de Pasco Corporation che, con la connivenza dei latifondisti locali fra i quali il perfido Montenegro,vengono privati di pascoli, colli, montagne, non rimane loro ne' un filo d'erba ne' una zolla di terra, sono costretti a far pascolare le loro pecore nei cimiteri. Affamati ed esasperati, delusi dall'esito delle proteste del loro Personero, Don Ravera, decidono di intraprendere la lotta armata, una lotta per la sopravvivenza ed uno scontro impari con le forze del capitalismo che fallira' miseramente. Le loro armi rudimentali, solo fionde e sassi, niente potranno di fronte alla Guardia Civil che distruggerà il villaggio, incendiando case ed uccidendo i suoi abitanti. Sottoterra, in quei cimiteri si ritroveranno e riuniti parleranno dei soprusi e delle violenze subite. Il filo si estende chilometro dopo chilometro, anche Hector Chacon, personaggio realmente vissuto e protagonista, soprannominato il Nittalope, dopo aver guidato la resistenza e miseramente fallito l'uccisione di Montenegro, con la sua banda è costretto a fuggire sulle montagne e vivere da bandito.
 

Un testo non classificabile, a cavallo fra letteratura e sociologia, dal potente valore storico e sociale che racconta, per far conoscere e tramandare, la denuncia di un popolo. Nelle pagine scorre la voce del povero, dello sradicato, dell'esiliato, il ritmo lento ed asciutto è carico di immagini, la poesia di alcune parti si alterna con la cronaca di altri.

 Scorza mischia ed alterna nei capitoli la storia degli eventi per poi interrompersi e raccontare la storia sociale e politica del Perù. La sua qualità narrativa è altissima, il racconto di marginalità e difficoltàa, la lotta per i diritti elementari, il potere corrotto ed asservito rappresentano la storia di un Paese intero, ma anche la triste attualità' di molti Paesi dell'America Latina. 

Si avverte la sua solidarietà e partecipazione ed ho capito perchè molti indios ne conoscono intere parti a memoria, considerano queste pagine la loro storia epica, qui c'e' l'anima di un paese intero, delle sue contraddizione ma anche delle sue emozioni, il sorriso ed i legami sodali.
 

La lettura non è semplice, la realtà storica cerca, nelle trame occulte degli avvenimenti, una logica non sempre presente, ma il senso di straniamento sparisce velocemente; sarete li' a lottare spalla a spalla con Chacon e gli altri, a rivendicare i vostri diritti su una terra che vi è stata rubata senza chiedervi ne' autorizzazioni, ne' permessi, sarete terra, aria e montagne.
 

Una rilettura a distanza di molti anni motivata da un viaggio, ma mentre scorrevano le pagine scorrevano anche, davanti agli occhi e nella mente, ricordi e suggestioni di una storia dei nostri giorni che ho appassionatamente seguito: la questione Mapuche/Benetton con il monito che dalla Storia sembriamo non aver imparato niente, continuamo a ripetere gli stessi errori.
  

E' cronaca recente (agosto 2017) l'arresto di un uomo dallo sguardo fiero e dai profondi occhi neri, il leader dei Mapuche, l'ultimo esponente di una stirpe indigena che tra il 1600 e la fine dell'800 dominava la Patagonia, prima di essere spazzata via dagli argentini. La loro terra era una fascia ininterrotta che si estendeva dalla costa atlantica a quella pacifica, oggi la comunità è ridotta a poche migliaia di persone e la lotta arcaica contro un gigante politicamente appoggiato ed econonomicamente potente sembrava impossibile. Il gruppo Benetton è presente su un territorio di 900 mila ettari, un gruppo di indigeni ha invaso una parte della proprietà creandovi alcuni villaggi, come una fenice dalle sue ceneri, in una civilta' dispersa e relegata in alcune riserve, si sono riaccese speranze mai sopite.La Costituzione Argentina riconosce ai Mapuche quelle terre, il Cile coinvolto non ne vuol sapere ed i Mapuche resistono, scompaiono attivisti secondo i ben noti metodi della dittatura argentina, ma l'incendio non si spenge ed allora non resta che colpire il leader.
 

Huala e' stato imprigionato, dal carcere afferma "Siamo stanchi dell'oppressione,del furto delle nostre terre, siamo stanchi che ci ammazzino e ci arrestino quanto vogliono" e fuori dal carcere un cartello "Il paradiso perduto non puo' attendere".
La strada per raggiungerlo mi pare lunga ed impervia, ma rimane la forza del pensiero, delle braccia e la speranza che ogni lotta non sia mai vana.


MANUEL SCORZA. RULLI DI TAMBURO PER RANCAS.  EDIZIONI FELTRINELLI


08 dicembre 2017

"Il delitto sul sagrato" di Beppe Calabretta

di Luciano Luciani

Ancora un caso per il vicequestore Bruno Carcade, in forza alla Questura di Lucca, personaggio seriale del poliziesco tricolore inventato dalla fervida fantasia di Beppe Calabretta. Sempre scontento della propria situazione professionale, il nostro poliziotto è da tempo distaccato presso la Prefettura delle città delle Mura con il compito specifico di occuparsi di relazioni industriali in un tempo devastato da una crisi economica che non fa sconti a nessuno, operai e datori di lavoro. Un'attività che a Carcade sta stretta. Si annoia e medita la pensione. Ne sta valutando i pro e i contro quando un misterioso delitto, consumato nello spazio consacrato davanti alla bellissima e millenaria facciata delle basilica di San Frediano in una rovente mattinata d'agosto, lo costringe a rivedere i suoi progetti. 


Complici le ferie di molti colleghi, il caso tocca proprio a lui. Per scoprire fin da subito che il morto ammazzato è uno tra i suoi amici più cari: un motivo in più per mettersi alla caccia di un'assassino feroce e senza scrupoli che segnerà ancora di un altro misfatto di sangue la vita della tranquilla città della provincia toscana. 

Meno solare del solito, più umbratile, quasi malinconico, il nostro eroe indagatore si getterà nella caccia all'assassino con la consueta tenacia e determinazione, aiutato dal tradizionale corteggio di aiutanti femminili: la moglie Elina che lo supporterà coll'incoraggiamento del suo amore; Claudia Bellini, ispettore capo della questura, brillante e perspicace ma appesantita da non pochi doveri familiari; Vanessa Pezzoli, un'altra intelligente e risoluta poliziotta in servizio presso un commissariato di Catanzaro. Un team formidabile le cui capacità vengono, però, messe a dura prova perché questa volta il mistero da risolvere è davvero fitto e chiama in causa inquietanti deviazioni di settori delicati dell'apparato statale. E l'indagine, condotta tra la Toscana e la Calabria, rivela a poco a poco uno scenario di connivenze e corruzione che potrebbe arrivare anche molto, molto in alto...
 

Condotta con un piglio narrativo veloce, quasi cinematografico, la storia si dipana per progressivi disvelamenti fino a illuminare una realtà triste e pesantemente compromessa. Né più nè meno che la nostra Italia di oggi: un Paese in declino, ripiegato su se stesso, che resiste solo in virtù dello spirito di sacrificio di pochi suoi servitori onesti e ispirati da un innato senso di giustizia e passione di verità che continuano a battersi col pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. 

Nonostante un finale rassicurante che assegna la vittoria finale ai "buoni" e la punizione ai "cattivi", il Lettore rimane con l'amaro in bocca nel riconoscersi in tempi e luoghi usurati fin nel profondo da un uso cinico e spregiudicato del Potere.
In fondo, però, la "missione" della letteratura poliziesca è proprio questa: dare l'allarme, suscitare inquietudini, provocare salutari turbamenti. E con Il delitto sul sagrato Beppe Calabretta ottiene proprio questo scopo.

Beppe Calabretta, Il delitto sul sagrato, Tralerighe Libri, Lucca 2017, pp. 134, Euro 13,00

06 dicembre 2017

"Salvatore Morelli, il deputato dalla parte della scienza e dell'altra metà del cielo" di Luciano Luciani

Ogni epoca ha avuto i suoi utopisti, sognatori, i suoi visionari... Uomini e donne in anticipo sul loro tempo, idealisti dallo sguardo lungo, capaci di vedere prima dei  contemporanei gli sviluppi della società a venire, vocati nel cogliere tra le pieghe del presente i lineamenti del futuro. Talora eccentrici nei comportamenti, più spesso normalissimi, appaiono intenti con la parte migliore delle loro energie a coltivare un progetto riposto, una fantasia recondita, l'illusione, oggi solo vagheggiata domani chissà, di un tempo prossimo e migliore.
 

I libri di storia non rendono loro giustizia e si limitano a registrare, quasi controvoglia, le loro, apparentemente bizzarre, teorie. Preferiscono, invece, evidenziarne con malcelata soddisfazione l'incapacità a entrare in sintonia col senso comune dominante dei loro anni e con i processi economici, sociali e culturali e di conseguenza gli inevitabili fallimenti.
 

Esemplare per la capacità di guardare lontano e l'inadeguatezza a vivere nel proprio presente, Salvatore Morelli (Carovigno, 1824 - Pozzuoli, 1880). Fiero oppositore dei Borboni, è per questo duramente perseguitato e sconta lunghi anni di prigione nelle carceri di Lecce, Ponza, Ischia, Ventotene. L'unificazione nazionale lo vede impegnato a fondare e dirigere giornali e riviste - a Lecce nel 1860 "Il Dittatore", di impronta mazziniana; a Napoli nel 1861 "Il Pensiero" che nel corso dei suoi quattro anni di vita conobbe ben 184 sequestri - sui quali in lunghi articoli viene affinando il suo sistema di idee. Per lui conoscenza e vita sociale debbono fondarsi sulla scienza e sulla tecnica, unici strumenti possibili per ogni tipo di sviluppo materiale, morale e  civile. Il male di ogni società per Morelli è da individuarsi nell'ignoranza, il suo antidoto è l'istruzione, gratuita e obbligatoria per tutti con al suo centro l'abolizione di qualsiasi forma di insegnamento religioso e un largo spazio assegnato a materie come la storia, la geografia e, soprattutto, alla scienza e alle sue applicazioni tecniche..
 

Dura anche la sua condanna delle spese militari: piuttosto costruire scuole, ferrovie, allargare servizi assistenziali e il diritto a usufruirne... Eletto deputato per la prima volta nel 1867 per il collegio di Sessa Aurunca, si impegna a fondo in Parlamento per trasformare in leggi i frutti di un intenso lavoro di elaborazione e documentazione delle migliori esperienze europee in materia di giurisprudenza familiare: per esempio, una riforma che preveda la parità di diritti fra moglie e marito, il doppio cognome, la possibilità del divorzio e l'eliminazione di qualsiasi discriminazione tra figli legittimi e naturali. 

Alla attività politico-legislativa affianca anche una coerente attività pubblicistica: tra i suoi lavori più carichi di novità e di utopia, più volte ripubblicato, La donna e la scienza, considerate come i soli mezzi per risolvere il problema dell'avvenire, 1861. Presente alla Camera dei Deputati fino al 1880, di convinzioni repubblicane, laiche e libertarie con qualche simpatia per il socialismo aurorale, per quattro legislature si batte per la parità tra i sessi e già nel 1867, primo in Europa, presenta la proposta di legge "Abolizione della schiavitù domestica per la reintegrazione giuridica della donna, accordando alle donne i diritti civili e politici", uno straordinario passo in avanti in un Paese che codificava la subalternità della donna al marito, facendono una figura fragile e trascurabile. 

Sempre a Salvatore Morelli appartiene un disegno di legge con la richiesta del diritto di voto per le donne e non si smemorino fra le sue altre proposte, l'istituzione della cremazione, l'abolizione della pena di morte, la proposta - questa sì futuribile - della istituzione  di una Società delle Nazioni per tutelare la pace universale. Seppure emarginato in un Parlamento bellicista e tutto al maschile, grazie al suo imperterrito impegno, nel 1877 il Parlamento italiano approva la legge Morelli n. 4176 del 9 dicembre 1877, riconoscendo alle donne il diritto di essere testimoni negli atti regolati dal Codice civile, come i testamenti, un significativo progresso per i suoi risvolti economici e per l'affermazione del valore della capacità giuridica delle donne. Inoltre è in virtù del suo lavoro parlamentare se le ragazze sono ammesse a frequentare i primi due anni del Ginnasio. 

Torna poi spesso, Morelli, a intervenire contro la Legge delle Guarentigie (ovvero le garanzie concesse al papa pari a quelle previste per un Capo di Stato straniero, con la differenza che da quando tale legge entra in vigore le spese dei successori di Pietro sono a totale carico del contribuente italiano). 
Apprezzato all'estero da grandi uomini di cultura del suo tempo come Stuart Mill e Victor Hugo, nel suo Paese conosce solo incomprensioni e l'isolamento da parte dei contemporanei, oggetto del livore di un senso comune becero e dell'accanimento dei disegnatori satirici del tempo. 
Muore in miseria - non esistevano allora le indennità parlamentari e i vitalizi - nella camera di una povera locanda a Pozzuoli. Le più importanti esponenti dei movimenti di emancipazione femminile statunitense  piangono la sua dipartita e scrivono che è scomparso il più grande difensore dei diritti delle donne nel mondo.
 

È stato uno sconfitto Salvatore Morelli? Sì, certo... Pochi, però, come lui sono stati capaci di lasciare nel mondo segni che non possono più essere cancellati dalla memoria collettiva delle donne e degli uomini.

02 dicembre 2017

"La pianista" di Elfriede Jelinek



di Giulietta Isola
“una scrittura che non si dimentica,

mai banale,spesso non immediata,
vastamente metaforica”

PERSONAGGI
ERIKA “ è un insetto imprigionato nell’ambra,senza tempo,senza età,non ha storia e non fa nemmeno storie. Proviene da una famiglia di segnali solitari sparsi nel paesaggio. Non prova niente,non ha mai provato niente,è insensibile come un cartone catramato sotto la pioggia.
Tra le sue gambe il marciume,una molle massa insensibile. Putredine grumi in decomposizione di materiale organico. E’ un opaco mucchio di meschini desideri e mediocri aspirazioni che temono il proprio compimento:
LA MADRE “e’una pestilenza incurabile, le sta attaccata come una piattola o una sanguisuga le succhia il sangue.”
LA MADRE E LA NONNA “le vulve pietrificate delle due vecchie si chiudono con uno scatto secco e rumoroso,come le chele di un cervo volante in agonia,ma niente rimane imprigionato nelle loro grinfie.”


La pianista,si evince dalla biografia di Jelinek,prende spunto dalla sua storia personale (la madre era pianista ed il padre in manicomio)e qui il ruolo centrale è proprio riservato al rapporto madre-figlia. Erika Kohut,insegnante di pianoforte,inquietante quarantenne,vive con la madre dispotica e soffocante (maternità alienata),una presenza che pretende di gestire la vita della figlia scegliendole i vestiti,le frequentazioni,la carriera,controllando maniacalmente ogni suo spostamento e condividendo con lei il letto matrimoniale.
Erika per niente emancipata e’ stata forgiata da dure lezioni,spinta a fare sempre il massimo, trattata da adulta quando era bambina,segue le ambizioni imposte dalla madre per la quale niente è mai abbastanza e tutto è ad un livello troppo basso per lei, è ingabbiata dal suo rigore e dai suoi continui rimproveri per le aspettative deluse. Erika non sembra avere un futuro proprio,ha il futuro che qualcuno ha pensato per lei,è abituata alla violenza,abita i luoghi del sadismo e dell’odio,non ha posto per il sentimento amoroso,la sua vita è  piena di fatti tragici e drammatici,non ha volontà per mutare le cose e scardinare regole sociali già predeterminate, è disastrosamente assoggettata al conformismo,incarna l’idea di umiliazione, di aggressione, di dominazione,cerca la propria identità nel voyeurismo, nell’autolesionismo ed il sadomasochismo,crede di affrancarsi dal cilicio materno con l’idea di un amore impossibile per un suo allievo molto più giovane Klemmer, ma e’ una donna sessualmente frustrata, una vittima della propria posizione culturale dominante e di una madre possessiva e paranoica ed il lieto fine per lei non e’ contemplato.
 

Al di la’ della storia,mi pare veramente interessante l’analisi della prosa di Jelinek straordinariamente forte, antisentimentalista eppure suscita forti emozioni, dalla sua penna temi come matrimonio,famiglia, sesso sono estremizzati, portati oltre il confine, oltre i limiti, li utilizza in maniera spericolata,la terminologia è esplicita e cruda, è insolito leggere di prevaricazione e violenza fra i sessi e classi sociali in maniera così pervasiva.
 

Credo di non essermi mai trovata di fronte ad una scrittura così dissacrante,così sincera,così argutamente metaforica,così violenta,così coraggiosa, a tratti volutamente spiacevole a tratti intensamente poetica, una miscela di stili e generi, il moderno e l’antico, e le donne trattate non tanto o non solo come esseri umani specifici ma come “il femminile” nella storia e nel sociale, quel femminile che per l’autrice fa parte degli oppressi,degli emarginati,degli ultimi “che i movimenti femministi e i partiti comunisti hanno per oggetti da tutelare”,ed anche il sesso sesso che si esprime come possesso, forza e rapina e conseguentemente come sottomissione, dipendenza e schiavitu’.Sesso a go-go senza sentimento, ne’ dolcezza, mai portatore di allegria e consolazione brutalmente pornografico.
 

Avevo letto la biografia di Jelinek all’assegnazione del Nobel nel 2004 (mi era assolutamente sconosciuta) e penso sia necessario valutare la sua opera legandola alla sua posizione politica di femminista e comunista, critica la societa’ capitalista e consumistica che mercifica gli esseri umani e le relazioni,avverte le vestigia del passato fascista dell’Austria sia nella vita pubblica che in quella privata e lo sfruttamento sistematico e l’oppressione delle donne nella societa’ patriarcale capitalista e lei stessa ha dichiarato che “il narrare è necessità,a volte urgenza,ma sempre atto politico”.
 

Mi son messa le mani nei capelli fin dalle prime pagine sbigottita di fronte ad una scrittura femminile così controversa così contraddittoria da suonarmi come un avvertimento,potrebbe la vita di Erika assomigliare alla mia? O a quelle di tante altre donne?


ELFRIEDE JELENIK- LA PIANISTA- EDIZIONI EINAUDI



24 novembre 2017

"Luigi Vezzosi. Un antifascista toscano respinto dalla democrazia" di Andrea Ventura


                Storia di Luigi, 

                che non votò mai

di Luciano Luciani
  
Già dal titolo, Luigi Vezzosi. Un antifascista toscano respinto dalla democrazia - questo libro- - una biografia di un antifascista minore, se non addirittura minimo - ci propone il tema del conflitto politico/sociale che ha percorso tutto il Novecento sino all'Italia nuova: repubblicana, democratica, antifascista. Che pure non trovò il tempo, la forza, la volontà di restituire a Luigi Vezzosi i suoi diritti civili, in primis quello di voto. 

Ne era stato privato, Luigi, da una giustizia e da giudici palesemente e pesantemente condizionati dalla marea montante del fascismo ormai vincitore dopo aver superato la crisi del delitto Matteotti e alle soglie del discorso “dell’aula sorda e grigia”. La colpa di Luigi? Aver partecipato ai “fatti di Empoli” del marzo 1921. Ovvero all’insurrezione della comunità empolese, una vera e propria “cittadella rossa” che reagì con durezza e punte di furore popolare all’interminabile stillicidio della violenza fascista e alle ambiguità, connivenze e complicità dello Stato rispetto a quella “brutalizzazione della politica” imposta dagli squadristi alla vita del Paese. Violenze e brutalità particolarmente sistematiche e pesanti là dove – come in Toscana, come nell’Empolese –  si concentrava il contropotere popolare e proletario e là dove erano più forti e presenti le organizzazioni dei lavoratori.
 

Così il 1 marzo 1921 una colonna di marinai in borghese, inviati a sostituire i ferrovieri fiorentini in sciopero per protestare contro l’assassinio del sindacalista Spartaco Lavagnini, è scambiata per una spedizione squadrista; accolta a colpi d’arma da fuoco viene incalzata e assalita da una popolazione insofferente ed esacerbata. Alla fine si contano 9 morti: un sergente d’artiglieria, cinque marinai e tre carabinieri. Un’insurrezione popolare più spontanea che organizzata che si ricollega ad altri episodi del genere avvenuti nella primavera-estate di quell’anno tra Toscana e Liguria: Castiglione dei Sabbioni e San Giovanni Valdarno (Ar) il 23 marzo; Foiano della Chiana (Ar) il 17 aprile; Sarzana (La Spezia) il 17 luglio. Vicende non collegate tra loro, prive di un disegno strategico e quindi destinate alla sconfitte e a una dura repressione che coinvolse anche il nostro Luigi Vezzosi.
Nato nel 1905 - trecciaiola la madre, calzolaio il padre, mezzadro il fratello Paolo - Luigi appartiene a una famiglia proletaria del “contromondo” socialista empolese che trovava nelle Case del Popolo e nelle Camere del Lavoro i luoghi della socialità e della formazione identitaria: socialisti, anarchici e, a partire dal 1921, comunisti. Il mondo di Luigi che, sebbene minorenne, viene individuato, sulla base di testimonianze incerte e contraddittorie, come  uno dei principali agitatori e assalitori e  condannato a ben 28 anni di carcere.
 

Una aberrazione giuridica. Tant’è che la pena venne ridotta prima a 12 anni, poi a 10 con le sanzioni accessorie di 3 anni di disciplina speciale, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la perdita dei diritti politici. Nel frattempo “Gigi” Vezzosi ha trascorso quasi cinque anni alle Murate e a Porto Longone (Elba) e quando torna a casa ad Avane,  per anni lui e il fratello Paolo sono costretti a subire le pesanti  “attenzioni” ora dei carabinieri ora dei fascisti. Eppure Luigi, nonostante prepotenze e vessazioni, si sforza di continuare a vivere come una persona normale: nel 1934 si sposa e nel 1936 si trasferisce a Pisa dove esercita il suo mestiere, quello di calzolaio. Casa e bottega e un profilo basso  nella Pisa del ras fascista Guido Buffarini Guidi. Poi, la guerra. Il terribile bombardamento di Pisa del 31 agosto ’43 con oltre mille morti,  consiglia a "Gigi" di sfollare con la famiglia’ a Calci, un piccolo comune a 10 chilometri dal capoluogo Pisa: sulle colline che separano la provincia di Lucca da quella di Pisa, per un anno, sino alla liberazione, Vezzosi partecipa alle attività, generose ma sfortunate, della formazione partigiana “Nevilio Casarosa”. Dopo la guerra è per 5 anni segretario della sezione del Pci di Calci. continuando a lavorare come calzaturiere modellista: esemplare, inappuntabile, stimato dal suo datore di lavoro. Continua, però, la sua condizione di minorità giuridica: Vezzosi è escluso dal diritto di voto per una sentenza politica che risale alla metà degli anni Venti. 

Ingenuamente Vezzosi sperò sino al termine della sua vita che l'Italia nata dalla Resistenza procedesse a risanare il vulnus  giuridico che lo riguardava. Non fu così. "Solo nel 1983" racconta Bruno Possenti dell'Anpi di Pisa "ormai vecchio e ammalato, si lasciò convincere a rivolgere domanda di grazia al presidente Sandro Pertini. La pratica s'insabbiò nella burocrazia del Ministero di Grazia e Giustizia. Finalmente, il 30 dicembre 1986, il presidente Cossiga firmò il decreto." Luigi Vezzosi avrebbe dovuto votare per la prima volta nella sua vita all'età di 82 anni nelle elezioni politiche del 14 giugno 1987. Non ce la fece perché il 2 maggio morì.
 

Una storia emblematica delle zone d'ombra che hanno segnato, fin dalle sue origini, la nostra democrazia.
 

L'ha riportata alla luce in un libro tanto appassionato quanto obbiettivo e documentato Andrea Ventura, storico e giovane direttore dell'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea in Provincia di Lucca: affinché resti almeno il racconto dell'uomo a cui il fascismo aveva tolto i diritti che la democrazia non fu capace di restituirgli.

Andrea Ventura, Luigi Vezzosi. Un antifascista toscano respinto dalla democrazia, Tagete Edizioni, Pontedera (Pi) 2017, pp. 160, Euro 10,00

"Misteri" di Knut Hamsun



di Giulietta Isola  


“I personaggi di Hamsun provengono dal mondo primitivo dei fiordi,sono individui mossi dalla nostalgia dei troll”

W.Benjamin

Ed eccomi nuovamente alle prese con un romanzo del premio Nobel 1920 Knut Hamsun.
Sgombriamo subito il campo da inutili e,secondo me,non pertinenti, considerazioni sulle qualità umane del soggetto, la cui fama fu oscurata in vecchiaia dall’infausta adesione al nazismo, parliamo,se ne abbiamo voglia, delle sue qualita’ letterarie che non sono poche ed ampiamente riconosciute da scrittori del calibro di Mann, Kafka, Brecht, Hemingway, Isaac Singer.

Misteri fu pubblicato nel 1893, al centro della narrazione c’e un uomo in cerca di qualcosa che non troverà.
E’ il fil rouge di Hamsun:i suoi personaggi non sono radicati nella terra in cui vivono, anche se da essa sono nutriti e da essa sono nati, sono “viandanti” alla ricerca di un luogo stabile che non trovano, ma sono anche dei vinti, troppo delicati per farsi largo nella società che Hamsun,nella sua lunga vita, vide dipanarsi da quella rurale della Norvegia di metà Ottocento, a quella industriale degli Stati Uniti, al Secondo conflitto mondiale e la decadenza del dopoguerra.

Nagel con il suo cappotto giallo arriva in una piccola cittadina della Norvegia,è un personaggio fuori dal tempo, nevrastenico e caotico,un improvvido ciarlatano, «la contraddizione fatta persona» come egli stesso si definisce,da subito destinato ad alterare il solido tran-tran degli abitanti del luogo dal dottor Stenersen, a Martha Gude, a Minuto a Dagny Kyelland della quale si innamorerà, con effetti devastanti e fallimentari.

Nagel sproloquia senza sosta,nasconde la propria fragilità e nostalgia aggredendo con un caotico furore verbale la minacciosa realtà esterna,il suo essere e’un groviglio di follia e debolezza,un instabile aggregato di fasci nervosi ed un inconscio allo stato brado.

Una vita fatta di frammenti ove si alternano e si intrecciano esaltazione,solitudine,disagio,idee coatte,crudeltà immotivate ,desideri struggenti, sentimenti delicati e aggressività indefinita.


E’ un vagabondo che si abbandona al fluire della vita, alle cose così come vengono,al peggior linguaggio,cerca identificazione e comunione con la natura,alimenta il suo legame con il bosco e solo nell’ identità naturale intravede il suo senso di appartenenza.
 

Claudio Magris nella sua interessantissima postfazione dice che Nagel risulterà fino all’ultimo in tutto e per tutto un abulico che, «non è capace di inserirsi nel meccanismo produttivo della società, assumendovi un ruolo determinato e perciò unilaterale; egli vuole soltanto vivere, rifiutandosi di definire concretamente e cioè di limitare la palpitante e imprevedibile potenzialità della vita: aperto e disponibile al desiderio come alla rinuncia, rapace e fuggiasco, un personaggio che si sottrae ai legami, ai ruoli prestabiliti,a qualsiasi impegno morale o politico.”
 

Hamsun è scrittore di spessore internazionale, ma per essere compreso, va proiettato nel “suo Norrland, tra foreste e fiordi, il sentimento della natura ed il profumo sottile che da essa si sprigiona pervade tutta la sua prosa che lascia intendere che ci sarebbe bisogno di rispetto per i boschi, bisognerebbe evitare un’agricoltura fatta di prodotti snaturati, annienta i falsi miti e le illusioni, manifesta il suo amore per la Norvegia, una Patria a volte ingrata, dopo il suo viaggio negli Stati Uniti afferma le sue idee anticapitaliste concependo i suoi personaggi come eroi vicini agli umili, ai contadini, ai marinai cioè a coloro che trovano nel lavoro sostegno e rinnovamento e non ragione di abbrutimento,in Fame,il suo romanzo più famoso, è chiaro il messaggio e l'invito al rinnovamento dell'uomo e con lui della società politica.
 

Lettura  particolarmente interessante per il risalto dato alle contraddittorietà dell’esistenza, per l’analisi psicologica dell’io (Freud ne comincia a parlare nel 1895) e rappresenta tramite Nagel l’alienazione del genere umano ed il suo disagio, sono i nostri tempi.

Knut Hamsun. Misteri. Edizioni Iperborea