08 dicembre 2017

"Il delitto sul sagrato" di Beppe Calabretta

di Luciano Luciani

Ancora un caso per il vicequestore Bruno Carcade, in forza alla Questura di Lucca, personaggio seriale del poliziesco tricolore inventato dalla fervida fantasia di Beppe Calabretta. Sempre scontento della propria situazione professionale, il nostro poliziotto è da tempo distaccato presso la Prefettura delle città delle Mura con il compito specifico di occuparsi di relazioni industriali in un tempo devastato da una crisi economica che non fa sconti a nessuno, operai e datori di lavoro. Un'attività che a Carcade sta stretta. Si annoia e medita la pensione. Ne sta valutando i pro e i contro quando un misterioso delitto, consumato nello spazio consacrato davanti alla bellissima e millenaria facciata delle basilica di San Frediano in una rovente mattinata d'agosto, lo costringe a rivedere i suoi progetti. 


Complici le ferie di molti colleghi, il caso tocca proprio a lui. Per scoprire fin da subito che il morto ammazzato è uno tra i suoi amici più cari: un motivo in più per mettersi alla caccia di un'assassino feroce e senza scrupoli che segnerà ancora di un altro misfatto di sangue la vita della tranquilla città della provincia toscana. 

Meno solare del solito, più umbratile, quasi malinconico, il nostro eroe indagatore si getterà nella caccia all'assassino con la consueta tenacia e determinazione, aiutato dal tradizionale corteggio di aiutanti femminili: la moglie Elina che lo supporterà coll'incoraggiamento del suo amore; Claudia Bellini, ispettore capo della questura, brillante e perspicace ma appesantita da non pochi doveri familiari; Vanessa Pezzoli, un'altra intelligente e risoluta poliziotta in servizio presso un commissariato di Catanzaro. Un team formidabile le cui capacità vengono, però, messe a dura prova perché questa volta il mistero da risolvere è davvero fitto e chiama in causa inquietanti deviazioni di settori delicati dell'apparato statale. E l'indagine, condotta tra la Toscana e la Calabria, rivela a poco a poco uno scenario di connivenze e corruzione che potrebbe arrivare anche molto, molto in alto...
 

Condotta con un piglio narrativo veloce, quasi cinematografico, la storia si dipana per progressivi disvelamenti fino a illuminare una realtà triste e pesantemente compromessa. Né più nè meno che la nostra Italia di oggi: un Paese in declino, ripiegato su se stesso, che resiste solo in virtù dello spirito di sacrificio di pochi suoi servitori onesti e ispirati da un innato senso di giustizia e passione di verità che continuano a battersi col pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. 

Nonostante un finale rassicurante che assegna la vittoria finale ai "buoni" e la punizione ai "cattivi", il Lettore rimane con l'amaro in bocca nel riconoscersi in tempi e luoghi usurati fin nel profondo da un uso cinico e spregiudicato del Potere.
In fondo, però, la "missione" della letteratura poliziesca è proprio questa: dare l'allarme, suscitare inquietudini, provocare salutari turbamenti. E con Il delitto sul sagrato Beppe Calabretta ottiene proprio questo scopo.

Beppe Calabretta, Il delitto sul sagrato, Tralerighe Libri, Lucca 2017, pp. 134, Euro 13,00

06 dicembre 2017

"Salvatore Morelli, il deputato dalla parte della scienza e dell'altra metà del cielo" di Luciano Luciani

Ogni epoca ha avuto i suoi utopisti, sognatori, i suoi visionari... Uomini e donne in anticipo sul loro tempo, idealisti dallo sguardo lungo, capaci di vedere prima dei  contemporanei gli sviluppi della società a venire, vocati nel cogliere tra le pieghe del presente i lineamenti del futuro. Talora eccentrici nei comportamenti, più spesso normalissimi, appaiono intenti con la parte migliore delle loro energie a coltivare un progetto riposto, una fantasia recondita, l'illusione, oggi solo vagheggiata domani chissà, di un tempo prossimo e migliore.
 

I libri di storia non rendono loro giustizia e si limitano a registrare, quasi controvoglia, le loro, apparentemente bizzarre, teorie. Preferiscono, invece, evidenziarne con malcelata soddisfazione l'incapacità a entrare in sintonia col senso comune dominante dei loro anni e con i processi economici, sociali e culturali e di conseguenza gli inevitabili fallimenti.
 

Esemplare per la capacità di guardare lontano e l'inadeguatezza a vivere nel proprio presente, Salvatore Morelli (Carovigno, 1824 - Pozzuoli, 1880). Fiero oppositore dei Borboni, è per questo duramente perseguitato e sconta lunghi anni di prigione nelle carceri di Lecce, Ponza, Ischia, Ventotene. L'unificazione nazionale lo vede impegnato a fondare e dirigere giornali e riviste - a Lecce nel 1860 "Il Dittatore", di impronta mazziniana; a Napoli nel 1861 "Il Pensiero" che nel corso dei suoi quattro anni di vita conobbe ben 184 sequestri - sui quali in lunghi articoli viene affinando il suo sistema di idee. Per lui conoscenza e vita sociale debbono fondarsi sulla scienza e sulla tecnica, unici strumenti possibili per ogni tipo di sviluppo materiale, morale e  civile. Il male di ogni società per Morelli è da individuarsi nell'ignoranza, il suo antidoto è l'istruzione, gratuita e obbligatoria per tutti con al suo centro l'abolizione di qualsiasi forma di insegnamento religioso e un largo spazio assegnato a materie come la storia, la geografia e, soprattutto, alla scienza e alle sue applicazioni tecniche..
 

Dura anche la sua condanna delle spese militari: piuttosto costruire scuole, ferrovie, allargare servizi assistenziali e il diritto a usufruirne... Eletto deputato per la prima volta nel 1867 per il collegio di Sessa Aurunca, si impegna a fondo in Parlamento per trasformare in leggi i frutti di un intenso lavoro di elaborazione e documentazione delle migliori esperienze europee in materia di giurisprudenza familiare: per esempio, una riforma che preveda la parità di diritti fra moglie e marito, il doppio cognome, la possibilità del divorzio e l'eliminazione di qualsiasi discriminazione tra figli legittimi e naturali. 

Alla attività politico-legislativa affianca anche una coerente attività pubblicistica: tra i suoi lavori più carichi di novità e di utopia, più volte ripubblicato, La donna e la scienza, considerate come i soli mezzi per risolvere il problema dell'avvenire, 1861. Presente alla Camera dei Deputati fino al 1880, di convinzioni repubblicane, laiche e libertarie con qualche simpatia per il socialismo aurorale, per quattro legislature si batte per la parità tra i sessi e già nel 1867, primo in Europa, presenta la proposta di legge "Abolizione della schiavitù domestica per la reintegrazione giuridica della donna, accordando alle donne i diritti civili e politici", uno straordinario passo in avanti in un Paese che codificava la subalternità della donna al marito, facendono una figura fragile e trascurabile. 

Sempre a Salvatore Morelli appartiene un disegno di legge con la richiesta del diritto di voto per le donne e non si smemorino fra le sue altre proposte, l'istituzione della cremazione, l'abolizione della pena di morte, la proposta - questa sì futuribile - della istituzione  di una Società delle Nazioni per tutelare la pace universale. Seppure emarginato in un Parlamento bellicista e tutto al maschile, grazie al suo imperterrito impegno, nel 1877 il Parlamento italiano approva la legge Morelli n. 4176 del 9 dicembre 1877, riconoscendo alle donne il diritto di essere testimoni negli atti regolati dal Codice civile, come i testamenti, un significativo progresso per i suoi risvolti economici e per l'affermazione del valore della capacità giuridica delle donne. Inoltre è in virtù del suo lavoro parlamentare se le ragazze sono ammesse a frequentare i primi due anni del Ginnasio. 

Torna poi spesso, Morelli, a intervenire contro la Legge delle Guarentigie (ovvero le garanzie concesse al papa pari a quelle previste per un Capo di Stato straniero, con la differenza che da quando tale legge entra in vigore le spese dei successori di Pietro sono a totale carico del contribuente italiano). 
Apprezzato all'estero da grandi uomini di cultura del suo tempo come Stuart Mill e Victor Hugo, nel suo Paese conosce solo incomprensioni e l'isolamento da parte dei contemporanei, oggetto del livore di un senso comune becero e dell'accanimento dei disegnatori satirici del tempo. 
Muore in miseria - non esistevano allora le indennità parlamentari e i vitalizi - nella camera di una povera locanda a Pozzuoli. Le più importanti esponenti dei movimenti di emancipazione femminile statunitense  piangono la sua dipartita e scrivono che è scomparso il più grande difensore dei diritti delle donne nel mondo.
 

È stato uno sconfitto Salvatore Morelli? Sì, certo... Pochi, però, come lui sono stati capaci di lasciare nel mondo segni che non possono più essere cancellati dalla memoria collettiva delle donne e degli uomini.

02 dicembre 2017

"La pianista" di Elfriede Jelinek



di Giulietta Isola
“una scrittura che non si dimentica,

mai banale,spesso non immediata,
vastamente metaforica”

PERSONAGGI
ERIKA “ è un insetto imprigionato nell’ambra,senza tempo,senza età,non ha storia e non fa nemmeno storie. Proviene da una famiglia di segnali solitari sparsi nel paesaggio. Non prova niente,non ha mai provato niente,è insensibile come un cartone catramato sotto la pioggia.
Tra le sue gambe il marciume,una molle massa insensibile. Putredine grumi in decomposizione di materiale organico. E’ un opaco mucchio di meschini desideri e mediocri aspirazioni che temono il proprio compimento:
LA MADRE “e’una pestilenza incurabile, le sta attaccata come una piattola o una sanguisuga le succhia il sangue.”
LA MADRE E LA NONNA “le vulve pietrificate delle due vecchie si chiudono con uno scatto secco e rumoroso,come le chele di un cervo volante in agonia,ma niente rimane imprigionato nelle loro grinfie.”


La pianista,si evince dalla biografia di Jelinek,prende spunto dalla sua storia personale (la madre era pianista ed il padre in manicomio)e qui il ruolo centrale è proprio riservato al rapporto madre-figlia. Erika Kohut,insegnante di pianoforte,inquietante quarantenne,vive con la madre dispotica e soffocante (maternità alienata),una presenza che pretende di gestire la vita della figlia scegliendole i vestiti,le frequentazioni,la carriera,controllando maniacalmente ogni suo spostamento e condividendo con lei il letto matrimoniale.
Erika per niente emancipata e’ stata forgiata da dure lezioni,spinta a fare sempre il massimo, trattata da adulta quando era bambina,segue le ambizioni imposte dalla madre per la quale niente è mai abbastanza e tutto è ad un livello troppo basso per lei, è ingabbiata dal suo rigore e dai suoi continui rimproveri per le aspettative deluse. Erika non sembra avere un futuro proprio,ha il futuro che qualcuno ha pensato per lei,è abituata alla violenza,abita i luoghi del sadismo e dell’odio,non ha posto per il sentimento amoroso,la sua vita è  piena di fatti tragici e drammatici,non ha volontà per mutare le cose e scardinare regole sociali già predeterminate, è disastrosamente assoggettata al conformismo,incarna l’idea di umiliazione, di aggressione, di dominazione,cerca la propria identità nel voyeurismo, nell’autolesionismo ed il sadomasochismo,crede di affrancarsi dal cilicio materno con l’idea di un amore impossibile per un suo allievo molto più giovane Klemmer, ma e’ una donna sessualmente frustrata, una vittima della propria posizione culturale dominante e di una madre possessiva e paranoica ed il lieto fine per lei non e’ contemplato.
 

Al di la’ della storia,mi pare veramente interessante l’analisi della prosa di Jelinek straordinariamente forte, antisentimentalista eppure suscita forti emozioni, dalla sua penna temi come matrimonio,famiglia, sesso sono estremizzati, portati oltre il confine, oltre i limiti, li utilizza in maniera spericolata,la terminologia è esplicita e cruda, è insolito leggere di prevaricazione e violenza fra i sessi e classi sociali in maniera così pervasiva.
 

Credo di non essermi mai trovata di fronte ad una scrittura così dissacrante,così sincera,così argutamente metaforica,così violenta,così coraggiosa, a tratti volutamente spiacevole a tratti intensamente poetica, una miscela di stili e generi, il moderno e l’antico, e le donne trattate non tanto o non solo come esseri umani specifici ma come “il femminile” nella storia e nel sociale, quel femminile che per l’autrice fa parte degli oppressi,degli emarginati,degli ultimi “che i movimenti femministi e i partiti comunisti hanno per oggetti da tutelare”,ed anche il sesso sesso che si esprime come possesso, forza e rapina e conseguentemente come sottomissione, dipendenza e schiavitu’.Sesso a go-go senza sentimento, ne’ dolcezza, mai portatore di allegria e consolazione brutalmente pornografico.
 

Avevo letto la biografia di Jelinek all’assegnazione del Nobel nel 2004 (mi era assolutamente sconosciuta) e penso sia necessario valutare la sua opera legandola alla sua posizione politica di femminista e comunista, critica la societa’ capitalista e consumistica che mercifica gli esseri umani e le relazioni,avverte le vestigia del passato fascista dell’Austria sia nella vita pubblica che in quella privata e lo sfruttamento sistematico e l’oppressione delle donne nella societa’ patriarcale capitalista e lei stessa ha dichiarato che “il narrare è necessità,a volte urgenza,ma sempre atto politico”.
 

Mi son messa le mani nei capelli fin dalle prime pagine sbigottita di fronte ad una scrittura femminile così controversa così contraddittoria da suonarmi come un avvertimento,potrebbe la vita di Erika assomigliare alla mia? O a quelle di tante altre donne?


ELFRIEDE JELENIK- LA PIANISTA- EDIZIONI EINAUDI



24 novembre 2017

"Luigi Vezzosi. Un antifascista toscano respinto dalla democrazia" di Andrea Ventura


                Storia di Luigi, 

                che non votò mai

di Luciano Luciani
  
Già dal titolo, Luigi Vezzosi. Un antifascista toscano respinto dalla democrazia - questo libro- - una biografia di un antifascista minore, se non addirittura minimo - ci propone il tema del conflitto politico/sociale che ha percorso tutto il Novecento sino all'Italia nuova: repubblicana, democratica, antifascista. Che pure non trovò il tempo, la forza, la volontà di restituire a Luigi Vezzosi i suoi diritti civili, in primis quello di voto. 

Ne era stato privato, Luigi, da una giustizia e da giudici palesemente e pesantemente condizionati dalla marea montante del fascismo ormai vincitore dopo aver superato la crisi del delitto Matteotti e alle soglie del discorso “dell’aula sorda e grigia”. La colpa di Luigi? Aver partecipato ai “fatti di Empoli” del marzo 1921. Ovvero all’insurrezione della comunità empolese, una vera e propria “cittadella rossa” che reagì con durezza e punte di furore popolare all’interminabile stillicidio della violenza fascista e alle ambiguità, connivenze e complicità dello Stato rispetto a quella “brutalizzazione della politica” imposta dagli squadristi alla vita del Paese. Violenze e brutalità particolarmente sistematiche e pesanti là dove – come in Toscana, come nell’Empolese –  si concentrava il contropotere popolare e proletario e là dove erano più forti e presenti le organizzazioni dei lavoratori.
 

Così il 1 marzo 1921 una colonna di marinai in borghese, inviati a sostituire i ferrovieri fiorentini in sciopero per protestare contro l’assassinio del sindacalista Spartaco Lavagnini, è scambiata per una spedizione squadrista; accolta a colpi d’arma da fuoco viene incalzata e assalita da una popolazione insofferente ed esacerbata. Alla fine si contano 9 morti: un sergente d’artiglieria, cinque marinai e tre carabinieri. Un’insurrezione popolare più spontanea che organizzata che si ricollega ad altri episodi del genere avvenuti nella primavera-estate di quell’anno tra Toscana e Liguria: Castiglione dei Sabbioni e San Giovanni Valdarno (Ar) il 23 marzo; Foiano della Chiana (Ar) il 17 aprile; Sarzana (La Spezia) il 17 luglio. Vicende non collegate tra loro, prive di un disegno strategico e quindi destinate alla sconfitte e a una dura repressione che coinvolse anche il nostro Luigi Vezzosi.
Nato nel 1905 - trecciaiola la madre, calzolaio il padre, mezzadro il fratello Paolo - Luigi appartiene a una famiglia proletaria del “contromondo” socialista empolese che trovava nelle Case del Popolo e nelle Camere del Lavoro i luoghi della socialità e della formazione identitaria: socialisti, anarchici e, a partire dal 1921, comunisti. Il mondo di Luigi che, sebbene minorenne, viene individuato, sulla base di testimonianze incerte e contraddittorie, come  uno dei principali agitatori e assalitori e  condannato a ben 28 anni di carcere.
 

Una aberrazione giuridica. Tant’è che la pena venne ridotta prima a 12 anni, poi a 10 con le sanzioni accessorie di 3 anni di disciplina speciale, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la perdita dei diritti politici. Nel frattempo “Gigi” Vezzosi ha trascorso quasi cinque anni alle Murate e a Porto Longone (Elba) e quando torna a casa ad Avane,  per anni lui e il fratello Paolo sono costretti a subire le pesanti  “attenzioni” ora dei carabinieri ora dei fascisti. Eppure Luigi, nonostante prepotenze e vessazioni, si sforza di continuare a vivere come una persona normale: nel 1934 si sposa e nel 1936 si trasferisce a Pisa dove esercita il suo mestiere, quello di calzolaio. Casa e bottega e un profilo basso  nella Pisa del ras fascista Guido Buffarini Guidi. Poi, la guerra. Il terribile bombardamento di Pisa del 31 agosto ’43 con oltre mille morti,  consiglia a "Gigi" di sfollare con la famiglia’ a Calci, un piccolo comune a 10 chilometri dal capoluogo Pisa: sulle colline che separano la provincia di Lucca da quella di Pisa, per un anno, sino alla liberazione, Vezzosi partecipa alle attività, generose ma sfortunate, della formazione partigiana “Nevilio Casarosa”. Dopo la guerra è per 5 anni segretario della sezione del Pci di Calci. continuando a lavorare come calzaturiere modellista: esemplare, inappuntabile, stimato dal suo datore di lavoro. Continua, però, la sua condizione di minorità giuridica: Vezzosi è escluso dal diritto di voto per una sentenza politica che risale alla metà degli anni Venti. 

Ingenuamente Vezzosi sperò sino al termine della sua vita che l'Italia nata dalla Resistenza procedesse a risanare il vulnus  giuridico che lo riguardava. Non fu così. "Solo nel 1983" racconta Bruno Possenti dell'Anpi di Pisa "ormai vecchio e ammalato, si lasciò convincere a rivolgere domanda di grazia al presidente Sandro Pertini. La pratica s'insabbiò nella burocrazia del Ministero di Grazia e Giustizia. Finalmente, il 30 dicembre 1986, il presidente Cossiga firmò il decreto." Luigi Vezzosi avrebbe dovuto votare per la prima volta nella sua vita all'età di 82 anni nelle elezioni politiche del 14 giugno 1987. Non ce la fece perché il 2 maggio morì.
 

Una storia emblematica delle zone d'ombra che hanno segnato, fin dalle sue origini, la nostra democrazia.
 

L'ha riportata alla luce in un libro tanto appassionato quanto obbiettivo e documentato Andrea Ventura, storico e giovane direttore dell'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea in Provincia di Lucca: affinché resti almeno il racconto dell'uomo a cui il fascismo aveva tolto i diritti che la democrazia non fu capace di restituirgli.

Andrea Ventura, Luigi Vezzosi. Un antifascista toscano respinto dalla democrazia, Tagete Edizioni, Pontedera (Pi) 2017, pp. 160, Euro 10,00

"Misteri" di Knut Hamsun



di Giulietta Isola  


“I personaggi di Hamsun provengono dal mondo primitivo dei fiordi,sono individui mossi dalla nostalgia dei troll”

W.Benjamin

Ed eccomi nuovamente alle prese con un romanzo del premio Nobel 1920 Knut Hamsun.
Sgombriamo subito il campo da inutili e,secondo me,non pertinenti, considerazioni sulle qualità umane del soggetto, la cui fama fu oscurata in vecchiaia dall’infausta adesione al nazismo, parliamo,se ne abbiamo voglia, delle sue qualita’ letterarie che non sono poche ed ampiamente riconosciute da scrittori del calibro di Mann, Kafka, Brecht, Hemingway, Isaac Singer.

Misteri fu pubblicato nel 1893, al centro della narrazione c’e un uomo in cerca di qualcosa che non troverà.
E’ il fil rouge di Hamsun:i suoi personaggi non sono radicati nella terra in cui vivono, anche se da essa sono nutriti e da essa sono nati, sono “viandanti” alla ricerca di un luogo stabile che non trovano, ma sono anche dei vinti, troppo delicati per farsi largo nella società che Hamsun,nella sua lunga vita, vide dipanarsi da quella rurale della Norvegia di metà Ottocento, a quella industriale degli Stati Uniti, al Secondo conflitto mondiale e la decadenza del dopoguerra.

Nagel con il suo cappotto giallo arriva in una piccola cittadina della Norvegia,è un personaggio fuori dal tempo, nevrastenico e caotico,un improvvido ciarlatano, «la contraddizione fatta persona» come egli stesso si definisce,da subito destinato ad alterare il solido tran-tran degli abitanti del luogo dal dottor Stenersen, a Martha Gude, a Minuto a Dagny Kyelland della quale si innamorerà, con effetti devastanti e fallimentari.

Nagel sproloquia senza sosta,nasconde la propria fragilità e nostalgia aggredendo con un caotico furore verbale la minacciosa realtà esterna,il suo essere e’un groviglio di follia e debolezza,un instabile aggregato di fasci nervosi ed un inconscio allo stato brado.

Una vita fatta di frammenti ove si alternano e si intrecciano esaltazione,solitudine,disagio,idee coatte,crudeltà immotivate ,desideri struggenti, sentimenti delicati e aggressività indefinita.


E’ un vagabondo che si abbandona al fluire della vita, alle cose così come vengono,al peggior linguaggio,cerca identificazione e comunione con la natura,alimenta il suo legame con il bosco e solo nell’ identità naturale intravede il suo senso di appartenenza.
 

Claudio Magris nella sua interessantissima postfazione dice che Nagel risulterà fino all’ultimo in tutto e per tutto un abulico che, «non è capace di inserirsi nel meccanismo produttivo della società, assumendovi un ruolo determinato e perciò unilaterale; egli vuole soltanto vivere, rifiutandosi di definire concretamente e cioè di limitare la palpitante e imprevedibile potenzialità della vita: aperto e disponibile al desiderio come alla rinuncia, rapace e fuggiasco, un personaggio che si sottrae ai legami, ai ruoli prestabiliti,a qualsiasi impegno morale o politico.”
 

Hamsun è scrittore di spessore internazionale, ma per essere compreso, va proiettato nel “suo Norrland, tra foreste e fiordi, il sentimento della natura ed il profumo sottile che da essa si sprigiona pervade tutta la sua prosa che lascia intendere che ci sarebbe bisogno di rispetto per i boschi, bisognerebbe evitare un’agricoltura fatta di prodotti snaturati, annienta i falsi miti e le illusioni, manifesta il suo amore per la Norvegia, una Patria a volte ingrata, dopo il suo viaggio negli Stati Uniti afferma le sue idee anticapitaliste concependo i suoi personaggi come eroi vicini agli umili, ai contadini, ai marinai cioè a coloro che trovano nel lavoro sostegno e rinnovamento e non ragione di abbrutimento,in Fame,il suo romanzo più famoso, è chiaro il messaggio e l'invito al rinnovamento dell'uomo e con lui della società politica.
 

Lettura  particolarmente interessante per il risalto dato alle contraddittorietà dell’esistenza, per l’analisi psicologica dell’io (Freud ne comincia a parlare nel 1895) e rappresenta tramite Nagel l’alienazione del genere umano ed il suo disagio, sono i nostri tempi.

Knut Hamsun. Misteri. Edizioni Iperborea

07 novembre 2017

“Il torello” di Josef Koudelka



di Gianni Quilici

Il torello con lo zoccolo sollevati dopo una prevedibile corsa e con il culo squadrato come se fosse disegnato, pare guardarsi indifferente a tutto, mentre i ragazzi/uomini in salvo o sul punto di esserlo, disposti in successione geometrica secondo le possibilità del momento, fanno divertimento, soprattutto gli ultimi aggrappati alla terrazza: l’uno con una mano tiratissima soltanto, l’altro con ambedue, i piedi piegati a salvarsi dalle corna.
Dietro il torello uno soltanto, sul marciapiede, corre ancora a debita distanza, mentre una donna su un balcone, nell’angolo alto della foto, è la spettatrice, dettaglio di contrappunto di questo spettacolo in corso.

Una foto di circa 40anni fa. Qui il merito di Koudelka è innanzitutto nell’esserci e nell’inquadratura essenziale,che scolpisce quell’attimo quotidiano, ma inusuale nel fluire di emozioni.
Una foto narrativa, perché nell’attimo che fissa, accende  l’immaginazione sul prima e sul dopo della foto: l’eccitazione della corsa con la paura del torello dietro, i salti verso i davanzali delle finestre ed ancora più ardui per appendersi al piano della terrazza e, passato il pericolo, i racconti ridanciani dei protagonisti  poi. 

Josef Koudelka. Ribatejo, Portogallo, 1976    

05 novembre 2017

Ed McBain: grande scrittore e sceneggiatore” di Mimmo Mastrangelo



Che bellezza!!! L’Einaudi ha deciso di ridare alle stampe di Ed McBain  le investigazioni   del noto  87°distretto di polizia.  Ambientati in una New York-non New York e con protagonisti il detective Steve  Carella e i suoi  colleghi, gli appassionati “polar” tirati fuori dalla penna dello scrittore italo-statunitense  divennero presto  amatissimi in Italia  grazie alla pubblicazione  nella seguitissima e popolare collana “gialla” della Mondadori.

Romanziere ma anche sceneggiatore, Ed Mc Bain (New York 1925 – Weston 2005) fu un italo-statunitense di seconda generazione per  via del padre, originario di Ruvo del Monte, in provincia di  Potenza. Il suo vero nome, Salvatore Albert Lombino, fu cambiato in  Evan Hunter che a sua volta, nella proficua    produzione letteraria (oltre un centinaio di opere), assunse vari pseudonimi, tra cui Ed McBain, Richard Marsten, Hunt Collins. Curt  Cannon, Ezra Hannon.

Conosciutissimo e stimato nel cinema,  curò la sceneggiatura  del capolavoro “Gli uccelli” di Alfred  Hitchcock (con cui ebbe rapporti di forte conflitto), tra le varie pellicole   ispirate ai  suoi romanzi  non si può dimenticare  “Il seme della violenza”,   primo lavoro nella storia del cinema ad aver utilizzato  una colonna rock. Il film, girato nel 1955 da  Richard Brooks e con Glenn Ford nel ruolo di un professore,  verrà  presentato – insieme ad “Ad anatomia di un rapimento” (1963) di Akira Kurosawa pure questo tratto dalle pagine di McBain – nella seconda edizione della rassegna “Frammenti autoriali” che si svolgerà a Moliterno (Potenza) il prossimo dicembre.

I primi due titoli, già usciti nella collana “Stile Libero” della casa editrice torinese e tradotti da Andreina  Negretti,   sono “Odio gli sbirri” e “Fino alla morte”. Come nel suo stile in entrambi Ed McBain  si adombra in descrizioni impareggiabili con  scene tipiche da film d’azione, dialoghi   dai  respiri lunghissimi, trovate fulminanti dall’ umorismo graffiante, “personaggi con un cuore e personaggi che i cuori li strappano”.

Tra i  lettori italiani che hanno divorato sin da ragazzo  i gialli Mondadori del “maestro del genere”  c’è lo scrittore napoletano Maurizio  De Giovanni il quale  cura le prefazioni dei volumi  e in una fa notare  che nei romanzi del Nostro <>. Ad  McBain va riconosciuto il merito di averci regalato coi suoi popolarissimi romanzi  affreschi di una straordinaria umanità, vivacizzati da coloratissime e imprevedibili situazioni. Per chi conosce o ha amato le storie di McBain le ristampe dell’ Einaudi (si prevedono al momento una decina di titoli)  possono rappresentare “una felice rilettura”, ma per chi vi si accosta per la prima volta le inchieste dell’ 87° distretto di polizia possono declinare in una scottante infatuazione, in una sana dipendenza da cui non ci si libera più.
Ed McBain. Fino alla morte, 2017, Stile libero. Einaudi
Ed McBain . Odio gli sbirri, 2017, Stile libero. Einaudi

29 ottobre 2017

"La mia storia" di Lang Lang con David Ritz



di Maddalena Ferrari

E’ una storia appassionata e appassionante quella di Lang Lang, che snoda il racconto della sua formazione umana e artistica, dai primi anni di ristrettezze e sacrifici al successo e alla ricchezza raggiunti da giovanissimo, all’impegno umanitario nell’UNICEF,  rivivendo e facendoci vivere, con l’urgenza palpitante della verità presente, i momenti della sua vita, in un contesto complesso di  relazioni umane-affettive e di situazioni storiche e sociali.


Avvince la narrazione dei rapporti con gli altri, in particolare con coloro che gli sono più vicini, i familiari: il legame viscerale, intenso con la madre è vissuto a lungo come mancanza, lontananza; quello con il padre è forte, ma duro e conflittuale ( ed è singolare la sua analogia con il rapporto tra Mozart ed il padre Leopold: un genio precoce ed il suo rigido educatore ).


Ugualmente vivo è l’intrecciarsi dell’esistenza di chi racconta con la storia, la società, i  luoghi in cui essa si sviluppa. Ecco la Cina postrivoluzione culturale, dove i turbolenti fatti politici lasciano il segno nella vita delle persone , recidendo radici ataviche, spezzando rapporti profondi; la Cina, la madrepatria sempre nel cuore, dove l’artista ha modo di formarsi, ma che lo vincola con le sue regole ed il suo habitat sociale, culturale e geografico: dalla cittadina di Shenyang, piccolo centro di provincia, alla grande metropoli, Pechino, caotica, quasi invivibile, che accentua l’iniziale condizione di indigenza fino a limiti insostenibili; la Cina, dove Lang Lang trova i primi maestri: l’amata professoressa Zhu, la scostante professoressa “Rabbia”, il professor Zhao, preparato, dolce, dall’approccio psicologico; la Cina, che lui non ha mai smasso di amare, ma da cui fatica a essere riconosciuto come “figlio”, dopo che se ne è allontanato.


E poi la Germania: il paesaggio variegato e accogliente; il ricordo dei grandi musicisti del passato...

E infine l’America, la terra delle opportunità, delle grandi orchestre e delle sale famose; New York, ma soprattutto Philadelphia; un nuovo approccio con la musica; i riconoscimenti e anche le critiche...; infine il luogo e il tempo in cui Lang Lang riesce a liberarsi dalla troppo stretta tutela del padre, a diventare autonomo come giovane e come musicista.


Ma soprattutto la sua storia, afferma il pianista, è la musica: la musica connaturata nella sua testa, fin dall’immaginario fantasioso e giocoso infantile, nel suo corpo, nel suo sentire; la musica di ogni tipo; i grandi compositori scoperti  nella sua crescita; i mitici modelli  Rubinstein e Horowitz; i direttori che incontra e di cui diviene amico.

Lang Lang, David Ritz. La mia storia. Traduz: L. Noulian. 259 p. Feltrinelli


      

23 ottobre 2017

"Patria" di Fernando Aramburu



di Giulietta Isola
“Chiedere perdono richiede piu’ coraggio 
che sparare, che azionare una bomba.”

Patria narra la storia di due famiglie basche in un paese senza nome nell’entroterra di San Sebastián, un piccolo microcosmo omertoso, pieno di rancori, sospetti e minacce.
I due nuclei famigliari formati da Bittori e Txato ,Miren e Joxian ed i loro figli Nerea ,Xabier, Joxe Mari, Gorka ed Arantxa, sono legati da lunga e profonda amicizia, le vicende della loro vita si susseguono nell’armoniosa concatenazione dei capitoli e ci raccontano storie di rapporti coniugali, innamoramenti, matrimoni, divorzi, viaggi,  malattie rivelazione e morte.Sullo sfondo una regione frammentata e dilaniata dalla guerra.
 

 Una lettura che ho apprezzato molto e sulla quale voglio esprimere il mio punto di vista, non necessariamente condivisibile ed assolutamente personale.
Questa vicenda ha fornito ad Aramburu un eccellente pretesto per analizzare lucidamente il terrorismo separatista che ha sconvolto per quaranta anni il Paese Basco,  egli indica nitidamente chi sono state le vere vittime senza essere ne’ pedante ne’ caricaturale, tutti i personaggi di primo e secondo piano sono qui per raccontare la ferita profonda che ha diviso la loro comunità e le loro famiglie, sono qui per mostrare le loro cicatrici e la sottile trama seduttiva tessuta dall’Eta che faceva dire “Senza l’Eta è come camminare nude per strada. Nessuno ci difende.”
  


Ma Aramburu fa anche i conti con il passato,guarda indietro con occhi nuovi per vedere la Storia e cercare il vero significato delle cose, ripercorre decenni di guerra –di questo si e’ trattato con 800 morti assassinati, migliaia di attentati e stato costante di violenza-, indaga i meccanismi prodotti nelle menti da un sistema totalitario che ha scardinato le regole della convivenza umana in nome del nazionalismo, lo fa ad altezza d’uomo, delle vittime, degli assassini e di tutta l’umanita’ varia ed eventuale che sta in mezzo, lo fa con la sensibilità del grande scrittore mostrandoci l’evoluzione dei personaggi nell’arco degli anni.
  

Fra i temi centrali il perdono, un sentimento intimo e privato fra aggressore e vittima,e fra le pagine due straordinarie figure di donne, due madri energiche che difendono nel bene e nel male i figli e l’untuoso ed odioso Don Serapio, unico personaggio totalmente negativo che degnamente rappresenta la connivenza del clero basco ed il suo significativo ruolo nell’indottrinamento politicoo ed ancora tanti animi tormentati ed incapaci di pacificazione, umane debolezze quanto umane speranze.
 

L’Eta nasce nel 1959 sotto il franchismo,vale la pena ricordare che le sinistre di mezzo mondo si innamorarono della causa basca, con spirito romantico la accorparono, equivocando, alle guerre popolari di liberazione ed ai movimenti d’indipendenza postcoloniali, morto il Caudillo si continuò a sparare :il nemico non era Franco, ma la Spagna, il 90 per cento degli ammazzamenti firmati Eta è avvenuto in democrazia.
 

Queste pagine e questo autore guardano gli avvenimenti e chiamano a riflettere sulle storture dell’una e dell’altra parte, sulle torture perpetrate dai Gal, i famigerati gruppi antiterrorismo di liberazione, stipendiati dallo Stato per attaccare presunti membri dell’Eta (commettendo clamorosi errori) e per torturare, ci accompagnano nelle spire dell’organizzazione terroristica e della lotta armata , ci parlano del braccio politico Batasuna, del sogno di Euskal Herria, ci parlano di storia recente,tutti temi molto importanti,ma non meno importante è la rappresentazione di una società profondamente ferita e divisa incapace di riannodare i vincoli di una civile ed umana convivenza, un’operazione chirurgica raffinata che temo non sia ancora terminata a 6 anni dalla cessazione delle “ostilità”.
 

Nelle ultime pagine uno scrittore alter ego dell’autore dice durante una conferenza:
“Ho cercato di evitare i due pericoli che ritengo più gravi in questo tipo di letteratura: i toni patetici, sentimentalistici, da un lato e dall’altro, la tentazione di fermare il racconto per prendere un maniera esplicita una posizione politica. Gli scrittori baschi fino ad allora avevano prestato poca attenzione alle vittime del terrorismo. Interessano di piu’ i carnefici, i loro problemi di coscienza,il loro retrobottega sentimentale e tutto il resto.”
E mentre ”ci sforziamo di dare un senso,una forma,un ordine alla vita,alla fine la vita fa di noi quello che le va”.


Fernando Aramburu. Patria. Guanda Editore.  

03 ottobre 2017

"Cesare Brandi, o della scrittura tra Ingres e Medardo Rosso" di Davide Pugnana


 
Di Cesare Brandi possiamo anche non capire tutto. Ne siamo, anzi, quasi legittimati come dentro all'ermetica penombra trasparente di alcune pagine di Contini. La "Teoria del restauro" e, ancor di più, la "Teoria della critica" sono testi inconsapevolmente aristocratici che creano una dialettica insieme di prossimità e distanza col lettore, nel senso più alto di una sproporzione dovuta all'eliminazione di alcuni passaggi argomentativi, tipica dell'incedere ellittico dei grandi saggisti.
 

Possiamo non capire tutto di Brandi, eppure quell'elegante semioscurità ci ricompensa sempre dalla fatica della lettura. Questa vocazione filadelfica verso il lettore è tutta racchiusa nella sua lingua. Il suo modo di dominare il testo figurativo è l'uso di una lingua ricca e precisa; una lingua che organizza il controllo della forma. Naturalmente la lingua non è tutto, contano anche le idee presenti in un testo critico. Ma quando scrive, Brandi fa in modo che l'intera l'espressione visiva sia presente in ogni singola frase, anche se ogni singola frase è solo un frammento imperfetto di un'interpretazione via via approssimante verso quel mondo non scritto. Ogni sua frase sembra essere il sesamo che ci consente di entrare nel regno delle mille e una notte della realtà figurativa tradotta in scrittura. Da qui l'impressione d'esattezza delle pagine brandiane, che riesce a essere preciso anche quando parla di ciò che è sfuggente e complesso.

Due esempi:,
"Ma intendiamoci, non si vuole diminuire affatto questo genio [Ingres], che si arrampicò su se stesso, riuscì ad assidersi, come su un trono, su i suoi difetti, E che ricompensa: il più bel quadro forse lo dipinse a 82 anni, il famoso indimenticabile Bagno turco del Louvre, l’ultimo “tondo”, nel senso quattrocentesco della parola; dopo quell’altro ultimo tondo che aveva dipinto Michelangelo per i Doni. Solo al Bellini e a Tiziano capitò di arrivare così in forma alla vecchiaia: ma mentre per Giovanni Bellini e per Tiziano il percorso nel tempo valse un profondo rimescolamento, un’apertura nuova, Ingres arrivò al Bagno turco come se l’avesse dipinto un anno dopo La grande odalisca, o la Baigneuse. È che questa pittura di Ingres è stata sempre fuori del tempo, e, anche quando era ammirata, risultava sempre inattuale. Poteva così riproporsi tal quale nel 1862, quando il neoclassicismo era polvere e ossa, il Romanticismo in secca, e s’alzava l’alba trionfante dell’Impressionismo. Ma Ingres poteva avere dipinto il suo Bagno turco anche nel 1904, e Picasso averlo visto allora, con la stessa attualità con cui dentro di sé l’ha sentito, quello o quell’altro quadro di Ingres, per almeno vent’anni."
* * *
"Rosso, se possibile, esigeva nell’oggetto una partecipazione esistenziale ancora più pulsante, un’istantanea ancora più veloce; ma intuitivamente si rese conto che l’oggetto allora doveva venire “fermato” in qualcosa che fosse come il gesso in cui si stampa la forma, o rimanervi impigliato come la mosca nel miele. Egli investì l’oggetto della situazione esistenziale che apparteneva in proprio a lui, soggetto: e in questo investimento la spazialità che il modello sviluppava ritornò indietro, gli si depositò sopra come una nebbia leggera, una più densa atmosfera. Entro quel fluido di quasi medianico concepimento, la struttura fenomenica dell’oggetto, involato, fermato nell’attimo fuggente, si disfaceva in lucori appena desti, come di un lume che si accenda in una stanza buia, in fremiti pigri come di liquido denso increspato dal vento. C’era, in quelle cere, una così recente esistenzialità come d’un’anima appena sciolta dal corpo; quasi ancora imbrattata di residui di materia, in quella sua seconda nascita. Ed era il limite estremo, indubbiamente, di quanto con graduale consapevolezza, aveva costituito l’intenzionalità fissa della scultura dell’Ottocento."

01 ottobre 2017

“La ragazza con la Leica” di Helena Janeczeck




di  Giulietta Isola

La nostra Gerda,la coraggiosissima compagna che aveva dato la sua giovane vita per una lotta a cui sapeva appartenere il futuro di tutti.”


             Chi era Gerda? Un' eroina rivoluzionaria o un’ambiziosa seduttrice? Sicuramente una ragazza dotata di una innata sete di liberta’ ed una passione incandescente ,antifascista e appassionata, tanto intelligente da mettersi in ombra. Helena,in queste pagine, la guarda da vicino liberandosi dei luoghi comuni che la vedono come la ragazza di Capa,l’eroina morta sul campo,una testimone della storia che ha perseguito a qualsiasi costo i suoi ideali,una donna unica del Novecento,la guarda con coraggio e con affetto per restituircene un preziosissimo ritratto.

Il romanzo e’ diviso in tre sezioni che non rispettano il senso cronologico,le voci narranti sono quelle di due ex amanti ed una cara amica il cui flusso dei ricordi che si intreccia,si sovrappone per cogliere un’immagine di Gerda da punti di vista soggettivi molto differenti.Ognuno analizza la storia d’amore fra Gerda e Robert chi con scetticismo, chi con disincanto,ma tutti con la netta impressione di un legame diverso ed assoluto.

C’e’ una valigia in questa storia, una valigia che contiene qualcosa di speciale, la cui ricerca affannosa si e’ conclusa solo dieci anni fa,quando sono riapparsi 4500 negativi di foto scattate da Capa, Fred Stein e Gerda Taro, scatti di guerra,ma non solo, c’e’ anche una foto che ritrae due giovani sorridenti in un caffe’ parigino,sono Gerda e Robert,questa immagine e’ la scintilla che da l’avvio alla storia.Come interpretare la serenita’ dei loro sguardi? Cosa ha visto il fotografo? Cosa vediamo noi? Cosa inventa la nostra immaginazione di fronte a questa spensieratezza? In fondo si tratta sono solo due giovani innamorati,lei si e’ spogliata della giacca, lui ha il giubbino aperto,non si accorgono di essere fotografati,sono illuminati dal sole nel dehors di un caffe’,Gerda nata Pohorylle e’ gia’ Gerda Taro ed il magiario Endre Friedmann e’ gia’ stato, da lei, ribattezzato Robert Capa,una leggenda,uno dei piu’ grandi fotografi di guerra del Novecento,due persone generose e talentuose la cui storia scorre di pari passo con la Guerra Civile Spagnola e le Brigate Internazionali,la Germania in preda alla disoccupazione prima dell’avvento di Hitler e la morte tragica di Gerda stritolata dai cingolati di un tank in Spagna a 27 anni.

Helena ripercorre la storia di un’epoca che ci suona famigliare per i collegamenti con la crisi attuale,le famiglie impoverite e drammi personali e sociali sempre piu’ diffusi e poi,pensandoci bene,anche la storia di Gerda e’ storia di erranze,fughe e comunita’ sovra nazionali oltre ad essere storia della grande fotografia e di una donna unica,libera e vitale che ho avuto la fortuna di incontrare nelle pagine di questo libro.

“Una donna smaliziata,un’amante dalla grazia principesca,un talento naturale che non somigliava alle borghesi ne’ alle proletarie. Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva,si rinnovava,accadeva ovunque.”

Helena Janeczeck. La ragazza con la Leica. Edizioni Guanda

25 settembre 2017

"Pepa, Plumes e Paillettes" di Francesca Palombo, Daniele Ercoli, Emiliano Maiorani



di Silvia Chessa

Lo spettacolo, presentato sabato 23 Settembre al Club 55 di Via Perugia 14, al Pigneto, Roma (adatti e demodé, gli spazi offerti), affronta, in salsa melodrammatica dai comici risvolti, e con la vivacità stilistica di tre poliedrici musicisti, una discreta varietà di temi, offrendo altresì occasione di godere dell’ottima musica.

Dall’ukulele al contrabbasso, dalla fisarmonica al bombardino, dalla tromba al glockenspiel, fino a delle spiritose trombette, il trio agevolmente salta da uno strumento all’altro, con sorprendente flessibilità, giocando con la propria natura istrionicamente comica, fra travestimenti carnascialeschi, piccoli ma efficaci espedienti, la bella voce e l’espressività della cantante, il tutto senza adagiarsi sugli allori della prima risata strappata, ma andando avanti in un ritmo che non si dissipa, per quasi due ore.

I testi di Francesca Palombo (in arte Pepa) ci rimbalzano vita (tanta) e problematiche (altrettante!): dal disastro sentimentale privato, a quello ambientale e globale, dal terrorismo mondiale a quello alimentare (sulle tavole di casa nostra), dalle fobie private a quelle socialmente indotte, passando per le manie di esporsi/nascondersi dietro al virtuale, alle ossessioni di dover risolvere ogni minimo e naturale inciampo ricorrendo alla farmacologia (pasticche per tutto, e per tutte le fasce di età, non esenti i più piccini!).
 
La verbosità frizzante-giocosa dei testi della Palombo trova terreno fertile nella polivalente abilità musicale del trio, che lei graziosamente conduce, e che induce il pubblico ad una navigazione (moderato-andante) nel mondo di oggi, visto attraverso uno sguardo inusuale, e permette di percorrere anche il mondo interiore di Pepa..che intravediamo fatto di passioni, riflessioni nostalgie intermittenti, le quali non trascinano, però, in un limaccioso o isterico fondo per arenarsi; bensì risalgono, salvate da una connaturata autoironia di stampo intelletual-clownesco.

Pepa, questo incrocio fra Gaber al femminile e Tina Pica, mette in gioco il meglio di sé e dei suoi due compagni di artistiche avventure (Plumes e Paillettes, rispettivamente Daniele Ercoli ed Emiliano Maiorani): due occhioni celesti che sgrana in occhiate di volta in volta buffe, allucinate, o severe, alcune trovate tricologiche (ad esempio, passa da una acconciatura d’epoca, con due chignon, ad un look spettinato da rockstar), una infinità di dialoghi non verbali - tutta mimica e gestualità- con Plumes (Daniele Ercoli, artista da tenere d’occhio, brillante nel suo ruolo, nonché in simbiosi e perfetta sintonia di tempi comici con Francesca), la puntuale complicità di Paillettes (Emiliano Maiorani) che ricopre benissimo il ruolo del ribelle del trio, quello che prende la tangente, viene ripreso dagli altri due e rimesso in riga da Pepa, leader naturale, con un minimo cenno del viso.
Cattura e diverte questa perfetta intesa di questo singolare trio, e risulta piacevole lo show, seriamente spassoso, privo di tempi morti, dove tutto si lega ed ogni ammiccamento sembra curato e scivolare, al contempo, come fosse estemporaneo.

Due piccoli e personali suggerimenti.
Primo: valutare l’opportunità di approfondire ed ampliare alcune parti (sia a livello di testo, che di musica, adoperando proprio quello stesso talento per variazioni, allitterazioni..intermezzi vari), visto che il materiale, (così come la materia umana), si presta, e c’è.

Secondo: incentivare con maggior convinzione (e minore imbarazzo) la diffusione del surreale e un po’ naif cd, dal titolo “Va tutto a meraviglia” (contenente i graziosi disegni di Michela Bidetti, un libretto di 12 pagine, e 10 degli 11 pezzi, eseguiti in serata), che veramente merita e trasuda ironia. Aggiungere, possibilmente, nella registrazione del prossimo e futuro cd, quell’undicesimo pezzo, che sarebbe un peccato restasse fuori.

19 settembre 2017

"Il mastro, il sigaro e la sedia” di Beppe Calabretta.

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di Alessandro Claudio Orefice  

“Il mastro, il sigaro e la sedia – Romanzo calabrese” è il romanzo di Beppe Calabretta che narra di apprendimento e maturazione cognitiva, fisico-emotiva e sentimentale del protagonista, il giovane Vincenzo che nasce nel 1912 a Vela, un paesino immaginario del versante ionico della Calabria, sotto la formazione del Mastro (anarca-falegname) Andrea.
 

Non solo di Vincenzo: è anche la storia di una famiglia calabrese e, nel contempo, è la filogenesi della maturazione complessiva e del senso civico di cinquant’anni di storia (e di altri cinquanta, appena effigiati nel romanzo), da parte degli abitanti di Vela, un paesetto della Calabria che sorge al centro di un cratere verde, nei pressi del mare, la cui collocazione immaginativa, è posta tra le macchie della dorsale appenninica calabrese di Serra San Bruno.
 

Le pagine sono dunque percorse dall’apprendimento, giacchè, come dice Mastro Andrea a Vincenzo alla fine della guerra di liberazione ‘'il passato bisogna sempre averlo presente perché senza passato non si costruisce il futuro e soprattutto si rischia di imboccare di nuovo il cammino che ci ha portato dove ci ha portato”.
La famiglia è al centro del romanzo, vede protagoniste principali donne. Mariantò, Vittoria e Annina, rispettivamente nonna, zia e madre di Vincenzo che a loro volta imparano dalla vita, esprimendo sentimenti segnati da momenti di felicità e drammatiche disgrazie, dove dolce e amaro, senso d'ingiustizia e miracoloso apparire della provvidenza, si affrontano e si contendono la scena come in una tragedia greca.

La descrizione umana nel romanzo, tuttavia non ripropone pedisseque lezioni verghiane. Vero è che l’ombra di condanna alla sventura dei suoi protagonisti, potrebbe anche riconoscersi nella precoce morte in guerra di Nicola, padre che Vincenzo non ha mai avuto modo di conoscere. Ma l’evento luttuoso non è mai narrato aderendo all’ipotesi letteraria di una epopea dei vinti secondo una tradizione naturalistica (e conservatrice), anticamera di una rassegnata sconfitta, quale sorte segnata dei poveri e diffidente chiusura di una antropologia rispetto al cambiamento. Talchè il Mastro anarca, si propone come nume tutelare per la crescita di Vincenzo. Un solo breve e fugace accenno hobbesiano di inimicizia predestinata, pronto però ad essere contraddetto dall’orizzonte di eventi che si susseguono per il protagonista tra le due guerre mondiali in cui si sviluppa la favola di Vela, è dato dal fraseggio di Ciccio, l’amico fraterno di Vincenzo che desolato osserva dalla scogliera inverarsi la legge del più forte ed i pesci grossi che sopraffano i più piccoli.

I valori tradizionali e morali sono serbati da Nastro Andrea per essere trasmessi da protagonista ed essere messi alla prova, rispetto alle situazioni e alle scelte che si susseguono, come cartina di tornasole per verificare la loro tenuta e per misurarsi effettivamente con le problematiche che si presentano nella vita. In questo senso è un romanzo che si confronta con il futuro e (diversamente da quanto accade per molti romanzi di contemporanei autori calabresi che impiegano la memoria per rinserrarsi nell’elegiaco rimpianto di un primitivo benessere tradizional-rurale inesistente), per quanto narri di avvenimenti sostanzialmente limitate a problematiche storiche della prima metà del secolo breve, è un romanzo che parla dell’avvenire, non perde occasione per insegnare al lettore le condizioni della osservazione strategica, a negoziare con le condizioni del presente, ad elaborare strategie per affrontare il nemico e quelle del cuore per amare con lealtà l’amico.

Questo vale per tutte le lezioni che Mastro Andrea (che non è maestro scolastico, ma maestro di vita, sintetizzato nella ‘stoà’ espressiva non scholae, sed vitae discimus), tiene nei confronti di Vincenzo e che, come coerente esempio di formazione, non lesina a fornire neppure a se stesso, perché la disposizione a lottare è giusta se è perseguita in vista di istanze etiche,
Cosa fa il romanzo di Beppe Calabretta? Proprio come fa un Mastro, che dimostra all’apprendista Vincenzo la teoria del valore del lavoro, della vita famigliare e sociale, insegna il senso delle cose, a cominciare dallo stile di fruizione dell’esperienza di fumare un sigaro o fare una sedia per sè e per gli altri.
 

Quindi è un romanzo che mostra il senso rivolto a fare proprie le responsabilità, a pensare prima agli effetti delle proprie azioni riguardo a tutti i soggetti coinvolti, a ponderare il peso delle cose secondo griglie di rispetto di sé e degli altri.
Mostra esemplarmente, riuscendo dove la pedagogia spesso insiste inefficacemente, cosa sia bene e cosa sia male, cosa sia potere buono e cosa no, con chi convenga la lealtà e chi non la meriti. E lo fa secondo una scuola di insegnamento presocratico, che appartiene alla filosofia greca anarca che traduce Mastro Andrea in un capostipite eudaimonico, un po’ epicureo (vivi nascosto), un po’ stoico (non provocarti dolore).
 

Mostra a Vincenzo che la guerra non risponde a logiche di razionalità, che il modello assunto a base della fumata del sigaro, sottende logiche di fruizione, che lavorare il legno per fare sedie richiede di pensare prima per pro-mettere, pro-gettare pro-meticamente sulla base di quanto appreso.
 

In tutto questo scorgiamo un addio alle suggestioni che abitato il tempo dell’eterno ritorno, per predire il futuro, per approdare alla città scientifica, da un tempo ciclico ad una koiné collettiva del tempo per la Calabria, dove si studia, si scopre, si inventa, osservando. E in effetti è in questo senso che va letto il sottotitolo in copertina “Romanzo calabrese”.
Vincenzo si cementa chiedendo consiglio al passato per interpretare il futuro, misurandosi di continuo con il dubbio della sua insufficienza, a cominciare da quella della propria istruzione che perseguirà sempre, come modello per tutti e tre i figli (anche se crescendo li perderà di vista, sia pure solo fisicamente, senza averli mai raggiunti a Genova, Roma e Milano, dove porranno, dopo l’università, il centro dei loro interessi). Fino a quando, ormai nel XXI secolo muore, ormai canuto, con il suo sigaro in bocca, tenendo un libro in mano mentre riposa su quella sedia che, a sedici anni, aveva realizzato con le sue mani e grazie alle geometrie ed alle virtù strategiche e di comportamento, apprese da Mastro Andrea.
Il Mastro, si comporta così con lui come una figura prometeica che accompagna e insegna l’uso della tecnica che però non è mai un fine, semmai un mezzo per imparare a migliorare ad essere se stessi con gli altri, che coincide con il riconoscimento di sottomissione (necessaria e greca, eschilea) alla reciprocità, al limite per tutti: insomma Mastro Andrea e, poi, l’erede Vincenzo, mostrano un agire in una palestra generativa che è quella dell’incastro congegnato con mestiere di etica e razionalità, per stare in armonia in relazione con il mondo.
 

In 100 anni di vita seguiamo Vincenzo nel verificare, da insegnamento in apprendimento, la tenuta di queste premesse, le cui metafore fanno da cornice a tutto il romanzo.
Ne emergerebbe una forte fiducia da parte dell’autore nelle energie dell’uomo impiegate per dominare la storia guidato da valori di giustizia, secondo una lezione appresa nel lavoro e nella professione, nel mestiere di vivere la storia e secondo categorie del novecento. Di converso, stante lo scivolare veloce della seconda metà del secolo nelle pagine del romanzo, ne emergerebbe una sfiducia nell’affrontare la storia nell’ultimo ventennio di questo secolo.
 

Restano, pertanto, alcune domande riguardo alle scorciatoie esplicative in relazione al dubbio che l’autore non ritenga essere  tuttora validi, forse perché usurati o perché di paradigma inefficace per una pedagogia del presente.

Beppe Calbretta. Il mastro, il sigaro e la sedia – Romanzo calabrese. Tra le righe libri - Italia 2015


25 agosto 2017

"Lezioni di tenebra" di Helena Janeczek

di Giulietta Isola

“Io, già da un pezzo, vorrei sapere un’altra cosa. Vorrei sapere se è possibile trasmettere conoscenze e esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia madre non l’ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più (…) Me lo chiedo per non dover pensare che l’esperienza dei campi di concentramento non solo non sia altissima, ma non sia affatto un’esperienza, che non si impari niente, che non si diventi né più buoni né più cattivi, e una volta che è passata è passata, ritratta nei più remoti recessi dell’anima dove logora, opprime, persiste”.


Cercare una memoria perduta,indagare per tracciare il proprio identikit, scavare nel vuoto appigliandosi a somiglianze fisiche, gusti, gesti,  atteggiamenti ed idee, cercare nella memoria che i genitori non hanno potuto o voluto trasmetterci e’ necessario per ricomporre una figura. Narrare la tenebra che è stata e che non si riesce a dire, è cio che Helena tenta di fare in questo racconto drammatico che ci svela un passato che ancora oggi fa ammutolire, una tragedia che, per chi l’ha vissuta, si ripercuote nella quotidianità in questo caso nella relazione madre-figlia. La figlia è nata nella seconda metà degli anni 60 in Germania, dove i genitori avevano trovato riparo,infanzia ed adolescenza scandite dal continuo ribadire “noi non siamo tedeschi”,non le viene trasmessa l’identita’ ebraica, ma si limita molto la liberta’ e per quanto riguarda la storia famigliare ,se ne narra solo qualche brandello.
 

Helena ci coinvolge nel reportage di un’anima in cammino fino all’arrivo ad Auschwitz-Birkenau, ove la madre con un urlo lungo e straziato testimonia come il male sia stato un veleno che ha contaminato tutte le pieghe di una vita quotidiana e banale e la Storia, con quel nero e quell’orrore diventa emozione e voglia di sapere, una voglia intima che muove l’autrice verso la genitrice reticente e perbenista ,ma soprattutto piena di paura “una paura che ti insegna ad adattarti a non dare nell’occhio.”
 

La generazione nata nel dopoguerra è quella che ha raccolto l’eredità di chi ha visto e vissuto l’orrore in prima persona, è quella che ha bisogno di conoscere per illuminare le tenebre,le tenebre sono tenebre, ma la notte come dice Isaia, per natura deve cedere il passo alla luce del giorno e rielaborare i fatti per immunizzarsi,per evitare di compiere altri orrori, riuscire ad emergere dall’orrore, riprendere una vita normale spesso costa uno sforzo ciclopico.In queste pagine pagine,questo percorso di figlia nata dopo, si intreccia con il nevrotico rapporto con la madre la cui vita è segnata per aver visto il fondo dell’abisso.
 

Helena analizza la sua psicologia, i  meandri della sua coscienza, tenta di sciogliere i nodi di una vita a cavallo fra Polonia,Germania e Italia, ha in bocca tante lingue e sente di avere tante, forse troppe radici, in parte strappate dai sussulti della storia, sente forte il desiderio di conoscere ed approfondire l’Olocausto, un’esperienza individuale e collettiva che ha segnato persone e popoli, pensando che solo conoscendo si puo’ sperare nella salvezza,tutto questo ce lo racconta con il suo italiano puntuale ed asciutto conducendoci letteralmente dentro i gironi infernali di Auschwitz.
 

Lezioni di tenebra comincia come un romanzo di ricordi personali, diventa storia del Novecento ed omaggio dell’autrice alla madre.

LEZIONE DI TENEBRA di HELENA JANECZEK EDIZIONI GUANDA

18 agosto 2017

Una sera a San Cassiano" di Angelica D'Agliano




 
                                                                     foto Gianni Quilici
A San Cassiano di Controne le case sono accallate quasi lungo una sola strada e i pochi pascoli si imparentano ai prati al primo sorgere dei castagni. È rimasta una chiesa, che già conoscevo, e che ora è addobbata per la festa del crocifisso. Sulla sua fronte sono incise tarsie sacre, portate in alto nell'aria, sopra le nostre teste, in una regione di straordinario silenzio. Il suo labbro ha intrapreso da tempo un lungo discorso e il suo primo simbolo, ora cinto di lumi e rami di tiglio, è una follia effusa sulle piante in amore, è il segno dei pesci grattati nella sua pietra come i pani e le altre mitologie naturali, con la loro grammatica di straordinarie deformità, e la loro urgenza che procede da secoli senza turbamenti.

Prima che cominci la processione e che il paese sia in festa mi lascio portare dall’unica strada che conosco, nell’unico ristorante. E quando ho sorriso alla signora alla macchina del caffè, per puro piacere di immaginazione ho chiesto dove fosse il bagno. Ho percorso la terrazza tra i tavoli velati di cotone, le pance rilassate e i festoni di rete dove sono sfioriti i corpicini delle clematidi, su cui si arrampicano tralci di edera rossa e dove muoiono gli insetti.


Ho lasciato il piccolo getto d’acqua tra l’aria e la ceramica del lavabo, l’ho lasciato picchiettare i polsi e scivolare, mentre nella cucina si spandeva una nuvola di discorsi che lasciava sulle piastrelle un olio leggero. E mi sono portata col pensiero più oltre, a un capo e all’altro della strada, proprio ai confini del centro abitato, dove stavano le porte di essenze prese dal bosco per il rito della croce. Erano due archi intrecciati nella fibra di dieci polloni di nocciolo. 

Ascoltavo. I loro particolari monconi, i piccoli padiglioni delle loro foglie erano ancora capaci di tremare al passaggio dei viventi, la loro morte tumultuosa mi suggeriva due fiammelle di languore alla base della lingua, per ogni corpo, ogni legno, ogni labbro che trapassava il loro grembo d’aria estiva. Mi sono appoggiata per il troppo piacere. Io così grande nel fisico, così presente al primo affacciarsi della sera, alla mia bocca colma di vapore di fritto, di disinfettante e di aroma di pane sciocco, non ho potuto sorreggere il mio stesso corpo. E ancora debole ho provato ad aprire la porta. E ho pensato tu stessi per cogliermi precisamente sulla soglia, secondo le più intime leggi del dono e della coincidenza, e di ciò che è necessario. E colmo di seme, e forte, che mi sorridessi.


tratto da
 https://foscasensi.wordpress.com/…/05/una-sera-a-san-cassi…/


11 agosto 2017

"I miei colori" di Fulvia Quirici

                                                              Giancarlo D'Amore

Ho il rosso, come primo colore. Primeggia su tutti, lo cerco sempre nella scatola delle matite, mi piace sgarrare dal nero che di solito indosso con quel colore; quando oso di più mi dipingo le labbra con il rossetto più rosso che trovo fra i mobiletti brilluccicosi della profumeria. E quelle volte è guerra. Quando ho fortuna riesco a far dipingere una porzione di parete di quel colore a un mio cliente: studio, incornicio, impreziosisco quel momento, preparo l’ambiente ad accogliere la sua potenza e vibrazione. Mi piace per la prepotenza che ha, per quella sfacciata affermazione di se stesso, che non può mai essere messa in discussione. Quando sono rossa è uno spettacolo per me: accendo solo i canali che voglio, ho piena facoltà di ignorare tutto il resto.


Poi ho il blu, di solito l’ordine è proprio questo: rosso-blu. Il blu è fottutamente malinconico e da un po’ di anni lo trovo anche banale. Non consiglio mai arredi o di dipingere le pareti con quel colore … mi annoia a vederlo perché ormai lo posso solo sentire dentro. È la parte di me che vorrei tenere più nascosta, per un candido timore e per religioso rispetto. La parte bambina che si travestiva per carnevale con un bellissimo abito di raso blu e polsini e colletto ornati di bianca pelliccetta, da principessa delle nevi. Il blu è triste non per colpa propria ma per il ricordo dell’innocenza e della speranza che un gioco di nuvole si trasformasse davvero in carrozza e poi in cavallo e poi ancora in principe azzurro e poi ancora in miele, da sorbire per tutta la vita. Una aspettativa infinita avevo da quei fottuti toni di blu.


Andando in ordine c’è il viola. Amo e odio. Il massimo dell’aggressività per un accostamento cromatico è appunto il rosso e il viola. Un vero cazzotto in un occhio, ma la potenza di fuoco è notevole e quando il rosso di prima che accende e una miccia qualsiasi si infiamma, la rabbia che ne nasce è color viola. Il livore, l’aggressività gratuita, la voglia di urlare, cercare qualcuno, il più piccolo e inerme per innescare una lite furibonda e riversargli addosso tutta l’adrenalina. Ma viola è anche eccitazione perversa, trasalimento dei sensi di fronte a una lite furibonda, di fronte alla possibilità di essere lasciati dalla persona amata, è gelosia, è bisogno di possedere, per fagocitare, l’altro. Divorare l’agnello che sedi la sete di sangue.
 
Sfamata la belva, il corpo recupera i normali equilibri e i colori forti, decisi, cedono il passo a quelli pastello: un verde acqua, un rosa antico, un giallo tenue. Tutti colori per me senza significato specifico, riempitivo e annacquamento.


Poi ci sono tutti i toni di grigio, che sono i colori più comuni, quelli che se non fai attenzione indosseresti più facilmente, quelli che vivresti spessissimo se non decidessi di dargli un taglio, che ci vestiresti l’umore come scusante verso te stessa; attenuante. È talmente facile al mattino lasciarsi prendere la mano da una bizza per un calzino che non è facile far indossare a un frugolo tutto nervi e grinta; o vedere inesorabile, senza pensarci neppure, lo scorrere delle ore che ti scivoleranno davanti e percepirle come macigni, a spaccarti le spalle per il peso della noia, per l’assenza di sorpresa, per quello scorrere sempre uguale.  

Grigia è anche l’indecisione e l’insicurezza. Il marcio che teniamo dentro pure.
Spero domattina di trovare vie migliori e non cedere alle effimere tentazioni della via più facile che poi alla fine mi colora sempre di grigio.