25 maggio 2018

"Il Tempo" di Gianni Quilici


Noi siamo nel Tempo.
Il tempo invisibile
che ci consuma.
Il Tempo
più forte di noi.
Enormemente
diabolicamente.

Noi possiamo soltanto
sfidarlo
nel tempo che esso infine
ci concede.

La sfida siamo Noi
nella nostra possibile grandezza
nella nostra ineluttabile fragilità.

La grandezza di creare crearci
di scolpirci nel tempo.
Per noi innanzitutto
per altri forse.

La fragilità invece
di sparire
nel Nulla.

Un pensiero in forma di versi o viceversa.  Perché i pensieri sono faticosi e a volte astrusi. Troppo strutturati, troppo articolati. Il verso cerca, invece, essenzialità,  fluidità.   

05 maggio 2018

“Il vaccino antipolio” foto di Shah Marai


nota di Gianni Quilici

Sapere che Shah Marai,
il fotografo di questa  straordinaria foto,
 è morto ucciso straziato  per un attentato a Kabul,
da chi si è ucciso,  sbriciolato
 per  cieca,  atroce, alienata follia,
insieme al altri (innocenti),           
fa piangere dalla rabbia dolore.

Perché in questa foto c’è futuro e bellezza,
quella bellezza che sottende dolore,
che diventa arte.
La bellezza di un profilo armonioso di bimba afghana,
bocca aperta, occhi socchiusi,
raccolta totalmente in attesa,
una mano gentile che  la sorregge,
la goccia nell’aria sospesa,
d’una evidenza cristallina.
Una foto essenziale,
niente vi è di superfluo,
e di una semplicità immediata,
che richiama la storia di un popolo
da tempo in balia della guerra,
una guerra che non risparmia nessuno,
anche coloro che sono indifesi e innocenti.
E questa foto dove non c’è violenza,
ma cura, prevenzione,
ne è uno dei possibili grandi simboli.

Shah Marai (41 anni) aveva cominciato a lavorare per la agenzi France Presse come autista, oltre vent'anni fa, nel 1996, l'anno in cui i talibani presero il potere e poi cominciò a fotografare lui stesso le vite (e le morti) del suo paese.
Testimoniò per l'agenzia anche l'invasione Usa nel 2001. Nel 2002 è diventato reporter a tempo pieno fino a diventare il responsabile della sede Afp a Kabul.
 Lascia una moglie e sei figli, tra cui una bimba appena nata.

 

02 maggio 2018

“Viaggio a Canino” di Gianni Quilici


                                                          foto Gianni Quilici
domenica 29 aprile 2018
                                       partenza col rischio di file. Infatti appena infilata l’autostrada a Lucca l’avviso fiammeggiante recita: rallentamenti - Pisa Nord 18’, quando bastano 5 o 6 minuti circa. “Se questo è l’inizio!” penso. Non sarà così. Nessuna fila, nessun rallentamento. Traffico solo a tratti intenso, e “cielo grigio nell’orizzonte di una Italia senza futuro” scrivo, mentre sfoglio distrattamente Il manifesto

13. 10.
Pinetina con parcheggio in una spiaggia lungo la strada della Giannella, che conduce a Porto Stefano. Poca gente, cielo aperto, luce calda. Decido di tuffarmi. Sarà il primo bagno  2018. Disteso, poi, sulla sabbia scrivo:
Entro falsamente spavaldo
nell’orizzonte azzurrino
dell’acqua che si insinua
fredda su per il corpo
ma combatto
con il piacere di essere
oltre la contingenza
e quando mi tuffo e sbraccio
sono  in un altro senso
e mi piaccio

                                                          foto di Gianni Quilici

16. 30
L’agriturismo dell’Oliveto dei Prischi è un’oasi di pace. Arrivi ed è tutto aperto, senza cancelli, si sale si scende si sale, mentre due cani, una bianca, piccola, pancia a terra, l’altro marrone chiaro, di taglia media,  ti corrono incontro abbaiando, e Michela, che tutto questo ha creato da sola, ti abbraccia; e poi ci raccontiamo ciò che è e  come sarebbe possibile fosse. Dalla terrazza solo olivi in distesa e verde, neppure un’abitazione all’orizzonte, due cani e cinque gatti in sonnacchiosa armonia.

18.30
Vulci. “Dio mio che bellezza” scribacchio al presente “questo ponte a schiena di asino fiancheggiato da due alti parapetti con lo sguardo a picco sul fiume Fiora che gorgoglia tra alte rocce, col selciato di pietra grigia illuminato dalla luce serale, mentre se alzi lo sguardo ecco il castello con la torre più grande semiellittica … ” Verrebbe voglia di accovacciarsi per terra per prendere interamente l’immaginario che l’insieme evoca. Lontano un battito di tamburo monotono e continuo come una preghiera laica.

20.00
Su una collinetta il ristorante con i bagliori del sole al tramonto, quattro amici che parlano di film e della Juventus, pizze bianche in tante possibili combinazioni e all’uscita la luna piena  tra i cipressi.

                                             foto di Gianni Quilici
21. 50
Che dolore attraversare la via centrale di Canino! Non è rimasto quasi nulla di ciò che era vivo, in fermento. Solo un macellaio e un ristorante e  cartelli “Affittasi”  in ogni dove. Sbuca da un terrazzo un gattino che ci guarda.

Lunedì 30 aprile
                                                              foto di Gianni Quilici

11.20
Capodimonte. Disteso sul lago (di Bolsena) leggendo un testo teatrale, che mi intriga, che Jean-Paul Sartre, il grande filosofo-scrittore non avrebbe voluto pubblicare, scrivo tra una distrazione e l’altra:
Sul lago col fresco di luce
d’un celeste turchino
che  appena ondeggiando sciaborda
con nuvole bianche e scure e grigie
coi pensieri che vagano  senza fermarsi
decido che è ora
e mi alzo

                             foto di Gianni Quilici
13.15
San Lorenzo Nuovo. Sulla vasta piazza ottagonale con la parrocchiale, bar e negozi, con la linea di fuga della strada nel lago, incontro Vittorio.
“Lei è un paparazzo” “No un fotografo ambulante”, rispondo, mentre “per chi mi ha preso”, penso. “Allora mi faccia una foto. Io sono Vittorio. Sono  grande scrittore, grande giornalista, grande esperto di calcio. E’ un onore per lei fotografarmi. Io sono il migliore d’Italia. Mi fotografi pure là davanti alla Chiesa”

                                                               foto di Gianni Quilici

13.30
E poi via, via, con brevi soste a Acquapendente e a San Quirico d’Orcia e  lungo il magnifico paesaggio della Cassia senese, che tanto sa di medioevo e sul quale ci sono strade e sentieri in cui il desiderio di inoltrarsi e perdersi è forte.




20 aprile 2018

“California Kiss” foto di Elliott Erwitt


nota di Gianni Quilici

Una foto, questa di Elliott Erwitt, famosissima. Uno dei baci più visti e rappresentati, insieme a quello di Robert Doisneau.
Per una ragione immediata. La felicità di lei, che esprime con la bellezza del sorriso,  il candore dei  denti, con gli occhi chiusi come se sognasse un sogno inebriante. E si potrebbe continuare.

Ci sono tuttavia altre ragioni meno immediate da sottolineare.
Primo: l’essere incorniciati, lui e lei, in uno specchietto retrovisore rotondo, che li sottolinea, evidenziandoli nel dettaglio.

Secondo:  lo sfondo romantico, che accompagna l’incontro delle bocche con il tramonto sull’oceano increspato tra luce e ombre.

Terzo:  il bacio sospeso sul panorama oceanico, come se vi fosse proiettato e vi si depositasse, dando un senso anche surreale all’immagine.

Quarto:  uno scatto vero (ciò che accade davvero), e nello stesso tempo falso,  l’immagine è virtuale,  un puro riflesso.

Quinto: Elliott Erwitt si pone (oggettivamente) a distanza dai soggetti. Inquadra, infatti, una situazione, da una parte, molto intima; fotografandone, dall’altra, solo il rispecchiamento.  Una sorta di foto non su una realtà, ma su una riproduzione della stessa. Risultato: realizzare un’immagine ancora più complessa,  più ricca, cioè di contrasti. Sintetizzando: reale/virtuale, romantica/realistica, intima/distante.

Santa Monica, California. Elliott Erwitt. 1955

18 aprile 2018

"Exit west" di Mohsin Hamid


di Laura Menesini

Tanti gli spunti che emergono da questa lettura, innanzi tutto l'amore tra Nadia e Saeed e il loro rapporto. Ma questo amore ci porta a riflettere sulle tragiche conseguenze delle guerre e sulle migrazioni che provocano, perché la gente quando vede la propria vita in pericolo cerca la salvezza e questa, in un paese in guerra, si intravede solo nella fuga.
E la fuga avviene attraverso delle “porte” che ti teletrasportano in un  altro posto.
E così inizia la loro migrazione che li porterà a contatto con “nativi” che non gradiscono questa loro invasione e di fronte a questa nuova difficoltà vediamo reazioni diverse, da una parte Nadia che, con la sua capacità tipica femminile, cerca di adattarsi a nuove realtà, mentre Saeed si rifugia nella preghiera e nella ricerca dei connazionali.
Accanto a questa storia, molte altre, apparentemente estranee al nostro racconto, ma che ci fanno capire che “siamo tutti migranti attraverso il tempo”.
Si tratta di un romanzo al limite del fantasy, un fantasy però che ti spinge a meditare sugli enormi cambiamenti di questi tempi, sulla difficoltà di procurarsi il cibo, sulla necessità di apertura e aiuto reciproco.

Mohsin Hamid. Exit west. Einaudi editore

12 aprile 2018

"I migliori anni della nostra vita" di Ernesto Ferrero

nota di Gianni Quilici

La storia della casa editrice Einaudi vista dall'interno da uno scrittore vero.
Passano davanti ai nostri occhi i ritratti straordinari per efficacia rappresentativa di Pavese e Vittorini, di Calvino e Natalia Ginzburg, di Gadda e Ceronetti, di Bobbio e Fenoglio, di Volponi e di Sciascia, di Pasolini e Elsa Morante, e naturalmente di lui, l'editore Luigi Einaudi.

Ecco con quale efficacia Ernesto Ferrero scolpisce in poche parole  Claudio Magris:
"Sembrava un giovane ufficiale dell'esercito asburgico. Diritto, busto in fuori; chiari gli occhi, il naso forte come una sciabola, largo il taglio della bocca. Ma diversamente da un militare in carriera, era come elettrizzato dal piacere del racconto orale. Pareva che un demone sapiente apparecchiasse appositamente per lui piccole storie comiche o grottesche .... gli occhi gli scappavano da ogni parte come pesci, rideva largo, tutto il corpo era in tensione..."

Insomma per chi ama non soltanto la letteratura, ma anche i loro protagonisti come uomini o donne, questo è un libro da non perdere.


Ernesto Ferrero. I migliori anni della nostra vita. Feltrinelli.                           

                                                                                                                                      [febbraio 2006]

07 aprile 2018

Gli italiani si voltano” foto di Mario Di Biasi



nota di Gianni Quilici

La forza di questa foto di Mario Di Biasi è nella sua complessa immediatezza.

L’immediatezza scatta nella selva di occhi, solo e soltanto uomini, appuntati sulla donna (si tratta di Moira Orfei), di cui vediamo soltanto il lato posteriore: alta e formosa, elegante nel suo completo bianco, che cammina regale come se fosse su una passerella, invece che su una strada-piazza di Milano.


Questo rapporto tra la convergenza di occhi maschili, tante tipologie di sguardi ( ammirato, valutativo, interrogativo, sorridente, desiderante) e la donna (inevitabilmente) puro oggetto ( in quanto altro da loro) ha una valenza che va oltre la riuscita rappresentazione fenomenologica. Una valenza sociologica.


La foto, infatti, è ed è stata utilizzata, anche simbolicamente, come passaggio tra una società contadina o paleo-capitalista ad una industrializzata consumistica. Siamo nel 1954 agli albori  del boom economico, che esploderà negli anni ’60. Ma già qui sono presenti alcuni di quei segni che questo mutamento rappresentano.


Il più banale la vespa (una soltanto, ma appunto per questo più significativa) ed un dettaglio di macchina; poi la sobrietà non stracciona e sufficientemente uniforme degli abbigliamenti maschili; infine lei come donna esibita, l’unica tra tanti uomini, da ammirare a metà tra l’ammicco erotico appena accennato delle forme (il sedere ) ed un vestito, che niente concede, oltre la castigata nudità, in una Italia, nella quale predomina incontrastata la morale cattolico-democristiana, in cui la donna ha un ruolo da passerella in certe ore e a certe condizioni, per il resto è relegata alle faccende domestiche o poco più.

Mario Di Biasi, in questo scatto, non solo ha colto l'attimo in cui Lei è al centro della foto, sfidando  (quasi) gli sguardi maschili, ma lo ha anche, in qualche misura, preparato.



Mario Di Biasi. Milano, 1954.

   

06 aprile 2018

"Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno" di Carlo Alberto Madrignani



di Davide Pugnana

Per molti della mia generazione Carlo Alberto Madrignani rappresentò un modo eccentrico di stare dentro l'università, decentrato sia per costume ed eloquenza che per approccio di metodo e visione dei classici. La sua scomparsa, ormai dieci anni fa, ha scavato una profonda zona di silenzio e nostalgia in chi, come me, fu tra gli ultimi allievi a godere delle sue lezioni e della sua ironia, al cui graffio goliardico ed elegante non potei sottrarmi quando, alla prima lezione, saputo il mio luogo di nascita, definì Carrara con questa perifrasi: "Mi dica, lei che viene da quel luogo dove non batte il sole della cultura, perché ha scelto questo indirizzo?" 

Ricordo questo episodio personale mentre riapro l'ultimo saggio del professor Madrignani, che, per la sua composizione estrema e la sua limpida maturità, può essere considerato un vero e proprio testamento spirituale. "Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno.", edito da Quodlibet Studio, 2007, ripercorre le opere di Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, intersecando il "caso" Tomasi di Lampedusa e correndo fino alla triade tardo novecentesca di Sciascia, Consolo e Camilleri, raccogliendo questi autori, o, meglio, questa funzione-Sicilia alla luce di un "rinascimento" interno alla linea (narrativa) siciliana e collocato all'altezza del 1880, data simbolica di innesco del rinnovamento espressivo. 

Parallelamente all'analisi delle opere, i capitoli disegnano, autore dopo autore, la mappa di un' "autobiografia dell'isola", con le sue leggi non scritte e la lingua propria di una cifra identitaria eccentrica; ma abbastanza potente da costruire modelli romanzeschi esportabili altrove, riuscendo così a proiettare la vita della 'periferia' sullo sfondo più ampio dei processi storici della nazione. 

In questa ricostruzione ho sempre trovato il capitolo sul "Gattopardo" un pezzo davvero magistrale nel disegno già serrato del libro. E non solo per la profondità di scavo ermeneutico, quanto per la scelta di sollevare il romanzo di Lampedusa dal suo splendido isolamento per accostarlo ai racconti. 

Tra questi spicca "Lighea", un racconto straordinario, che fa venire in mente l'influenza tutt'altro che superficiale di Stendhal sulla scrittura di Tomasi: un lievito segreto e permeante la cui corposità lavora sottopelle, a livello di processo creativo, di strutture profonde di immaginario e di stile. Un piccolo assaggio da "Lighea" alla memoria di un grande maestro quale fu il professor Madrignani, che riuscì a depositare in "Effetto Sicilia", quasi con noncuranza, una bellissima definizione di letteratura: "una forma d’interrogazione e potenziamento per cui il vero artistico aiuta a capire il vero reale, e in più offre al lettore non una soluzione, ma un discorso aperto, potenzialmente predisposto a un susseguirsi di suggestioni da intendere come un ideale completamento e rinnovamento di quanto crediamo di sapere."

"Il caldo era violento anche ad Augusta ma, non più riverberato da mura, produceva non più una prostrazione bestiale ma una sorta di sommessa euforia, ed il sole, smessa la grinta sua di carnefice, si accontentava di essere un ridente se pur brusco donatore di energie, ad anche un mago che incastonava diamanti mobili in ogni più lieve increspatura del mare. Lo studio aveva cessato di essere una fatica: al dondolio leggero della barca nella quale restavo lunghe ore, ogni libro sembrava non più un ostacolo da superare ma anzi una chiave che mi aprisse il passaggio ad un mondo del quale avevo già sotto gli occhi uno degli aspetti più maliosi. Spesso mi capitava di scandire ad alta voce versi dei poeti e i nomi di quei Dei dimenticati, ignorati dai più, sfioravano di nuovo la superficie di quel mare che un tempo, al solo udirli, si sollevava in tumulto o placava in bonaccia."

Carlo Alberto Madrignani. Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno. Quodlibet Studio, 2007, 

“Siamo gli eroi del circo” di Alessandra Altamura


di Laura Menesini

In questo breve ma intenso racconto, l'autrice ci mostra la realtà di gente che, fuggita dalla Siria in fiamme e riparata in Turchia a Mardin, ricorda la vita passata, la convivenza e la fratellanza del tempo perduto.

Talal, il protagonista, appartiene a una famiglia musulmana, vicina di casa e molto legata a una famiglia armena. I ragazzi crescono insieme, sono come fratelli, i padri discutono accanitamente di politica ma l'amicizia li accomuna e tutte le divergenze vengono superate. Il nonno racconta storie e affascina i ragazzi. Tutto questo viene spazzato via dalla guerra, assurda e inconcepibile che porta morte e distruzione. Le famiglie scappano chi da una parte chi dall'altra, ma il ricordo di quella vita, di quei primi sentimenti amorosi è sempre molto forte. L'amore è il vero motore della vita e  Talal, pur comprendendo che la sua è una storia impossibile, ci svela i primi forti moti dell'animo umano, quel desiderio che ti spinge nei posti più impensati, che ti brucia le vene.

Tutto questo è passato, la Siria è martoriata da una guerra senza fine, voluta e condotta da gente al di sopra degli interessi dei singoli cittadini, mentre questi ultimi sono le vere vittime!

E nella nuova vita irrompe l'attività circense, organizzata e guidata da operatori internazionali e l'attività circense ti costringe a misurare le tue forze e a spingerle oltre, ti costringe a fidarti dei tuoi compagni, a mettere sulla faccia il naso rosso.

La guerra ha sottratto a Talal l'adolescenza, l'ha fatto diventare adulto all'improvviso, ma la voglia di vivere e di recuperare il tempo perduto è forte, fortissima! Intanto studia medicina così potrà aiutare i tanti feriti, mentre si appassiona al circo e alla giocoleria e ricorda con struggimento e dolcezza infinita i bei momenti trascorsi ad Aleppo.

La nostra giovane autrice ha trascorso diversi giorni a Mardin ad ascoltare le storie di queste persone e ce le presenta col suo stile inconfondibile, lineare e struggente, rispettando le opinioni di tutti e mostrandoci la sensibilità e la capacità di collaborazione di un popolo martoriato.
Il libro verrà a breve presentato anche in una versione trilingue: italiano, inglese e arabo.

Alessandra Altamura “Siamo gli eroi del circo”  Edizioni Il Foglio

27 marzo 2018

“La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead


   
di Laura Menesini

La ferrovia sotterranea, negli Stati Uniti, indica la rete di persone abolizioniste che, nel secolo XIX, aiutavano i neri a fuggire verso il nord e la libertà. 
A prima vista ti dici che abbiamo già visto e sentito tante di queste storie, letto e visto nei film la brutalità dei sorveglianti nelle piantagioni del sud, ma quando lo prendi in mano ti trovi davanti un'eroina che, in mezzo alle più terribili tragedie, è fiduciosa nel futuro, è piena di speranza.

Whitehead  personifica la rete abolizionista con una ferrovia reale che corre nel sottosuolo, con tratti fumosi e pieni di caligine, macchinisti e operatori fantasmi.   Servendosi di tale ferrovia la nostra eroina Cora fugge con un amico da una piantagione della Georgia dove i neri sono soggetti a condizioni di vita inaudite e inumane, ma trova anche negli altri stati una brutalità da film di Quentin Tarantino e proprio come un film di Tarantino il libro ti appassiona e ti lascia senza fiato e senza la possibilità di interromperlo o di posarlo un attimo.

La insegue e persegue un cacciatore di schiavi ambiguo e antipatico, perché la legge permetteva di recuperare i propri schiavi fuggiti anche a migliaia di chilometri e in stati abolizionisti.
Lo stile è semplice e scorrevole, le frasi non sono lunghe o contorte, così come i dialoghi sono brevi e taglienti.

Tra le mille peripezie di Cora vediamo un'America lacerata, in cui non ti puoi fidare veramente di nessuno, in cui i più poveri e ultimi della società sono pronti a sfogare sui neri le loro frustrazioni e a prendersi su di essi le loro rivincite. Un' America in cui il “divertimento” del venerdì sera consiste nell'imitazione sguaiata dei neri e nella loro effettiva, reale impiccagione.

L'autore, un nero di New York, ci vuole appassionare certamente, ma ci vuole anche far capire come le storie si ripetano, come il desiderio di rivincita degli ultimi trovi uno sfogo solo nella violenza a danno di chi è ancora più indietro   nella piramide sociale, sì perché la piramide esiste ancora ed è ancora più forte e i capponi del Manzoni sono ovunque.

Colson Whitehead “La ferrovia sotterranea”       Ed. SUR


24 marzo 2018

“Giulia la rossa” di Martino De Vita


Marisa Cecchetti

“Ci siamo aiutati a vicenda. Siamo stati noi gli artefici di quella che ho sempre definito un’utopia sociale. Poi gli altri hanno seguito il nostro esempio”.  Con queste parole Arturo si rivolge ad Elisa, la sua compagna, per convincerla della stabilità e profondità del loro rapporto. Intorno  ruotano gli altri personaggi: dal loro incontro, infatti, ha inizio  Giulia la rossa, il nuovo romanzo di Martino De Vita.

Sono tante le figure originali -il pretino, l’eremita, Elisa, Ercole, solo per citarne alcuni- e le  storie si intrecciano e si fondono, fino a  sfociare in  un happy end che non poteva mancare.

Sono personaggi molto diversi  tra loro per cultura ed anche per etnia. Si tratta infatti di storie di rom e di cagge - così sono chiamati dai rom quelli che non appartengono alla loro cultura -  e della costruzione di una salda amicizia, fino al superamento delle rigide regole dei rom ed alla accettazione di matrimoni misti. Perché queste romnì, le giovani zingare, hanno un fascino che fa innamorare i cagge.

Martino De Vita sembra divertirsi a sviluppare la storia attraverso  dialoghi veloci, singhiozzati talvolta, molto vicini al linguaggio delle strisce dei fumetti, con rapidi cambiamenti di scene, con spostamenti rapidissimi da una parte all’altra dell’Italia e fuori, per mare e per terra, fino a Samarcanda, su due camper di seconda mano. Niente è impossibile, anche le difficoltà più ardue si superano, come nelle fiabe.

Nello stesso tempo il libro si arricchisce di interessanti approfondimenti culturali e storici, fino a considerare i giorni più vicini a noi, con  i disordini e le tragedie di molti paesi del Medio Oriente.

Se l’incontro tra culture diverse, con la costruzione di una reciproca fiducia, con la distruzione di stereotipi attraverso la conoscenza delle persone, è un tema di piena attualità ed è anche l’unica prospettiva possibile, altrettanto attuale  è il tema della violenza sulle donne, che nel romanzo ha una parte rilevante. Non si tralasciano i disturbi psicologici e psichiatrici, le ossessioni che purtroppo  sono spesso alla base di comportamenti criminali.

La fantasia di De Vita crea una serie di intrecci amorosi, di situazioni problematiche, di ostacoli, di incidenti, ma non si respira mai l’angoscia profonda della tragedia: il linguaggio rimane leggero, descrittivo; le situazioni, anche le più drammatiche, hanno sempre qualcosa  che ne alleggerisce il peso. Parecchi personaggi sono così eccessivi che finiscono per essere grotteschi, quasi delle caricature  pensate, programmate, che svelano  critiche, condanne, prese di distanza dell’autore. Tutto questo  nascosto tra le carambole ed i rapidi dialoghi.

Martino De Vita, Giulia la rossa, Tra Le Righe Libri 2017, pag. 254, € 15,00





14 marzo 2018

"Ritornanti” di Enzo Moscato


di Mimmo Mastrangelo


Ormai da oltre un trentennio capofila  della “nuova drammaturgia partenopea”, Enzo Moscato  va in scena in questi giorni con   “Ritornanti”,  trittico  che mette  insieme, sul registro di un babelico incrocio di idiomi,    “Munaciello”, “Rondò” e “Cartesiana”, rispettivamente tratti  dai precedenti e fortunati lavori “Scannasurice” (1982), “Rasoi” (1991) e “Occhi gettati” (1986).

Ma  “Ritornanti” doveva essere  pure il titolo di un  film che l’attore e regista dei “Quartieri Spagnoli” non è riuscito mai girare. Dopo anni e anni di domande a ministero, province, comuni, regioni, il fallito progetto  può darci una cifra di quanto nel nostro sistema cinema la qualità della scrittura o un soggetto fuori da certi schemi  rassicuranti “possa costituire una nefasta pre-condizione  per la  non-realizzazione”.

Tuttavia, non tutto è andato perduto perché la sceneggiatura  dei “Ritornanti” (che è ispirato alla pièce “Spiritilli”) è stata pubblicata  dalla piccola e coraggiosa casa editrice napoletana Cronopio la quale   ci fa ritrovare  il Moscato  già conosciuto in questi lunghi anni, lo sperimentatore  degli “sconfinamenti” incline a spostare su altri binari  la  visionarietà, il sonnambulismo, il barocco della sua drammaturgia o rapsodica inventiva.
Al centro di  “Ritornanti” ci sono quelle creature (”piccerille”) che  la credenza popolare ritiene anime perdute e che, nonostante, morte  agli occhi (e all’immaginario)   dei vivi appaiono e scompaiono, portando  euforia, gioia o un senso di tristezza . “Les revenants”, “i sognanti”  di Moscato vanno e vengono, lasciano “segni”, palpiti tra  i passeggeri che affollano la metropolitana di Napoli (la più bella d’Europa) e le sue “stazioni d’artista” che all’inizio e alla fine del film avrebbero dovuto fare da location.

Nella parte centrale il racconto dalla modernità si sposta in un tempo antico dove due giovani  e il loro figlioletto (che scomparirà ma poi verrà ritrovato) prendono in fitto un’ abitazione di un di antico palazzo del centro storico di Napoli. Qui, però, si ritroveranno in compagnia di  invisibili e dispettosi “spiritilli” e un corteo di improbabili figure ( la cantante cieca, la contessa caduta in basso, la zitellona…). Per un improvviso allagamento   madre, padre e figlio  saranno costretti e fuggire  dallo stabile che verrà addirittura giù una volta che si  ritroveranno in mezzo alla strada. Realtà, fantasia,  “oniricità”, allucinazione?

Ritroviamo  tutto questo  e altro nel groviglio quadro delle contaminazioni che  Enzo Moscato pensava di trasferire sul grande schermo, ma non si può non notare come anche questa volta la lingua, l’uso del napoletano, la sua musicalità e arcaicità, le sue  commistioni con l’italiano vengono a costituire elementi di un  barocchismo  (e minimalismo)  che avrebbe dovuto  invadere ogni anfratto della rappresentazione, della scena. Pardon, dello schermo.


Enzo Moscato: Ritornanti. Cronopio. pag.107, 12,00 euro.

11 marzo 2018

"Proust ed io ": Barthes lettore della "Recherche"




nota di Davide Pugnana

Torno spesso a rileggere i brevi saggi che compongono "Il brusio della lingua". Potremo dire che il privilegio della rilettura sia la scrematura ragionata della materia: abbracciando nella mente l'intero paesaggio del libro, sappiamo dove e come muoverci; ci autorizziamo a saltare alcuni passaggi per ragioni 'di gusto'; evitiamo gli ingorghi del traffico e le zone turistiche, per ritrovarne altre, isolate e remote, più intatte e nascoste, come fanno gli habitué scaltriti spingendosi fuori dal centro. 

Mi soffermo così su quei capitoli che, raccolti a fascio, finiscono per formare un autentico 'diario di un lettore di romanzi'. Ne assaporo l'intelligenza critica contro il palato come fosse la prima volta.
Barthes dedica pagine indimenticabili alla vita dei dettagli romanzeschi, a quegli "effetti di realtà", apparentemente insignificanti nell'economia della narrazione, che siamo soliti tralasciare a favore dei grandi nodi dinamici della trama: che funzione ha il "barometro" flaubertiano collocato nella sala di Madame Aubain, sopra il pianoforte? E come dovremo leggere gli ultimi istanti di vita di Charlotte Corday descritti da Michelet, quando, a un tratto, egli ci racconta la visita di un pittore che fa il ritratto alla donna, precisando che "dopo un'ora e mezzo qualcuno bussò dolcemente ad una porticina che si trovava dietro di lei"? Ma il punto di approdo privilegiato di questo itinerario rimangono le pagine su Proust, dalle quali affiora il grande tema della Recherche: la ricerca della scrittura come "desiderio" di scandaglio e verifica della propria vocazione artistica:


"Sarà piuttosto, se volete: Proust ed io. Che pretesa! [...] Vorrei suggerire che, paradossalmente, la pretesa cade dal momento stesso in cui sono io a parlare, e non qualche testimone: perché, disponendo su una stessa riga Proust e me stesso, non voglio affatto dire che mi paragono a questo grande scrittore, ma, in un modo del tutto diverso, che mi identifico con lui: confusione di pratica, non di valore. Mi spiego: [...] nel romanzo, ad esempio, mi sembra che ci si identifichi più o meno (intendo dire a tratti) con uno dei personaggi rappresentati; questa proiezione, credo è la molla stessa della letteratura; in alcuni casi marginali, però, quando il lettore è un soggetto che vuole a sua volta scrivere un'opera, questo soggetto non si identifica più solo con questo o quel personaggio fittizio, ma anche e soprattutto con l'autore stesso del libro letto, in quanto ha voluto scrivere quel libro e c'è riuscito. Proust, dunque, rappresenta il luogo privilegiato di tale identificazione particolare nella misura in cui la Recherche è il racconto di un desiderio di scrivere: io non mi identifico con l'autore prestigioso di un'opera monumentale, ma con l'artigiano, talvolta tormentato, talvolta esaltato, comunque modesto, che ha voluto intraprendere un compito che, sin dall'origine del suo progetto, ha conferito un carattere assoluto."

Roland Barthes. Il brusio della lingua. Einaudi

09 marzo 2018

“Fidel Castro” foto di Romano Cagnoni



di Gianni Quilici

Al primo sguardo questa foto di Romano Cagnoni appare subito “bella” “buona” come altre. Invece è qualcosa di più. Perché coglie l’attimo preciso e nel modo migliore, rispetto anche alla personalità del soggetto inquadrato, Fidel Castro, tanto da poter dire: uno scatto tanto felice da poter essere, in sé, perfetto.
Per capirlo occorre leggere ogni dettaglio e cogliere come ognuno di questi sia funzionale al tutto:
la mano protesa con impeto in avanti ad indicare con forza la direzione;
la bocca aperta a asserirla ad affermarla;
il giovane volto barbuto di Fidel, inquadrato felicemente dal basso in alto, a guidarla;
gli occhi semichiusi a profetizzarla;
la bandiera felicemente invadente, sinuosa e leggera a festeggiarla.

Ecco che ogni dettaglio concorre a dare movimento, slancio, utopia a Fidel Castro, un leader carismatico che è stato, al di là di ogni giudizio storico necessariamente aperto e certamente complesso, una figura mitica come pochi nel ‘900, perché ha unito l’azione anche avventurosa con il pensiero, guidando fino alla morte un piccolo Paese, che lo ha molto amato, riuscendo nell’impresa di conservare una difficilissima autonomia dalle due superpotenze. 

Romano Cagnoni. Cile. 1971 


07 marzo 2018

"La cura della forma" di Silvia Chessa



No. La cura della forma non si chiama perfezionismo.
Ma attenzione premurosa.
Per la correttezza.
La precisione della parola giusta.
Volontà di andare incontro e agevolare l'altrui comprensione.

È un assist dato al tuo interlocutore 
per facilitare la scorrevolezza del suo gioco, 
quasi a sfavore della tua gloria..  
E del tempo tuo. Prezioso quanto il suo.
È rispetto per chi legge, dono al suo pensiero.
Che sia una tesina di laurea o sia un messaggino di saluto, o di auguri.
 Indica il tempo che avete dedicato a quella attività, 
nonché alla persona che leggerà.  
Parla di dignità e di compostezza.  
È pulizia mentale e disciplina spirituale.
 Ordine del cuore.  
Scrivere cose incomprensibili, maldestre, rabberciate, equivoche, 
per fretta e sciatteria, è una piccola e prima mancanza di rispetto.  
Ne seguiranno altre, statene certi.  
Chi scrive male, con leggerezza, 
è capace di fartene, a parole o silenzi, altrettanto male.
Ti chiede pazienza 
a fronte della brutalità verbale che ti sta propinando. 
  Mal tollero questi squilibri.  
Cerco armonie.  
Offro gesti di cortesia.  
Ha parole, virgole, pause, punti e due punti, la disciplina del mio mondo verbale.
Specchio dell'interiore.  
E sono grata ai simili a me.  
Voglio bene a chi ci tiene, ai segni esterni.
  Quanto ai contenuti.
E mi corregge, mi fa le pulci, con delicatezza.
  Perché sa la ricerca, sa la pazienza.  
Mi sa.

20 febbraio 2018

“Versi in viaggio” di Gianni Quilici.



                  foto di Caterina Donatelli


di Virginio Giovanni Bertini


Oltre 300 poesie, più di trenta fotografie, un lavoro immenso , stratificato nel tempo e nello spazio, difficile da cogliere nel suo valore complessivo, per le mille scintille che produce.

Città, isole, paesi, territori, ma anche musica, cultura, società, linguaggi, storia, relazioni, amore, erotismo, senso della vita: sono questi i viaggi materiali e immateriali del poeta. Sono viaggi in versi, giocando con il titolo, in cui si colgono impressioni, scatti fotografici, frammenti, attimi di emozioni e riflessioni. Con uno stile originale prendono corpo tantissimi e diversissimi affreschi, con una eccezionale attenzione alla parte più che all’insieme, alla trasfigurazione soggettiva più che all’oggettivazione di ciò che si descrive. Così da un lato i territori sono umanizzati e dall’altro l’umano diventa terra, fiume, storia, infinito.

Una poesia impressionista, ma anche esistenzialista ed ermetica, dove si avverte la fatica dell’uomo a dare un senso compiuto alla sua vita, in continua lotta tra l’essere e il nulla, tra la vita e la morte, la felicità e l’infelicità, tra la straordinaria infinita potenzialità della sua mente e della sua anima e la finitezza dei vincoli e dei limiti meccanici in cui il suo corpo è costretto.

Poesia che diventa però, spesso, anche introspezione e autoanalisi, a volte ricca di speranza, a volte incerta o pessimista, in ogni caso senza sconti, e riflessione che critica l’ipocrisia, il falso moralismo, la cultura della morte, la cementificazione che distrugge l’antico paesaggio fatto di “campi vangati e segati…..amati” e “corti di sempre”.

Un libro autobiografico, una sorta di diario di bordo di qualità elevata, dove si cerca di fermare i ricordi di una vita, perché la vita stessa come il cinema è un viaggio, tra l’essere e il nulla, e il cinema “è ricco di strade”.
A volte le poesie dei luoghi, Bretagna, Loira , Galizia e anche di città, Siena, Venezia, sono pennellate originali capaci di cogliere scene nascoste o seducenti marginalità ma subito lo scrittore sembra avvertire la necessità di umanizzare quella geografia, quasi a sottolineare che “il cinema-immagine non è la realtà”.

Sono tanti i fili che costituiscono la trama di questa tela predisposta da Gianni Quilici con grande cura. A me preme sottolinearne uno per tutti, esplicitato in una delle ultime poesie intitolata “Possibilità”: il perenne contrasto tra mille desideri da realizzare e la sobrietà della solitudine interna, un tavolo pieno ed un altro quasi vuoto, la ricchezza della vita da inventare e la povertà degli strumenti utilizzabili. Quando questo tema diventa viaggio nella società dolente l’io si sente “inadeguato alla coscienza terrestre” e chiede , quasi implora “Che niente si perda”, “che si prendano le mani nelle mani”, “che si scenda nelle strade con pensieri più lunghi e più larghi”.

Quando l’io ritorna su se stesso a volte subentra la “Paura cosmica”, ….” di intravedere l’infinito tempo e io nulla”. E’ lo smarrimento dell’uomo quando prende coscienza dei suoi limiti esistenziali. In questo contesto prende forza una via di fuga, o meglio un’uscita di sicurezza: “immergere il corpo nella luce”, vivere appieno la vita viaggiando, portando la conoscenza oltre il già visto e tracciando queste esperienze in fotografie e poesie per non dimenticare, per lasciare un’impronta, una memoria.

Così l’avidità di sapere, di conoscere, di pensare e trasformare, l’avidità di amare e di essere amati, trova una sua rappresentazione, non rimane isolata, esplode “ osservando scrivendo scattando fino all’ultimo respiro”. Allora la poesia e la fotografia diventano modo di vivere, di pensare, di lottare, in una ricerca perenne e ardua di superare, anche per un attimo, quel terribile confine del tempo che fugge.
E se questo sarà impossibile, che almeno ci sia traccia degli umani tentativi!

Gianni Quilici. Versi in viaggio. Tra le righe libri. Euro 12,00